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Prigionieri politici palestinesi: prosegue lo sciopero della fame

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barghouti-120613.jpgDal 17 aprile scorso circa 2.000 prigionieri politici palestinesi sono in sciopero della fame. La lotta è iniziata in occasione della Giornata Nazionale del Prigioniero Palestinese, per chiedere il miglioramento delle dure condizioni di vita nelle carceri, la fine della pratica dell'isolamento, l'accesso alle cure mediche, il rispetto del diritto di visita da parte di legali e familiari e, soprattutto, la fine dell'utilizzo della detenzione amministrativa, misura cautelare che – in violazione del diritto internazionale – permette a Israele di detenere chiunque a tempo indefinito ed in assenza di processo o accuse formali. Attualmente, i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane sono più di 7.000, di cui oltre 600 in detenzione amministrativa.

L'iniziativa è partita dal leader carismatico di Al Fatah, Marwan Al Barghouti, in carcere dal 2002 e condannato a cinque ergastoli da un tribunale israeliano. Agli inizi di maggio, anche il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmad Sa'adat, ha si è unito sciopero, assieme a decine di altri leader di diverse fazioni politiche palestinesi.

Si tratta di una protesta contro Israele e la dura politica carceraria attuata dell'Israeli Prison Service in spregio alle norme di diritto internazionale umanitario. Ma il messaggio è diretto anche ai vertici di Al Fatah che hanno emarginato Al Barghouti, leader popolarissimo nei Territori Occupati e noto come il "Mandela palestinese", che ora punta a mettere sotto pressione il presidente Abu Mazen. Lo sciopero della fame, infatti, è in aperta contestazione della cooperazione di sicurezza tra l'Autorità Nazionale Palestinese e Israele.

Del resto la linea morbida di Abu Mazen ha subito una sonora bocciatura proprio sabato scorso, alle elezioni per il rinnovo di 145 consigli comunali in Cisgiordania. Nonostante il boicottaggio di Hamas, FPLP e Jihad, il partito Al Fatah ha portato a casa una sostanziale sfiducia dalla maggioranza dei palestinesi: forte astensionismo (ha votato solo il 53% degli aventi diritto) e molti seggi persi a vantaggio di liste indipendenti e formazioni minori. Un chiaro segnale di malcontento a causa della crisi economica, delle accuse di corruzione e del totale fallimento di 23 anni di trattative con Israele per il raggiungimento dello Stato indipendente, a fronte del rilancio della colonizzazione in Cisgiordania da parte del governo Netanyahu.

Dopo quasi un mese di sciopero della fame, le condizioni di salute dei prigionieri continuano ad aggravarsi, mentre prosegue la repressione da parte dell'amministrazione carceraria. Le misure punitive vanno dall'isolamento ai trasferimenti, a cui si aggiungono il divieto di partecipare all'ora d'aria, le perquisizioni corporali e le confisca di oggetti personali, fino ad arrivare a forme di tortura psicologica come la privazione del sonno.

Preoccupanti sono anche le difficoltà frapposte alle visite da parte di medici indipendenti e, in generale all'accesso alle cure e all'acqua. Pare, infatti, che l'autorità carceraria abbia fornito ai detenuti tazze di plastica per bere dal rubinetto piuttosto che l'acqua potabile solitamente fornita.

Tra le mosse per fermare lo sciopero, spunta anche un filmato che dovrebbe provare il «tradimento» di Barghouti, sorpreso a mangiare dei biscotti. La moglie Fadwa sostiene che il video sia un falso, mentre l'avvocato Elias Sabbagh spiega che la trappola è stata organizzata dai secondini, perché in isolamento non avrebbe potuto procurarsi il cibo: «Una mossa prevista che fa parte della guerra psicologica».

Al Barghouti, che solo due giorni fa ha potuto incontrare il suo legale dall'inizio dello sciopero, ha confermato l'intenzione di «continuare la sua battaglia finché le richieste dei prigionieri non saranno esaudite» e di «essere pronto ad aumentare la sua protesta smettendo di bere l'acqua».

L'avvocato Sabbagh ha riferito che il prigioniero ha già perso 13 chili ma mantiene il buon umore nonostante le tremende condizioni di detenzione in isolamento: secondo il legale non si è mai potuto cambiare i vestiti ed è sottoposto a forti rumori per diverse ore al giorno, che prova ad attutire con dei fazzoletti di carta nelle orecchie.

Il leader della protesta ha anche invitato i due principali partiti palestinesi, Hamas e Fatah, a giungere ad una riconciliazione nazionale ed ha ammonito l'Autorità Nazionale Palestinese guidata da Fatah a non riprendere il cosiddetto processo di pace con Tel Aviv: «I negoziati sono inutili finché Israele non si impegnerà a porre fine all'occupazione, non la smetterà di costruire le colonie, non si ritirerà dalle aree occupate nel 1967, non riconoscerà il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione che comporterà la creazione di uno stato completamente indipendente nei confini del 1967 e la cui capitale sarà l'amata Gerusalemme, non ammetterà il ritorno dei rifugiati palestinesi e libererà tutti i prigionieri».

Intanto la tensione nei Territori Occupati continua a salire: violenti scontri tra manifestanti ed esercito si sono registrati ieri a Ramallah e Bettemme, in occasione del 69° anniversario della Nakba, la «Catastrofe», espressione con cui i palestinesi ricordano la nascita dello Stato israeliano e la pulizia etnica della Palestina.

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