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Turchia al referendum ma la stabilità si allontana

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index.jpgOggi la Turchia si pronuncerà sulla riforma costituzionale che prevede il passaggio dalla democrazia parlamentare ad una repubblica presidenziale. L'esito del referendum potrebbe segnare un punto di svolta per il futuro del paese mediorientale, attraversato da forti tensioni interne e pesantemente coinvolto nei conflitti che insanguinano la regione e nella gestione dei flussi migratori.

Le opposizioni denunciano il carattere autoritario della riforma che attribuirebbe poteri quasi assoluti al Presidente Recep Tayyip Erdogan, leader del partito islamista conservatore AKP e dominus della vita politica turca da circa 15 anni, già primo ministro tra il 2003 e il 2014. Un regime plebiscitario in cui il Presidente della Repubblica arriverebbe a controllare tutti e tre i poteri dello Stato: esecutivo, legislativo e giudiziario. Sarebbe a capo del governo, potrebbe emettere decreti presidenziali, sciogliere il parlamento, dichiarare lo stato di emergenza e nominare i vertici dei servizi segreti, delle forze armate, delle università e parte dei giudici della Corte Costituzionale. La carta riformata, inoltre, permetterebbe allo stesso Erdogan di correre alla presidenza per altri due mandati e, potenzialmente, restare al potere fino al 2029.

La posta in gioco, dunque, è tanto alta quanto dura è stata la campagna elettorale, con il fronte del si che ha invitato l'elettorato alla scelta tra una «Turchia forte» o un paese in preda ai nemici interni ed esterni, mentre decine di migliaia di oppositori restano in carcere: giornalisti, accademici, impiegati pubblici, sindaci, amministratori e militanti politici, tra cui 12 parlamentari del principale partito di opposizione HDP.

La riforma è stata perseguita dall'AKP fin dal 2007 ma i seggi parlamentari del partito al governo sono sempre stati insufficienti per portare l'emendamento costituzionale a referendum. Ma oggi, nonostante i sondaggi prevedano un testa a testa, la meta sembra vicina. Erdogan vuole un plebiscito che legittimi la svolta autoritaria impressa al paese dopo la rivolta di Gezi Park a Istanbul nel 2013. La Turchia vive in uno stato di emergenza ed instabilità generale dalle elezioni del giugno 2015, quando l'AKP non solo non riusci a conquistare i 2/3 dei seggi necessari a modificare la carta costituzionale ma arrivò a perdere, dopo 13 anni, la maggioranza assoluta in parlamento. Nell'impossibilità di formare un governo sorretto da una maggioranza stabile, ha preso forma una strategia della tensione alimentata da una serie di attentati terroristici di matrice Jihadista e diretti soprattutto contro le sinistre curde e turche coalizzate nel partito HDP. Paura e instabilità hanno alla fine catalizzato i consensi dei conservatori, che nelle elezioni anticipate di novembre hanno premiato l'AKP con il 50% dei suffragi.

Al terrorismo si è aggiunta una dura campagna di violenza con cui lo Stato turco ha chiuso i residui spazi democratici, silenziando la stampa e arrestando migliaia di oppositori e dissidenti. La repressione ha colpito in particolare i curdi, provocando la rottura del processo di pace con il PKK il quale, rivendicando il diritto all'autodifesa per il popolo curdo, ha ripreso la guerriglia contro l'esercito e le forze di sicurezza turche in Bakur, il Kurdistan turco situato nel sud-est del paese. L'aviazione ha cominciato a colpire le postazioni curde impegnate contro l'ISIS nel nord dell'Iraq e nel processo rivoluzionario in Rojava. L'esercito ha invece messo a ferro e fuoco città e villaggi curdi mediante un'offensiva che ha colpito soprattutto la popolazione civile. Le organizzazioni curde hanno denunciato un vero e proprio genocidio. Infine, il tentato golpe del luglio 2016 ha offerto il pretesto per consolidare, inasprire e legittimare questo regime repressivo.

Un Presidenzialismo forte e autoritario sarebbe il prezzo da pagare per stabilizzare il paese dalle tensioni che il suo stesso establishment politico ha contribuito in buona misura ad alimentare? Difficile credere – come sperano le cancellerie del vecchio continente – che al referendum seguirà una fase di normalizzazione verso la democrazia liberale ed il dialogo con l'Unione Europea. Del resto, gli sviluppi attuali si inseriscono in una crisi profonda nelle relazioni tra la Turchia, l'Unione Europea e la stessa Nato, di cui il paese mediorientale costituisce la seconda forza militare. Un riposizionamento connesso in larga parte alla fase di crisi attraversata dal capitalismo mondiale che produce tensioni ed inasprisce la competizione economica e politica internazionale. Un tutti contro tutti in cui le alleanze sono mutevoli e fragili, soprattutto in Medio Oriente dove la partita si gioca da anni sul piano militare. Pertanto, se una vittoria del no porterà certamente ad inasprire lo scontro sul piano interno, quella del sì rafforzerà la visione nazionalista sunnita nella società turca e la linea aggressiva neo-ottomana nei paesi vicini.

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