Petey:
“E’ uno spettacolo vero, questo”
Meg: “In che senso?”
P: “Non ci sono né balli né canti”
M: “E allora che fanno?"
P: “Parlano”
A 78 anni ci lascia Harold Pinter, premio Nobel per la Letteratura nel 2005, e
straordinario scrittore e drammaturgo.
Pinter affrontò il problema del rapporto tra individuo e società, anzi, più
sarcasticamente, tra individuo e democrazia. E si pose domande basilari: di
fronte a regole imposte dal conformismo della maggioranza, affermare il libero
arbitrio, la propria dissidenza, è possibile? E' consentito rinnegare patria,
famiglia e religione? O, per porsi la domanda fondamentale: esiste davvero la
democrazia?
Pinter fu scrittore sovversivo, radicale, che non rinunciò a tranciare il velo
di ipocrisia che copre le presunte liberalità del mondo occidentale.
Memorabile fu la sua lezione di politica estera tenuta all'Università di
Firenze, quando professori da vetrata medioevale, attoniti, si resero conto che
stavano conferendo la laurea honoris causa, non a un polveroso signore dai modi
d'antan, ma a un nemico lucidissimo del loro stesso perbenismo.
Pinter ricevette il riconoscimento, il 10 settembre 2001, il giorno prima degli
attentati del World Trade Center di New York. Parlando degli Stati Uniti
d’America, il drammaturgo disse: “Arroganti, sprezzanti e indifferenti alle
leggi internazionali, manipolano e al contempo rinnegano le Nazioni Unite. Sono
il potere più pericoloso che il mondo abbia mai conosciuto, uno Stato farabutto
con un potere militare ed economico di dimensioni colossali. E l’Europa –
soprattutto la Gran Bretagna – ne è complice e compiacente, o come dice Cassio
nel Giulio Cesare, 'scrutiamo intorno per trovarci tombe disonorate' ".
Pinter denunciò l’ipocrisia dell’espressione “guerra umanitaria”, denunciò la
strage di civili a Niş, nella ex Jugoslavia, durante la guerra del Kosovo;
denunciò l’uso sistematico della tortura, la discriminazione (e la
carcerazione) di intere categorie sociali nei paesi occidentali. Poi raccontò
della scia di morte seminata per il mondo: “Mi riferisco – disse ancora
– alle centinaia di migliaia di persone in Guatemala, El Salvador, Turchia,
Israele, Haiti, Brasile, Grecia, Uruguay, Timor Est, Nicaragua, Corea del Sud,
Argentina, Cile, Filippine e Indonesia, che sono state tutte quante uccise da
governi influenzati e sottomessi dagli Stati Uniti d’America. Perché sono
morti? Sono morti perché hanno osato mettere in dubbio lo status quo, hanno
osato ribellarsi contro la povertà, le malattie, l’umiliazione e l’oppressione,
tutti diritti acquisiti per nascita. In memoria di quei morti dobbiamo renderci
bene conto della sbalorditiva discrepanza che c’è tra il linguaggio del governo
USA e le sue azioni, con tutto il disprezzo che si merita”.
Ma interrogato dal giornalista Angelo Pizzuto (Inscena), Pinter volle
precisare: “Non avevo alcuna intenzione – disse – di fare teatro
arrabbiato o di agitazione. Ho sempre cercato, mediante la mia scrittura, di
esprimere, anche in negativo o con il pessimismo della ragione, un profondo
senso etico della vita”.