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Soave è forse ancor di più.

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E' già passato un anno e forse ancor di più, in quel trine morbido che tanto piaceva ancora. Potrebbero essere versi di una delle tante rare canzoni che Paolo Poli usava intonare nella sua vita migliore, quella del teatro, quella che si era scelto come alternativa ad una vita invece fatta da tanta bassa musica e da orecchie poco avvezze . Si, forse si, Paolo Poli scendeva nel suo teatro come nella cabina di regia della sua anima e sapeva dirigere il proprio spettacolo sul palco, qualsiasi esso sia, idiosincrasia di una vita senza steccati, senza obiezioni, senza salvezza, forse. Si sente forte che il suo non apparire più, anche dallo scontato Fazio è pari ad un silenzio assordante, mortificante. La sua essenza era serena, di quella nuvola serena che era poi il suo incarnato, magro, snello, bello. Che cosa strana stare qui a scrivere di chi non  è più  in vita come se invece ci fosse ancora. Paolo Poli scorre come il tempo quindi di un tempo ignoto che forse, ancora forse, non vedremo mai se non con gli occhi della passione. Ed è pertanto la passione che rese la sua vita unica, scollacciata come un'educanda. Porte scorrevoli su figure interpretate, voce mai cadente, una Wandissima come poche, forse oltre la stessa Osiris. Che buio a volte nel ripensare che non lo si vedrà più, neanche dallo scontato  Fazio. E lui CIuffettino scandaloso, enfant du siecle come pochi, sarà lì ad aspettare che quel palcoscenico eterno possa essere ancora lì ad aspettarlo, greco soave, cantore omerico, silenzioso signore di un tempo che è offuscato dalle lacrime di sentimento. Oggi sarebbe unico si sa, ancora oggi sarebbe perfettamente unico in un idioma che pochi conoscono, in una "avemaria" solitaria, come ancora e ancora sempre sarà mai lutto ma suono silenzioso, di una voce sorretta dall'anima, di un tempo, ancora di un tempo, forse, chissà.

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