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Appunti di Storia della fotografia

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La fotografia ha una sua dimensione storica e per poter meglio capirla bisogna partire dal "punto di vista storico" odierno e affrontato nei termini in cui si vuole e/o si deve usare. Quindi chi si approccia alla fotografia deve imparare e comprenderne la sua storia nel seguente modo:

1. poter valutare quali sono stati i suoi problemi e come sono stati risolti,
2. quali compiti si è assunta;
3. quali condizionamenti ha avuto nel tempo.
Fin dalla preistoria, l'uomo primitivo rendeva grafiche le sue storie e imprimeva segni pittorici come ad esempio la mano sporca di fango su di una pietra liscia.

La realizzazione di un'immagine fissata si ha con l'applicazione congiunta di due distinte invenzioni:
1. la proiezione di un'immagine su una superficie
2. l'impressione stabile ed evidente della figura su un supporto sensibile alla luce.

Con l'aggiunta poi di altre scoperte sia nei campi dell'ottica che della chimica.
Alcuni studiosi attribuiscono agli arabi Al-Kindi e Al-Hazen, l'osservazione all'interno di una camera buia, (praticando un piccolo e sottile foro su di una parete, si può vedere un' immagine confusa dell'esterno proiettata capovolta sulla parete opposta).
Le applicazioni del principio della "camera obscura" vengono descritte a partire dal Cinquecento (il primo disegno dell'invenzione è su un libro del 1544) e Leonardo Da Vinci ce ne dà notizia nei suoi studi sul "semplice buco" (foro stenopeico).

Nel Seicento, la camera obscura si trasforma in una scatola con una lente a menisco e uno specchio che rinvia l'immagine su un vetro, dove con un foglio è possibile ricalcare la figura ma è piuttosto imprecisa a causa della cattiva qualità degli obiettivi e richiede una discreta abilità per essere riprodotta da un disegnatore. Alcuni pittori, tra cui Canaletto, se ne servono per studiare la prospettiva dei panorami. I meno dotati artisticamente cominciano a sognare che sarebbe bello rendere stabile ciò che si vede sul vetro; il lavoro potrebbe essere così eseguito in un tempo eccezionalmente breve e moltissimi "quadri" sarebbero così fabbricati con facilità e a basso prezzo.
Moltiplicare l'informazione visiva diventa così il pensiero di molti così come la stampa con le matrici incise a mano aveva permesso di fare per le "idee scritte".
L'aspetto chimico del problema fotografico e l'azione della luce su alcuni pigmenti, erano conosciuti già nei secoli precedenti (vedasi i consigli di Plinio su la conservazione dei dipinti lontano dall'illuminazione diretta), mentre il suo effetto sul cloruro d'argento venne riconosciuto e documentato scientificamente alla fine del settecento da Scheele.
Alcuni - tra cui Wedgwood - ottennero immagini per contatto ma non riuscirono a fissarle. Niepce, attraverso i suoi esperimenti in camera oscura, è il primo ad ottenere qualcosa con delle lastre di metallo ricoperto di bitume di giudea (sostanza che schiarisce debolmente alla luce). Egli lavorava con questa sostanza che diventa insolubile nelle zone esposte, nel tentativo di ottenere una matrice fotoincisa buona direttamente per la stampa tipografica. I risultati non furono però mai qualitativamente adeguati e Niepce si trovò costretto a collaborare con Daguerre, un pittore-scenografo che si interessava, anche per motivi professionali, alle sperimentazioni. Daguerre abbandona il socio e presenta l'invenzione del "dagherrotipo" nel 1837. Il procedimento non viene brevettato perché sarebbe praticamente impossibile riscuotere diritti da tutti coloro che lo avrebbero utilizzato. Con una serie di manovre politiche l'invenzione viene perciò acquistata dal governo francese che ne liberalizza la pubblicazione. Daguerre ne ricava una lauta pensione.

