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Etiopia, la rotta storica

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Un reportage di viaggio da un paese stupendo.

Addis Abeba è un episodio urbano in una distesa di campi che sembra sterminata. E’ ciò di cui mi accorgo mentre l’autobus esce lentamente dalle zone periferiche della città. “Nuovo fiore” è la traduzione dall’amarico; un fiore voluto fortemente dalla regina Taytu, moglie dell’imperatore Menelik, che volle stabilire qua la residenza della sua corte, nel punto in cui sgorgavano le acque termali. Percorrendo l’arteria che conduce verso il nord del paese, vedo cambiare il paesaggio: al centro ricco di cemento si sostituiscono le periferie con le case di “cicca”, un misto di terra e legno; all’umanità sofferente che si riversa nel grande agglomerato urbano, appostandosi fuori del recinto delle Chiese copte per sopravvivere, si sostituisce una folla che, fin dall’alba, si sposta al lato della strada. Sulla via che punta verso il Tigray lo spazio si dilata, l’autobus colorato e chiassoso si immerge nel vero paese, quello dalle grandi distese di verde, geometrie che compongono un patchwork complesso ed affascinante sull’altipiano che si stende sopra i duemila metri. Il cielo schiaccia la terra e questa sembra racchiudersi dentro se stessa quando all’improvviso si apre la grande spaccatura della Rift Valley.

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Sono due i giorni di viaggio da percorrere per una strada che è asfaltata solo nella prima parte, per i primi duecento chilometri; il resto è polvere e cantieri dove moltitudini di lavoratori, controllati dai cinesi, si affannano a completare i lavori sulla direttiva settentrionale quella. Si coltiva il teff oppure il sorgo sull’altipiano popolato in maggioranza dagli amara, l’etnia che rappresenta, insieme agli oromo concentrati nel sud del paese, una nutrita percentuale della popolazione etiope. Si coltiva con animali ed aratri di legno, e a mano si raccolgono le spighe in mucchi che vengono poi sollevati con i forconi per far cadere il seme, il frutto di questo lavoro vitale. Tutto è legato alla stagione delle piogge, la cui abbondanza rende il raccolto più o meno ricco e consente di assaporare senza ansie la njera, il pane spugnoso sul quale, in un grande piatto circolare, vengono versate le vivande della cucina etiope e di fronteggiare i periodi di carestia che cronicamente affliggono il paese. Le immagini di fame e malnutrizione che minarono, a metà degli anni ’70, la fiducia in Haile Selassie, si alternano ora a quelle provenienti dal sud, dove la siccità negli ultimi anni è stata tremenda. Scorrono davanti ai miei occhi campi, incontriamo uomini al lavoro ma soprattutto bambini in questo paese giovane dove il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e la speranza di vita media è di circa 50 anni. Dopo la sosta notturna riprendiamo il viaggio che è anche un percorso a tappe nella memoria storica. Attraversiamo la piana di Uccialli, luogo del trattato tra l’Italia e Menelik sul quale si avventò la foga del piccolo colonialismo crispino ed il ricordo va alle violenze perpetrate dall’esercito fascista durante l’occupazione del 1936, cinquanta anni dopo. All’improvviso ci si para davanti lo scheletro di un carro armato; ci spiegano che risale alla guerra contro Menghistu, il dittatore socialista deposto nel 1991 quando dal nord scesero, verso Addis Abeba, i tigrini che ancora detengono il potere con il presidente Meles. Altri tank viaggiano sulla strada verso il confine con l’Eritrea: sono nuovi di zecca, imponenti, nei tir che li trasportano, così evidenti che dopo averli fotografati mi attiro l’ira dei militari che mi impongono di cancellare, davanti a loro, le foto scattate. E’ scaduto il mandato Onu e su uno dei tanti cronici caldi confini africani, continuano a sostare gli eserciti in una assurda tensione bellica fra governi che sembrano ignorare il doppio filo che unisce etiopi ed eritrei e le vere necessità dei loro paesi. Entriamo a Macallè e nel fuoco del tramonto le strade sono invase dai ragazzi in divisa scolastica, dai lavoratori che tornano alle loro case. Salam, ci scambiamo sorridenti un saluto.

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