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L'Isis mira al cuore: attentato ai miti giovanili.

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Dopo un attentato come quello all'Arena di Manchester ci viene spontanea una riflessione: Perché creare terrore? Perché colpire luoghi di aggregazione? Perché proprio i giovani?

Le discoteche, soprattutto in occasione di grandi spettacoli mediatici e di concerti, non sono solo gabbie in grado di contenere una grande quantità di persone; non sono mai state solo facili bersagli per critiche accanite e, oggi, non stanno ad indicare soltanto quei luoghi in cui, chi vuole annientare un pensiero, uno stile di vita, una società, può puntare per neutralizzare quanti più avversari al proprio credo possibili in una delle peggiori e sistematiche mattanze organizzate dall’uomo contro l’uomo. Le discoteche, gli stadi, le piazze, i ristoranti, tutti gli spazi in cui l’umanità si riunisce intorno a personaggi ed eventi di grande rilievo e di convivialità, non sono solo posti significativamente saturi di potenziali vittime, ma sono luoghi dove la gente comune si riunisce intorno ai propri miti, balla insieme ai propri idoli, immagina e crea modelli da seguire, ascolta i propri capi e prende parte attivamente, vale a dire partecipando con la propria capacità critica, al mondo culturale e sociale in cui si trova immerso.
Il Bataclan di Parigi, il Club Reina di Istanbul, ora la Manchester Arena. L’Isis attacca il cuore del vecchio continente: i giovani. L’ultimo attentato, quello di domenica 22 maggio all’Arena di Manchester, durante il concerto di Ariana Grande – una giovanissima resa famosa dalla televisione come simbolo di una società che unisca al gusto per il semplice apparire una passione: per la leggerezza, per il canto, si, ma anche per lo stare insieme, per l’incontrarsi dal vivo – è l’ultima drammatica manifestazione di una volontà di colpire quelli che spesso con troppa facilità vengono intesi come miti “falsi”, e di colpirli in nuce proprio nei corpi e nelle menti di generazioni che non hanno colpe.
Si moltiplicano le immagini di giovani volti devastati dalla visione e dall’esperienza di un assalto subìto senza un perché. Prima della morte, in ordinata sequenza, l’eccitazione, la gioia, la voglia di divertirsi, la trepidante attesa. Per chi sopravvive il legame indissolubile tra un liberatorio senso di partecipazione e l’arrivo di una punizione inspiegabile, spaventosa. L’Isis uccide persone, e già questo è un crimine imperdonabile che arreca un dolore incalcolabile, che a morire siano una, due, o infinite persone. Ma l’Isis uccide anche l’unica forza dell’uomo: la capacità di combattere. E non la sopprime tanto nelle persone mature che dappertutto dimostrano ogni volta con più impeto, dopo un nuovo attacco, di non voler lasciarsi sconfiggere da una minaccia inquietante e sempre in agguato ma sopprime la forza ancora nascosta e in tumulto nelle menti più giovani, naturalmente spinte all’apertura, alla curiosità e al confronto fino a rinchiuderla in un gorgo di timori e paure inaffrontabili perché non facilmente comprensibili.

Non possiamo lasciare che il terrore dell costituzione di un Califfato pronto alla morte e al martirio ci invada e soprattutto non possiamo lasciare che del terrore non si discuta. Se la paura ha mille forme, in altrettante forme possiamo cercare di parlarne, nelle città come nelle periferie, andando a creare soprattutto occasioni di dialogo e confronto tra storie e culture diverse sostenendo iniziative e progetti di ricerca sul territorio come quelli che abbiamo intenzione di avviare con il nostro centro studi. Ad essere minacciati sempre più sono bambini e ragazzi. In casa a scuola e nei luoghi pubblici in genere, sono da affrontare i fatti terribili che ci accadono intorno, ma anche i mali fisici e mentali generati dalla paura, l’unica arma scoperta della quale attentatori e terroristi fanno uso. A tutto ciò dare una risposta è difficile in quanto non ci è possibile oggi guardare i fenomeni della nostra contemporaneità illudendoci di poterli perfettamente capire.

Tutti stiamo a guardare: a volte con l’occhio fine degli studiosi o degli intellettuali che, come auspicava Pasolini, sanno in quanto cercano di conoscere sempre di più e sempre in maniera diversa uno stesso fatto, altre volte con l’occhio saettante della persona tesa a cogliere segnali, che si tiene in costante stato di allerta. Ma per avviare il percorso di storicizzazione che, solo, potrà portare un giorno a non nascondere quello che non si è potuto o voluto comprendere, si può provare a fare qualcosa nel segno della trasformazione sociale, perché non sia solamente un mito.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 25 Maggio 2017 15:24 )  

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