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Steccanella parla del libro di Abatangelo

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17458274_10212881768029964_6892068518267781810_n.jpgPasquale Abatangelo

“Correvo pensando ad Anna”

recensione di Davide Steccanella

 

Il libro di Pasquale Abatangelo racconta la violenza di altri ghetti di altri dannati, quelli dei tanti sottoproletari del dopoguerra italiano, dove cresce anche l’ultimogenito di una famiglia di meridionali, dapprima emigrata in Grecia e poi a Firenze.

“Correvo pensando ad Anna” è un libro che consente diversi approcci.

Quello più romanzesco, per una vicenda che invoglia anche il lettore occasionale a scoprire “come va a finire” la storia del protagonista.

Quello più emotivo, per il classico “romanzo di formazione” come viene definito in letteratura questo genere di autobiografie.

E infine quello più storico, per chi è interessato a comprendere, a distanza di anni, un importante capitolo del “secolo breve”, come da nota definizione dell’inglese Eric Hobsbawm.

Appartenendo a questa terza categoria, confesso che prima di leggere questo libro ero convinto che sul fronte della memorialistica di quel periodo fosse già stato scritto tutto dai vari protagonisti di quell’assalto al cielo.

Mi sbagliavo profondamente, perché nel raccontarci la propria vita, senza giudizi e sconti, come si vedrà, l’autore ci mette davanti ad un grande quesito che compare sin da quel sottotitolo “una storia degli anni settanta”.

Quella di Pasquale Abatangelo, che si trova improvvisamente nel bel mezzo di un gigantesco moto insurrezionale che attraversa l’Italia e gran parte del mondo, è davvero una storia degli anni settanta, o non è stata piuttosto la Storia degli anni settanta ad essere stata fatta anche da “storie” come la sua ?

La vulgata ufficiale di quegli anni ci ha tramandato la cronologia di quei fondamentali passaggi che hanno prodotto quell’orda d’oro, come titola un bellissimo libro di Balestrini e Moroni.

Un’orda generazionale, prima ancora che culturale, che dopo avere “incendiato le praterie” di mezzo mondo capitalista, si è arenata sotto i colpi della repressione prima di essere rimossa di chi ha voluto chiudere repentinamente i conti con quel secolo di utopie e ribellioni.

Quella che si racconta in questo libro è la storia di uno dei tanti “dannati della terra” degli anni sessanta, che è riuscito, non solo ad appropriarsi della propria storia, invece che limitarsi a subirla, ma addirittura a determinarla, fino a diventare, inizialmente forse suo malgrado, un protagonista di una più importante storia collettiva.

E’ una vicenda che si svolge nelle periferie proletarie di una Firenze che nel 1966 verrà semidistrutta dalla più drammatica alluvione del dopoguerra, ma che avrebbe potuto benissimo essere ambientata anche in quella degradata Milano ben descritta da Luchino Visconti in “Rocco e i suoi fratelli”, e dove, dieci anni dopo quel film, sarebbero nate, nelle fabbriche e nei quartieri popolari come il Giambellino, le Brigate rosse.

Questo libro, invece, ci racconta la storia, meno conosciuta, dei Nuclei Armati Proletari, una delle tante organizzazioni armate di quegli anni, nata alla fine del 1973 dall’incontro tra alcuni studenti di Napoli e alcuni detenuti del carcere di Firenze, dove il toscano Luca Mantini fonda il Collettivo George Jackson, che per la prima volta unisce i reclusi “politici” con quelli “comuni”.

Luca Mantini morirà quasi subito, e proprio sotto gli occhi del protagonista, ma anche i Nap avranno vita breve, e quasi tutti i militanti sceglieranno poi in carcere di aderire alle Brigate rosse.

Ma questo libro è soprattutto il racconto di un grande riscatto sociale, probabilmente possibile solo in quegli anni, e di quale ne sia stato il prezzo, perché da questo punto di vista potremmo dire che Pasquale Abatangelo non “si è fatto mancare nulla”.

Lungo le strade della sua sopravvivenza, ben presto si affacciano infatti tutte le peggiori nefandezze umane di un universo fatto di convitti lager, dove si consumano le violenze sessuali di preti osceni, riformatori immondi, dove solo i più “duri” riescono a non soccombere, e carceri speciali, dove si perpetrano le più vergognose angherie, nell’assordante silenzio di uno Stato che impone modalità di pena detentiva tali da far rimpiangere quella capitale.

