La tensione si aggrava di ora in ora nel Myanmar tra il governo ed i bonzi, la polizia avrebbe caricato i manifestanti con i manganelli e avrebbe sparato sulla folla. Le forze dell'ordine hanno isolato la pagoda di Shwedagon, punto focale delle manifestazioni contro la giunta militare al potere da 45 anni nel Myanmar, picchiando una decina di monaci buddisti, e usando i gas lacrimogeni per disperdere la folla che si era radunata. Tra i manifestanti c'erano molti giovani, a differenza dei giorni precedenti. Sono state arrestate un'ottantina di persone e nei vari cortei è stato stimato che ci siano al momento circa 10.000 manifestanti. La folla ha gridato più volte a soldati e poliziotti "imbecilli, imbecilli". Uno dei cortei, seguito da camion militari che trasportano una quarantina di soldati, è diretto verso la residenza di Aung San Suu Kyi, la paladina dei diritti umani, Premio Nobel per la Pace, da anni agli arresti domiciliari nella sua abitazione alla periferia di Yangon. Il gruppo di monaci in testa a questo corteo ha più volte esortato i manifestanti che li accompagnano a non esporsi alle violenze. "Ci pensiamo noi monaci - hanno detto alla folla - per favore, non seguiteci". E poi, esortando alla non - violenza nei rapporti con i militari, hanno a più riprese aggiunto: "Noi li ricolmeremo di amabile gentilezza". Nella notte sono stati arrestati un noto attivista per i diritti civili, Wing Nain, e il più celebre attore locale, Zaganar, che aveva appoggiato apertamente la protesta ed era andato in una pagoda ad offrire acqua e cibo ai monaci. Nei giorni scorsi Zaganar aveva fatto appello perché la popolazione si unisse alla protesta: "I monaci sono nelle strade, a pregare per noi, mentre noi ce ne stiamo a casa a guardare la tv: è una vergogna", aveva detto.
La situazione che si sta presentando agli occhi dell'opinione pubblica mondiale in questi giorni è l'epilogo di anni e anni di dura repressione da parte del governo nei confronti del popolo. Il governo democratico della Birmania fu destituito nel 1962 da un colpo di stato militare condotto dal Generale Ne Win, che governò per quasi 26 anni e perseguì le politiche comuniste birmane, con la nazionalizzazione delle industrie, la soppressione dei partiti politici (1964), e la proibizione del libero scambio, che portarono all'isolamento del Paese dal resto del mondo, data l'assenza di diritti civili per la popolazione, così come di libertà di stampa. Nel 1988, dopo le rivolte studentesche che provocarono migliaia di morti, Ne Win si dimise, e fu proclamata la legge marziale, mentre il generale Saw Maung organizzò un altro colpo di stato. I programmi per le elezioni dell'Assemblea popolare furono finiti il 31 maggio 1989. Nel 1990, si tennero per la prima volta in 30 anni le elezioni libere. Il NLD (Lega Nazionale per la Democrazia), il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace nel 1991, e figlia di Aung San, porta alla Assemblea Costituente 392 membri, su un totale di 485, ma lo SLORC (Consiglio di restaurazione della legge e dell'ordine di stato), spalleggiato dall'Esercito, si rifiuta di cedere il potere, rovesciando l'assemblea popolare, ed arrestando Aung San Suu Kyi, ed altri leader dell'NLD. Successivamente si cambiò il nome Birmania in Myanmar. Da allora comincia un periodo molto difficile per Aung San Suu Kyi, che, rimessa in libertà nel 1995, viene nuovamente arrestata nel 2000, liberata nel 2002, e nuovamente arrestata nel 2003. Fino ad oggi si trovava agli arresti domiciliari. La speranza che si eleva all'unisono dalle potenze internazionali in questi giorni è che un cambiamento, in senso democratico, del paese, vi sia nell'immediato.
Nicoletta Consumi - DEApress
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