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Hasan ricordato da Giulio

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La poesia dei migranti vista da un poeta esule iracheno - (Lectio magistralis di Hasan Atiya Al Nassar, pronunciata il 26 maggio 2005 all’Università di Roma Tre, in occasione della manifestazione "Incontro poetico d’Europa")

 

“Non v’è pane; né sorso d’acqua, né fuoco estremo; 
due sole cose vi sono: l’esiliato e l’esilio”

Gridava Seneca nella Corsica ‘terribile’ e ‘crudele’. Mentre Dante, nel Paradiso, ricordava i passi più duri del suo cammino di fuggiasco:

“Tu lascerai ogni cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo esilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e il salir per l’altrui scale”.

Nel 1933, dopo il rogo del Reichstag, Brecht lasciò la Germania e prese la via dell’esilio: avrebbe da quel momento vissuto molti anni lontano dalla sua patria, prima a Praga, poi a Vienna, Parigi e, infine, negli Stati Uniti. Non ci sarebbe stato ritorno prima del 1948, eppure nonostante ciò, egli considerò sempre, anche nei momenti più drammatici, l’esperienza dell’esilio come un’esperienza temporanea, transitoria, tanto che poté scrivere, a chi come lui era stato costretto ad abbandonare la propria terra:

“Non mettere un chiodo nel muro
Non appendere alla parete un quadro
Perché tu domani tornerai”.

