Il film inchiesta di Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio "Uccidete la democrazia" non è nelle edicole. Diversamente da quanto detto da tutti gli organi di stampa nazionali, nelle edicole non risulta il dvd atteso per oggi. Molti edicolanti da noi interpellati dichiarano che il documentario non è stato per il momento distribuito.
Enrico Deaglio ha svolto un indagine sulle scorse elezioni politiche in Italia. Ne è emerso un incongruente calo generalizzato delle schede bianche che si spiega solo con i brogli elettorali. Il direttore di "Diario" non muove delle accuse circostanziate contro persone, ma riporta dei fatti inequivocabilmente gravi, e esplicitamente riconduce le responsabilità al Viminale, allora presieduto da Giuseppe Pisanu.
Il film è stato al centro di forti polemiche in questi giorni. Adesso scopriamo che la sua diffusione è stata bloccata. In nome di cosa? Al gravissimo attentato alla Costituzione, rilevato dal documentario, ne segue un altro: l'articolo 21 della Costituzione vieta chiaramente la censura preventiva; chi compie diffamazione verso qualcuno ne deve rispondere di fronte alla Legge, ma il suo diritto all'espressione non può in alcun modo essere negato.
Come giornalisti ci sentiamo offesi e violentati da questa decisione, ancora più vergognosa in quanto non ha un responsabile e non è dichiarata pubblicamente. Come cittadini non capiamo il motivo per cui le denunce di brogli fatte da Silvio Berlusconi all'indomani delle elezioni abbiano avuto libero accesso sui media, mentre le ben più circostanziate affermazioni di "Diario" non hanno lo stesso diritto. Come esseri umani non accettiamo l'atteggiamento teocratico di chi rivendica surrettiziamente il diritto a garantire la sicurezza delle persone, impedendo loro di vedere un documento, nella convinzione che i loro cervelli non siano in grado di giudicare.
Enrico Deaglio ha svolto un indagine sulle scorse elezioni politiche in Italia. Ne è emerso un incongruente calo generalizzato delle schede bianche che si spiega solo con i brogli elettorali. Il direttore di "Diario" non muove delle accuse circostanziate contro persone, ma riporta dei fatti inequivocabilmente gravi, e esplicitamente riconduce le responsabilità al Viminale, allora presieduto da Giuseppe Pisanu.
Il film è stato al centro di forti polemiche in questi giorni. Adesso scopriamo che la sua diffusione è stata bloccata. In nome di cosa? Al gravissimo attentato alla Costituzione, rilevato dal documentario, ne segue un altro: l'articolo 21 della Costituzione vieta chiaramente la censura preventiva; chi compie diffamazione verso qualcuno ne deve rispondere di fronte alla Legge, ma il suo diritto all'espressione non può in alcun modo essere negato.
Come giornalisti ci sentiamo offesi e violentati da questa decisione, ancora più vergognosa in quanto non ha un responsabile e non è dichiarata pubblicamente. Come cittadini non capiamo il motivo per cui le denunce di brogli fatte da Silvio Berlusconi all'indomani delle elezioni abbiano avuto libero accesso sui media, mentre le ben più circostanziate affermazioni di "Diario" non hanno lo stesso diritto. Come esseri umani non accettiamo l'atteggiamento teocratico di chi rivendica surrettiziamente il diritto a garantire la sicurezza delle persone, impedendo loro di vedere un documento, nella convinzione che i loro cervelli non siano in grado di giudicare.
Giulio Gori - DEApress
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