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Libia:guerra, frontiere e migrazioni -

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Si è svolta ieri pomeriggio l'iniziativa "Libia: guerra, frontiere e migrazioni", organizzata dal Collettivo Politico di Scienze Politiche, presso il polo delle Scienze sociali di Novoli con la partecipazione di Francesca La Bella, giornalista di Nena News, Sergio Scorza dell'Unione Sindacale di Base e  l'assiciazione  Asahi, associazione di (e per) i migranti. Il dibattito, iniziato attorno alle 16:00, si è protratto per più di due ore e mezzo, a sottolineare l'interesse tanto degli studenti quanto dei partecipanti esterni riguardo al tema. Nello specifico, si è dibattuto su cosa sta succedendo in Libia, ormai da circa sei anni percorsa da conflitti di vario tipo, e su quali potrebbero essere le conseguenze per i migranti anche a seguito del decreto Minniti-Orlando, ampiamento criticato e che ha sollevato anche il dubbio dell'incostituzionalità. L'intento principale dell'iniziativa è quello di far conoscere la situazione libica, di cui si parla molto poco. "Secondo me è un'iniziativa come questa è un'iniziativa importante per vari motivi. Prima di tutto perchè di Libia non si parla; se ne parla tantissimo sui giornali: su quanto i flussi migratori dalla Libia possano essere pericolosi, se ne parla perchè la Libia in fiamme fa paura, una Libia che si sta dissolvendo ormai da sei anni. Faceva paura quando c'era Gheddafi e ha continuato a far paura dopo. Se ne parla pochissimo quando bisogna affrontare cosa succede in Libia." afferma Francesca La Bella ad apertura del proprio intervento, incentrato sull'esposizione di un quadro generale all'interno del quale contestualizzare la situazione della Libia, ad oggi, secondo il diritto internazionale, uno stato fallito, cioè uno stato che non è in grado di mantenere il controllo interno e dei suoi confini, oltre ad essere incapace di fornire servizi basilari alla propria popolazione. Aggiunge poi che "dal punto di vista dell'immigrazione, investire in Libia significa portare il problema dell'immigrazione al di là del mare. Non portarlo agli occhi dell'opinione pubblica italiana o europea; gestirlo al di là di uno specchio d'acqua significa farlo vedere meno. Parlare dei lager in Libia o parlare delle violenze che vengono fatte non solo all'interno dei centri di detenzione ma tutti i giorni fuori... è ipocrisia dire che è iniziato adesso, condannarlo adesso, o sentire Macron e i francesi che dicono che serve un inchiesta... sono anni che è così e l'hanno fatto tutti. Ora è tentare di spostare degli equilibri parlarne, non è condannarlo davvero.  Se tutto questo fosse successo al di qua del mare, in Italia, in Spagna, in Francia, avrebbe sicuramente sollevato maggiore indignazione... Spostarlo di là, significa diminuire i problemi". Si sofferma poi su una breve analisi neocolonialista del problema: delegare ad altri, a dei sottoposti, il contenimento dei problemi e cioè l'immigrazione, che nasce da volontà altre, in realtà non è altro che frutto delle politiche neocoloniali dell'occidente perchè "l'impoverimento dei territori così come la guerra che è stata scatenata in Libia o in altri territori sono sostenuti perchè funzionali al mantenimento di alcuni interessi e solo fino a dove poteva mantenere quegli interessi". In sostanza, sarebbe un problema creato "da quà" ma da cui si tenta di deresponsabilizzarsi, cedendo tutta la competenza alla guardia costiera libica, anche a seguito degli accordi firmati tra il gioverno italiano e alcune ONG (altre si sono invece rifiutate) per il non salvataggio in mare. Per concludere il suo intervento, che si ricollega poi a quello successivo dei ragazzi dell'associazione Asahi, la giornalista ci parla anche dei finanziamenti ricevuti dalla stessa Libia perchè "l'accoglienza sono soldi, non solo in occidente.  Soldi che vengono spesi pochissimo per tutelare i migranti che rimangono in suolo libico e tantissimo per arricchire alcuni singoli o gruppi." Paradossale che molti dei "signori della guerra" che prima del decreto Minniti si occupavano dei traffici di migranti fino alle coste europee, adesso si siano riciclati a fare il contrario, guadagnando con l'accoglienza (o detenzione) di essere umani. I ragazzi africani  dell'associazione, invece, intervengono per raccontarci di come gli interessi e le bombe occidentali li abbiano costretti ad abbandonare le proprie case per affrontare il viaggio attraverso il deserto fino alle coste europee. In Italia però, vivono la realtà della associazioni italiane  che offrono lavoro ai migranti in cambio di una decina di euro al giorno passato quasi interamente a raccogliere pomodori o arance che poi finiscono sulle nostre tavole. Insomma, un bussiness che sfrutta la manodopera a bassissimo costo di persone disperate; le stesse associazioni che ricevono i finanziamenti per l'accoglienza che poi, per l'accoglienza, non vengono speso (o almeno, solo una piccolissima parte). A fare il punto, invece, sul decreto Minniti-Orlando, ci pensa Sergio Scorza. Brevemente, il decreto prevede la trasformazione dei CIE (Centri di identificazione ed espulsione) in CPR (Centri di permanena per il rimpatrio), uno in ogni regione. I migranti verranno smistati in tali centri in attesa dell'esame della richiesta di asilo. Prevede inoltre l'istituzione di sezioni speciali dedicate interamente alle richieste di asilo e ai rimpatri. Ed è questo il punto che solleva i maggiori dubbi: l'articolo 102 della nostra Costituzione sancisce che "non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali". In realtà, Come riporta Gianfranco Schiavone, avvocato di Asgi (associazione studi giuridici sull’immigrazione) su Redattore Sociale: "La differenza è sottile: non si parla di giudici speciali, vietati espressamente dalla Carta costituzionale, ma di sezioni specializzate. Il problema, però, rimane: la specializzazione, infatti, non è riferita all’intera materia, e cioè al diritto dell’immigrazione nel suo complesso, ma ai rifugiati, cioè solo alla protezione internazionale. Questo rischia di confermare l’idea di un giudice speciale solo per i richiedenti asilo e potrebbe configurare un possibile conflitto di legittimità, e la norma potrebbe essere considerata discriminatoria." Per finire, vi sarà un grado di giudizio in meno per i richiedenti asilo, abolendo il  secondo grado d’appello per chi si è vista rifiutata la richiesta di asilo in primo grado e attribuendo al giudice di primo grado tutta la responsabilità. Ed il rito camerale sarà senza udienza, vale a dire che il giudice si limiterà a visionare documenti e videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale. In pratica, ci dice Sergio Scorza, "nel nostro ordinamento il ruolo del giudice è fondamentale; il giudice deve avere un'autonomia e, nel nostro stato di diritto, ha la possibilità di interrogare e di ascoltare il ricorrente; ma nel decreto Minniti questa cosa non c'è. Questo incide sull'effettività, sull'efficacia ma anche su un "processo giusto"; il migrante viene quindi privato di una garanzia fondamentale: quella di contraddire, replicare, di essere ascoltato da un giudice che deve sottostare a questa regola che viene applicata solo al migrante".

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