A tutto questo vanno aggiunti due compagni ammazzati fuori da una banca davanti ai suoi giovani occhi, un fratello che potrà rivedere solo dopo vent’anni, perché anch’egli prigioniero tra le scrostate muraglie di una delle tante celle della loro vita, e un amore per una donna che lo aspetterà per più di vent’anni, allevando da sola quei due figli che lui non ha visto crescere.

Sarebbe impossibile per qualsiasi lettore non domandarsi ad un certo punto di questo libro come riesca un essere umano, seppure attrezzato dalla vita ben prima che dai libri, a resistere per così tanto tempo a questo prolungato scempio del corpo e dei più elementari bisogni, se non fosse proprio il diretto protagonista a spiegarcelo.

Lungi infatti dal volerci proporre quella lunga parte della sua vita come una via crucis senza fine, Pasquale ci racconta come ha saputo trasformarsi da braccato adolescente di periferia senza futuro in un fiero rivoluzionario comunista, ricco non solo di sapere e di ambizioni, ma anche di emozioni.

E quella forza di non arrendersi mai, che lo spinge a tentare fino all’ultimo la più impossibile delle evasioni, anche a costo di nuotare al buio, letteralmente nella merda, tra i topi di un interminabile condotto fognario per pochi giorni di libertà, la trae proprio da quella raggiunta consapevolezza di fare parte di un grande progetto in cui ha riposto energie e convinzioni.

Ed è la stessa indomita forza che lo accompagna anche nel coltivare, pur tra riconosciuti errori, il suo amore per quella stessa donna, Anna, pensando alla quale, come dice il titolo, correva (e non vi svelo dove).

Ed questa la parte del libro che si più fa apprezzare dal punto di vista squisitamente narrativo, se non fosse che si tratta di una storia vera.

Quella di un uomo recluso senza soluzione di continuità per più di vent’anni e che, nonostante questo, è riuscito a vivere con pienezza e in alcuni momenti persino con autentico entusiasmo, le due grandi passioni della propria vita, quella per Anna e quella per la rivoluzione comunista.

Passioni che sono entrambe rimaste intatte ancora oggi, come ben si capisce leggendo questo libro, proprio perché conquistate con immensa fatica, difese fino allo stremo e vissute in maniera totale.

Pasquale Abatangelo ci riconsegna, negli anni in cui tutto sembra correre veloce per disperdersi ben presto in rivoli affievoliti, anche l’importanza del fattore “tempo”.

Ci vuole tempo per raggiungere le mete importanti, e anche “per diventare compagni”, scriveva Salvatore Ricciardi, in un libro in cui ha descritto il percorso per diventare rivoluzionari in uno Stato a capitalismo avanzato.

E la storia di Pasquale è contrassegnata, da un certo punto in poi, da tempi lunghissimi, quali possono essere quelli di un uomo tenuto richiuso in una gabbia per così tanti anni.

Forse non è un caso quindi che, a differenza di altri, Pasquale abbia aspettato così tanto tempo, prima di raccontarci anche la propria storia.

Questo libro è fondamentale anche per ricordarci l’importanza che ha avuto in quegli anni la partecipazione dei detenuti a quel conflitto sociale che ha generato anche la lotta armata, come aveva ricostruito qualche anno fa, in un suo importante lavoro titolato “La gauche révolutionnaire et la question carcérale : une approche des années 70 italiennes”, la ricercatrice dell’Università di Grenoble, Elisa Santalena, la quale, non a caso, aveva intervistato lungamente proprio Pasquale Abatangelo.

Quello infine che ci rende apprezzabile anche la persona è il modo con cui l’autore ha scelto di raccontarsi, senza sconti, si diceva, e in questo distinguendosi da molte autobiografie di quegli anni.

Pasquale infatti dimostra un’onestà intellettuale, oltre che umana, davvero non comune, e a tal proposito mi hanno colpito due passaggi del suo libro.

Il primo è quello in cui affronta il tragico racconto della rapina di Piazza Alberti, costata la vita a due suoi compagni e anni di carcere a lui, dicendo che l’individuazione di quella banca, in forzata sostituzione di quella originariamente prevista, fu addebitabile ad un suo errore, e il secondo è quello in cui rifiuta ostentazioni di innocenza da reati di sangue, attribuendone la ragione esclusivamente al fatto di essere stato arrestato prima che si innalzasse il livello di quello scontro armato.

Quindi, per rispondere a quell’iniziale quesito, quella che qui si racconta è certamente una delle tante storie degli anni settanta, ma è una storia che ha finito con il diventare un pezzo di un’unica e più grande Storia, forse l’ultima davvero significativa, di un secolo, nel bene e nel male, irripetibile.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 26 Aprile 2017 10:45 )  

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