Morire nel deserto: la politica dell'immigrazione nell'era PD

Martedì 16 Gennaio 2018 13:43 Thomas Maerten
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Tra Natale e Capodanno, per l'esattezza il 29 dicembre 2017, mentre la gente comune pensava al panettone e allo spumante, il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della Difesa Roberta Pinotti, decideva la prosecuzione delle missioni internazionali (attualmente, dai dati del Ministero della Difesa, sono 6800 i militari italiani all'estero, impegnati in 35 missioni e 22 paesi) nonché la partecipazione dell'Italia a nuove missioni, tra cui quella in Niger.

Anche se le Camere sono già state sciolte e risulta impossibile trovare il tempo per discutere riforme quali lo "ius soli", domani, mercoledì 17 gennaio, il Parlamento si riunirà apposta per discutere ed approvare queste missioni.

Parliamo di quasi 500 militari italiani spediti al confine tra Niger e Libia a controllare in teoria centinaia di kilometri di confine. Soldati armati che sarebbero la soluzione, nell'ottica di Minniti e del Pd, alla temuta "invasione" dei migranti in Italia. Buffo parlare di invasione poi, quando i soldati all'estero siamo noi a mandarli. Buffo vedere nei giovani che arrivano una minaccia, visto che i dati confermano che in Italia i giovani sono sempre più in fuga (285 mila italiani sono partiti per l'estero nel solo 2016, due terzi dei quali non torneranno) e il numero di partenze ha superato quello degli arrivi.

IMG 20180116 123954La macabra verità è che la nostra missione non fermerà il traffico di migranti, lo renderà solo più pericoloso, impedendo alle carovane in viaggio di sostare nell'oasi di Madama (è qui che andranno i nostri militari). In altre parole si costringerà chi sta attraversando il deserto ad allungare il giro, senza poter fare rifornimento di acqua. Guardate voi stessi la mappa della regione! Si costringerà chi è disperato a pagare più soldi ai trafficanti e a rischiare di più. Aumenteranno i morti nel deserto del Teneré ma non si fermerà l'esodo dai paesi di origine.

Dietro la missione italiana, goffamente giustificata dallo stesso Gentiloni con le solite ragioni del contrasto del “jihadismo e del traffico di esseri umani”, è sfacciatamente facile individuare i reali motivi che ci attirano in Niger: quelli economici ovviamente, il petrolio, le miniere di uranio e oro di cui è ricca la regione, i 23 miliardi di dollari per aiuti allo “sviluppo e alla sicurezza”, che il Niger si è appena aggiudicato e ai cui appalti mirano le imprese europee. A tutte queste ragioni si aggiunge una triste gara con la Francia (persa in partenza), per aumentare la propria influenza nella regione tramite il controllo di rotte e luoghi strategici. Una missione che pagheremo noi coi soldi pubblici (un costo superiore ai 150 milioni annui) e che farà guadagnare pochi privati, sacrificando la vita di tanti innocenti.

Spostare il controllo delle frontiere in Africa non aiuterà né l'Italia né quei paesi da cui fuggono i giovani in cerca di un futuro migliore. Forse sarebbe più incisivo smettere di finanziare le tribù libiche, che gestiscono il traffico di esseri umani con selvaggi campi di prigionia in cambio dei soldi per continuare la guerra. Forse non scapperebbero i giovani se l'Italia e gli altri paesi europei non facessero a gara a vendere armi a dittature e fazioni ribelli. Forse non esisterebbe alcun traffico di esseri umani se alcuni stati e multinazionali non moltiplicassero le ingiustizie sociali ed economiche in quei paesi, attraverso la finanza, il controllo delle risorse, quello agro-alimentare e non ultimo il monopolio sui brevetti farmaceutici che impedisce di curare malattie tanto diffuse e per le quali già esiste una cura.

Da anni assistiamo all'aumento delle spese militari, con politici che giustificano "misisoni di pace" e "interventi umanitari". Noi sappiamo benissimo che dietro a tutta questa retorica si celano giri d'affari milionari, stragi di civili, l'aumento del numero di profughi e rifugiati.

Allo stesso tempo ricordiamo benissimo i discorsi sulle manovre lacrime e sangue, sull'austerity, sui tagli ai diritti economici e sociali.

Oggi più che mai, negli ultimi 70 anni, la guerra e le nostre vite quotidiane si intrecciano. La paura dell'invasione riuscirà a sconfiggere la razionalità? Oppure ci sarà finalmente una inversione di rotta, che non guardi più agli interessi di finanzieri e industriali ma a quelli delle fasce più povere della popolazione?
Unica certezza è che affinché i giovani, in Italia e all'estero, possano tornare a immaginare un futuro nel proprio paese è necessario oggi fermare la guerra.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 17 Gennaio 2018 14:24 )