Al concludersi del secondo conflitto mondiale la maggior parte degli esuli, volontari o meno, poté far ritorno alle proprie case (scelse di restare in Francia un gruppo di Spagnoli, che qui diede vita alle scuole pittoriche del Cubismo e del Surrealismo).
Bastano questi esempi per mostrare quanto sia invece diverso l’esilio che oggi devono sopportare gli intellettuali iracheni, esilio ben più difficile e senza speranze, perché, mentre intellettuali come Brecht ebbero la possibilità di essere ospitati e ‘protetti’ da altri paesi che comunque facevano parte dell’Europa (e con i quali avevano quindi un retroterra culturale in comune da secoli), gli iracheni devono nella maggior parte dei casi affrontare il mondo extra-islamico (e quindi culture e modi di vita completamente opposti), dove l’integrazione è difficile perché vengono visti come dei ‘diversi’.
Ricordiamo comunque che la situazione è solo di poco migliore se ci si sposta in un altro paese di lingua araba, perché il Medio Oriente, a differenza dell’Europa, manca completamente di coesione culturale, e anzi è territorio di aspre rivalità nazionalistiche.
Il nazismo non fu sconfitto solo dalla forza dei militari, ma anche, e soprattutto, da quel forte senso di libertà che aveva perso la sua individualità per farsi collettivo, patrimonio comune.
Gli iracheni, gli arabi in generale sono invece, paradossalmente, soli. L’esilio li rende una sorta di eroi, li rende dei simboli, ma non riesce a liberarli dalla ‘prigione della diversità’ che non ha via d’uscita neanche nel pensiero, nell’ispirazione, nel talento.
Tradizionalmente l’immigrato nei paesi arabi è accolto e ospitato con molto rispetto, senza bisogno di indagare sulle sue origini, sulla sua identità e cultura, sulla sua religione. I beduini del deserto dicono che “La tenda è la casa semitica”, una camera aperta a tutti gli uomini, anche ai nemici. Tutti sono ospiti di Dio, bianchi e neri, liberi o schiavi, ricchi e poveri. Quando l’ospite si siede nella tenda, tutti quanti osservano un silenzio rispettoso, secondo le regole ancestrali della scuola di cortesia del deserto.
Al contrario in occidente, si può essere anche delle menti sublimi, eppure, una volta saputo che sei arabo, l’occidentale non potrà fare a meno di associare la tua figura alle immagini del deserto, della poligamia, del chador, del Ramadan, del maschilismo, della guerra Santa, di Allah… Tu cesserai inevitabilmente di essere una persona, un artista, per trasformarti nell’immagine-stereotipo che i non-arabi hanno di te.
Scrive Michail Bachtin che “Ogni testo è abitato dalla voce altrui”, alludendo, come spiega Francesco Stella, “Alla molteplicità di sensi che acquistano le parole di una comunità linguistica come patrimonio di precedenti, di coesistenze, di coabitazioni: le alterità della voce”. Per un esule probabilmente questo vale ancora di più.
La parola poetica mantiene in sé un’autentica forza meditativa, anche se diversa da quella della riflessione filosofica; la meditazione poetica si nutre infatti di esperienza, percezioni, attese, memoria: di una memoria che sfida l’oblio e, cercando di non perdere le proprie tracce, non si arrende alla crescente distruzione della vita, al deserto di senso, al sopravanzare delle cose, all’oggettivazione del mondo. In un mondo che vive tra guerre, conflitti, torture, povertà, caos sociale e politico, la poesia offre, meglio di ogni altra attività umana, uno strumento di sfogo e, allo stesso tempo, un incitamento alla resistenza e alla rivolta; per questa ragione il poeta è obbligato a parlare di politica.
A questo proposito, devo ricordare che i nostri capi politici credono che la poesia possa rovinare l’educazione, l’etica, la religione, per cui sono moltissimi i poeti isolati dalla società.
Ma non soltanto noi iracheni, vittime di Saddam Hussein, siamo stati perseguitati: anche Dante è stato crocefisso dai papisti, Federico Garcia Lorca da Franco, Nazim Hikmet dai generali di Kemal; persino il grande Platone ha costruito la sua Repubblica cercando di escluderne i poeti, così scomodi, così fastidiosi.
Anche il Corano, dal canto suo, li condanna duramente; parlando dei mentitori, recita: “E i poeti!… i fuorviati li seguono. Non vedi che errano in ogni valle e dicono cose che non fanno?” (XIX, 224-226).
Il poeta si trova a vivere un paradosso: operare lontano dalla propria patria o abbandonare la letteratura? Patria o Arte? Vivere nel proprio paese sotto l’oppressione, o lasciarlo per un altro in cui forse si verrà giudicati per una pelle considerata ‘sporca’, in cui diranno che chi viene da una certa parte del mondo deve per forza essere un ladro, o un incivile?
Tuttavia l’intellettuale esule può quasi diventare un fenomeno: il poeta diventa una sorta di profeta, come nel caso di Al-Nawab, che vive in Siria ed usa, appunto, il linguaggio profetico… Come se il profeta fosse poeta o se il poeta diventasse profeta che predica alla gente e cerca di trasformare in facile il difficile, di aiutare a sopportare il rifiuto della società, la provocazione, il maltrattamento.
Se è vero che la poesia sorse nell’anima dell’uomo dal bisogno di assoluto, per il poeta iracheno, specie se migrante, profugo, assume una valenza mistica, una forza capace di trascendere la finitezza e, se necessario, la banalità del presente. Una poesia protesa a indagare e integrare la Verità; “Desidero entrare nel silenzio ancora vivo”, recitava Samuel Beckett.
Noi iracheni siamo passati attraverso le più varie vicende, abbiamo creduto a gruppi politici, ci siamo avvicinati ad organizzazioni ideologiche. Gli intellettuali hanno sempre preso posizione: ad esempio durante il conflitto Iraq-Iran hanno insultato la guerra tramite racconti e poesie, hanno insultato gli uomini di Saddam ed hanno esaltato i partigiani che combattevano a nord del paese.
Adesso però quegli stessi intellettuali si trovano in nazioni diverse e non è più sempre possibile seguire la propria ispirazione: i testi devono a volte essere ‘filtrati’, resi comprensibili per il nuovo pubblico, il nuovo lettore. E’ inoltre evidente come la cultura del paese ospitante spesso influenzi in modo non indifferente l’autore.
Qui in Italia gli iracheni si sono in particolar modo avvicinati a quegli autori che mettevano in primo piano l’importanza dell’Uomo: Pasolini, Pavese, Ungaretti (a coloro che hanno cioè compiuto una vera e propria rivoluzione nella letteratura). Meno seguiti sono gli scrittori italiani di prosa, anche se, naturalmente, gli intellettuali non possono fare a meno di confrontarsi con autori come Svevo, Moravia, Calvino.
Nel campo pittorico, si trovano, nelle opere degli Iracheni in Italia, fortissime tracce di maestri italiani, come Farulli, Guttuso, Pomodoro.
In Francia invece gli esuli sono stati influenzati dagli autori classici, anche se è inutile negare che coloro che maggiormente forniscono ispirazione sono Baudelaire, Rimbaud, Perse, Aragon.
In altri paesi, ad esempio nell’ex Unione Sovietica, gli iracheni si sono avvicinati al realismo socialista.
In Siria gli intellettuali iracheni hanno fatto propria la causa palestinese, l’hanno cantata nelle proprie opere ed hanno inoltre partecipato in prima persona alla guerra civile libanese.
Alcuni Iracheni hanno tuttavia avuto la possibilità di integrarsi al meglio nella vita letteraria dei paesi ospitanti, potendo pubblicare (anche in lingua araba) e collaborando con le varie case editrici. A testimonianza di questa perfetta integrazione ricordiamo che alcuni Iracheni hanno anche avuto la possibilità di scalare le vette del mondo degli affari, notoriamente meno aperto e cosmopolita di quello letterario.
Ma, in ogni caso, il poeta immigrato è come un nomade, come un antico arabo del deserto, in cerca di nuovi pascoli e di nuove acque. Il poeta, addolorato, descrive il proprio abbandono e lamenta la lontananza dall’amata terra, ricordando le gioie dell’amore perduto, con tutti i pericoli affrontati e le fatiche sopportate. Sempre in cammino per ritrovare fortuna, amore, amicizia, un angolo di affetto.
Oggi un esule come me vive con il terrore dell’Iraq moderno, sapendo che ogni ponte, ogni casa, ogni palma, ogni vita della mia terra è in pericolo, sotto la pioggia di missili e la schiavitù delle forza.
Noi esuli, tutti, non possiamo piangere, ci sentiamo come il protagonista delle Metamorfosi di Kafka: inadeguati.
Scrive Sergio Corazzini:

