Chapeau a Harold Pinter

Sabato 27 Dicembre 2008 02:15 Giulio Gori
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Petey: “E’ uno spettacolo vero, questo”
Meg: “In che senso?”
P: “Non ci sono né balli né canti”
M: “E allora che fanno?"
P: “Parlano”


A 78 anni ci lascia Harold Pinter, premio Nobel per la Letteratura nel 2005, e straordinario scrittore e drammaturgo.
Pinter affrontò il problema del rapporto tra individuo e società, anzi, più sarcasticamente, tra individuo e democrazia. E si pose domande basilari: di fronte a regole imposte dal conformismo della maggioranza, affermare il libero arbitrio, la propria dissidenza, è possibile? E' consentito rinnegare patria, famiglia e religione? O, per porsi la domanda fondamentale: esiste davvero la democrazia?
Pinter fu scrittore sovversivo, radicale, che non rinunciò a tranciare il velo di ipocrisia che copre le presunte liberalità del mondo occidentale.
Memorabile fu la sua lezione di politica estera tenuta all'Università di Firenze, quando professori da vetrata medioevale, attoniti, si resero conto che stavano conferendo la laurea honoris causa, non a un polveroso signore dai modi d'antan, ma a un nemico lucidissimo del loro stesso perbenismo.
Pinter ricevette il riconoscimento, il 10 settembre 2001, il giorno prima degli attentati del World Trade Center di New York. Parlando degli Stati Uniti d’America, il drammaturgo disse: “Arroganti, sprezzanti e indifferenti alle leggi internazionali, manipolano e al contempo rinnegano le Nazioni Unite. Sono il potere più pericoloso che il mondo abbia mai conosciuto, uno Stato farabutto con un potere militare ed economico di dimensioni colossali. E l’Europa – soprattutto la Gran Bretagna – ne è complice e compiacente, o come dice Cassio nel Giulio Cesare, 'scrutiamo intorno per trovarci tombe disonorate' ".
Pinter denunciò l’ipocrisia dell’espressione “guerra umanitaria”, denunciò la strage di civili a Niş, nella ex Jugoslavia, durante la guerra del Kosovo; denunciò l’uso sistematico della tortura, la discriminazione (e la carcerazione) di intere categorie sociali nei paesi occidentali. Poi raccontò della scia di morte seminata per il mondo: “Mi riferisco – disse ancora – alle centinaia di migliaia di persone in Guatemala, El Salvador, Turchia, Israele, Haiti, Brasile, Grecia, Uruguay, Timor Est, Nicaragua, Corea del Sud, Argentina, Cile, Filippine e Indonesia, che sono state tutte quante uccise da governi influenzati e sottomessi dagli Stati Uniti d’America. Perché sono morti? Sono morti perché hanno osato mettere in dubbio lo status quo, hanno osato ribellarsi contro la povertà, le malattie, l’umiliazione e l’oppressione, tutti diritti acquisiti per nascita. In memoria di quei morti dobbiamo renderci bene conto della sbalorditiva discrepanza che c’è tra il linguaggio del governo USA e le sue azioni, con tutto il disprezzo che si merita”.
Ma interrogato dal giornalista Angelo Pizzuto (Inscena), Pinter volle precisare: “Non avevo alcuna intenzione – disse – di fare teatro arrabbiato o di agitazione. Ho sempre cercato, mediante la mia scrittura, di esprimere, anche in negativo o con il pessimismo della ragione, un profondo senso etico della vita”.

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