Il dagherrotipo consiste in una lastra di rame rivestita di argento che viene esposto all'azione dello iodio. L'immagine, accennata in modo lieve nella fotocamera, diventa evidente e positiva ai vapori di mercurio e viene fissata con un lavaggio in acqua salata calda. I tempi di posa normali sono compresi tra i 5 minuti e l'ora, ma i miglioramenti che seguiranno l'annuncio e la divulgazione ufficiali nel 1839, apportati specialmente da fotografi americani, abbasseranno la posa ad una manciata di secondi (1840).
Talbot, in Inghilterra, lavorava per conto suo con una carta al cloruro d'argento ed otteneva le prime negative su carta (1834). La luce che entrava nella camera obscura era però troppo debole per produrre l'annerimento diretto in condizioni normali di illuminazione. Talbot stabilizza le immagini con acqua salata ma, consigliato dallo scienziato Herschel, adotta l'"iposolfito di sodio" che risolve definitivamente il problema del fissaggio. Tale sistema viene immediatamente adottato da tutti, anche per la dagherrotipia. Talbot scopre la possibilità di "sviluppare" i fogli impressionati anche se l'argento metallico (nero) non si è ancora visibilmente formato (1840). La carta, resa trasparente con la ceratura, viene utilizzata come negativo per la stampa di un numero elevato di copie. Una volta trovata una sostanza sufficientemente adesiva e in grado di tenere dispersi bromuro e cloruro d'argento (collodio, 1851), l'alogenuro d'argento viene steso su vetro. Un debole negativo di questo tipo, opportunamente trattato, può essere trasformato in un positivo diretto (ambrotipia), altrimenti è un negativo per la stampa sulla "carta salata", presto sostituita dalla carta all'albumina (dal 1850).

Il passo successivo dei materiali sensibili sarà la gelatina (1871). Si scoprono sostanze fotosensibili che non richiedono argento (bicromato di potassio...), le applicazioni che ne deriveranno conducono ai vari procedimenti di fotoincisione. Nascono e si diffondono una serie di raffinate tecniche fotografiche che sfruttano la caratteristica del bicromato di divenire insolubile se esposto alla luce (carbone, bromolio...).
Fino verso la fine dell'ottocento resiste la ferrotipia, una tecnica che, come consumo popolare, godrà di fortuna nelle località di villeggiatura e nelle fiere. Il colore diventa praticamente accessibile dal 1927 con i F.lli Lumiere.

La fotografia è stata usata per una infinità di scopi diversi: prima solo come documentazione - per mostrare posti, persone ed avvenimenti lontani, far conoscere opere d'arte e paesaggi. A causa delle difficoltà tecniche connesse all'uso in esterni della fotocamera, l'impiego più comune fu quello della ritrattistica (i miniaturisti scomparvero) e molti diventarono fotografi per necessità travasando le regole del loro genere nella fotografia, condizionandone gli sviluppi successivi ai canoni della pittura.
La fotografia non veniva considerata come arte autonoma (i primi dagherrotipisti non osavano neppure firmarsi). Le immagini servivano, al massimo, come bozzetti per i pittori; il concetto di "Arte" arrivò in seguito, reclamata dai professionisti che volevano darsi un tono. I ceti in ascesa accettarono volentieri questa invenzione che permetteva di farsi fare un ritratto (solo ricchi e potenti avrebbero potuto permetterselo).
Le fotografie divennero anche oggetti di regalo e scambiate come biglietti da visita; le loro raccolte fecero nascere l'esigenza dell'album. La fotografia è un mezzo per farsi riconoscere e presentare il proprio status sociale, anche raccontando bugie (abiti in prestito e finti fondali).
La capacità di mentire, propria di questo mezzo, viene subito compresa ma si sfrutta la sua apparente obiettività per lasciar credere che essa rappresenti con fedeltà il reale. Trucchi e foto costruite convivevano, senza possibilità di riconoscimento rispetto alle immagini più spontanee. L'aspetto dignitoso e impettito dei nostri bisnonni dipende anche dai lunghi tempi di ripresa che costringevano a quella che, sempre a causa della pittura, si chiama "posa". L'abitudine di posare composti, come generalmente ci piacerebbe essere, rimane anche dopo la soluzione dei problemi tecnici che richiedevano l'immobilità. La fotografia come riproduzione delle immagini non era impiegata come forma d'arte ma come "mezzo" per distribuire l'informazione visiva, oggi è diventata anche arte creativa.

Una nuova concezione della fotografia nasce con la macchina digitale: ieri osservare le stampe era una sostituzione dell'esperienza diretta, non un'esperienza estetica in sé mentre oggi c'è anche l'educazione all'immagine poiché la fotografia digitale può essere manipolata e fa confusione con la realtà. La fotografia è storicamente condizionata dai mezzi, diventa una battaglia combattuta tra immaginazione e tecnica.
Le fotografie possono essere una testimonianza attendibile della realtà solo se vengono esaminate tenendo conto dei condizionamenti tecnici a cui sono soggette e delle censure evidenti e inconsce. Le foto sono sottoposte ad un linguaggio autonomo ma oggi vi sono varie chiavi di accesso per identificare il contenuto soggettivo, il valore sociale, la scala dei contenuti a cui fanno riferimento il recupero delle tradizioni che vengono automaticamente a imporsi per definire i nuovi rapporti con il digitale e il suo rapporto con i social.
La fotografia oggi ha preso campo in varie discipline e pertanto l'approccio deve essere non solo creativo ma anche corretto.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 22 Novembre 2017 19:50 )  

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