"Perché tu mi dici poeta?
Io non sono un poeta
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange
Vedi che non ho che lacrime da offrire al silenzio
Perché tu mi dici poeta?"

Ho portato avanti questi anni d’esilio, tremando, rendendomi conto di avere sempre paura: paura della notte, paura della padrona di casa, paura del lettore della luce, paura degli stranieri che venivano a bussare alla mia porta, paura di essere giudicato, paura dell’insegnante, paura di saper solo balbettare parlando con persone che non conoscevo… Ma la mia più grande paura era quella della polizia, del suo manganello, delle sue pistole.
Ricordo ancora il colloquio con un’anziana suora: “Perché hai paura? Non siamo forse tutti figli di Dio?”. “La legge non mi permette di stare qui senza permesso di soggiorno: dove andrò?”
Sono incisi nella mia memoria i versi di un emigrato italiano in Egitto, Giuseppe Ungaretti:

“Ma nel cuore
nessuna croce manca.
E’ il mio cuore
il paese più straziato”.

Una volta qualcuno mi chiedeva: “Perché voi iracheni scrivete raramente poesie d’amore? I vostri scritti sono pieni di parole come ‘nostalgia’, ‘lontananza’, ‘mancanza’, ‘patria’, ‘libertà’, ‘soldati’, ‘morte’… Scrivi ogni tanto una poesia d’amore! Scrivi una poesia in cui non ricorrano solo parole come ‘distruzione’ e ‘macerie’! Io rispondevo: “E’ vero che noi non conosciamo l’amore, noi non abbiamo cuori come il vostro… Perché quando mi sveglio al mattino, da solo, in quella stanza priva di finestre, io mormoro ‘Grazie Dio, perché mi sono svegliato anche oggi, perché sto bene’. “Ma aspettate da noi poesie d’amore, poesie di un universo svuotato di carriarmati e fucili. Aspettate, perché un giorno saremo anche noi cantori di panorami stupendi, di albe, di mattini che coprono l’acqua del fiume, del sole quando sorge dalle rocce. Io vi dico: aspettate da noi testi che non portino in sé parole come ‘morte’, ‘dolore’, ‘paura’, ‘lutto’, ‘desolazione’, ‘abbandono’…

“E tu stai seguendo il grano senza ali
dal marciapiede all’esilio
dal paradiso al fuoco
o dal fuoco al fuoco…”

 
 

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 31 Dicembre 2017 12:16 )  

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