L'identit

Sabato 20 Giugno 2009 18:32 Simone Grasso
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Qualche anno fa conobbi un banchiere in rampa di lancio. Pronto al grande salto. Era giovane. Più o meno la mia età, ma con le idee chiare. Fin troppo. Nome italiano ma cognome tedesco. Veniva dal Sud Tirol. Da un piccolissima comunità di montagna, con non più di cinquecento residenti. Nella mia ingenuità da neo universitario appena divenuto fuori sede, mi suonava alquanto strano che un giovincello coetaneo potesse avere una carta d’identità italiana nonostante l’italiano lo parlasse a stento. E ciò mi incuriosiva fortemente. Pacatamente chiesi delucidazioni. Ciò che mi riferì fu ciò che solo in tempi recenti sono riuscito effettivamente a comprendere.

Era legato, in maniera viscerale,  al proprio borgo nativo. Nonostante lì, a parte qualche cantina con dell’ottimo vino e  sublimi catene montuose sempre imbiancate, ci fosse ben poco. Apparteneva a quel luogo e si sentiva tedesco. Nel modo di fare. Nell’educazione ricevuta. Nella lingua. E perché no, anche nel modo di lavorare. Tedeschi i valori acquisiti ma aveva cittadinanza italiana. E riconosceva l’idea di uno stato italiano, di un legislatore italiano. Condivideva il sistema legislativo e normativo italiano come fonte del diritto, della convivenza e dell’ordine sociale. Ecco. Questo è il punto. Appartenenza, cittadinanza, identità. Tre concetti apparentemente distinti ma indissolubilmente collegati. Tre facce di una stessa medaglia. Tre questioni di cui, o per dimenticanza o per superficialità, troppo spesso non si è tenuto conto nei dibattiti e nei processi di costruzione dei popoli. O, quanto meno, non li si è considerati in maniera sinergica. Ed è proprio da tale mancanza che si sono generati conflitti e guerre civili. Incomprensioni e pseudo battaglie di rivendicazioni indipendentiste.  Di purezza nazionale. E l’Italia? In Italia la situazione è grave ma non è mai seria, diceva Flaviano. Da qui nascono la logica dell’emergenza, del tira a campare, di teorie e strategie del giorno dopo. E’ mancata una riflessione responsabile su ciò che siamo stati, su ciò che siamo e potremo essere. E’ venuta meno un analisi storico-culturale scevra da contaminazioni politiche ed ideologiche o da paure millenarie. Ciò ha impedito lo sviluppo di una reale presa di coscienza sulla questione del legame tra appartenenza, cittadinanza ed identità.

 Sono in piena sintonia con quanti, approcciandosi al tema, prefigurano e parlano del paradigma del glocalismo, dove si condensano sia le spinte modernizzatrici sia le rassicurazioni delle radici. Sono d’accordo perché l’esempio riportato in apertura va proprio in tale direzione. Sono d’accordo perché quel pensare globale ed agire locale, tanto sbandierato ai quattro venti, non può non tradursi nell’accettazione di una cultura (quella italica in particolar modo) che da sempre ha avuto una finestra affacciata sul mondo e allo stesso tempo fortemente radicata sul territorio. Come una casa di confine.

L’Italia ha una storia ed una cultura millenaria. Splendono nella notte dei tempi perché hanno raggiunto l’apice della gloria e della bellezza. Terra di conquista e conquistatori. Siamo la somma di tante culture. Di molteplici civiltà. Dagli etruschi ai greci, passando per i longobardi.  La nostra società utilizza la lingua dell’ibridazione identitaria. Da ieri. Non da oggi. Siamo la somma di tante storie. Pier Paolo Pasolini sosteneva che “ la storia è una storia di culture”. Allora se abbiamo la capacità di imparare da essa, non può non sorgerci un dubbio. Anche lecito. Ha ancora senso parlare di identità italiana? E fino a che punto? Ha un senso parlare di appartenenza. Di cittadinanza, come ci insegna il diritto. Di legami, anche viscerali, con il territorio. Con il locale. E poi c’è il globale. Con il quale dobbiamo confrontarci. Con il quale si devono misurare i nostri limiti. Nel quale comprendere che essere cittadini del mondo è un esigenza non più rimandabile. Perché abbiamo abbattuto le frontiere. Politiche e sociali. Perché quotidianamente ormai ci troviamo di fronte allo “straniero”. Parliamo con lui. Comunichiamo con lui. Viviamo con lui. Abbiamo la possibilità di andare a Londra e ritornare in giornata. Al prezzo di una cena in ristorante. Comprare una paio di scarpe limited edition in America direttamente da casa. E vedersele recapitate a casa in un paio di giorni.

Ebbene, la questione allora diventa anche terminologica. Dare un senso alle parole e saperle utilizzare nel giusto contesto è il primo passo verso la comprensione dei fenomeni. Identità, cittadinanza, appartenenza. Tre concetti. Tre termini. Tre parole che, come tali, hanno il potere di farle esistere le cose. Fondamentale diviene prenderne esatta coscienza e conoscenza, delinearne i limiti semantici. Inserirli e concepirli a partire dai rispettivi contesti o ambiti di riferimenti. Il globale. Il diritto. Il glocale.  Nella convinzione che un’errata visione del fenomeno, così come un errato utilizzo dei termini suddetti, possa essere fonte di ulteriore disordine sociale ed incomprensione culturale.

Certo, allora sarà un quadro pieno di colori e sfumature. Di non facile lettura. Ma l’artista è colui che riesce a fondere e a mescolare, con equilibrata sintonia, molteplici e differenti esperienze cromatiche. A questo compito, noi siamo chiamati. Ad essere artisti costruttori del nostro presente e del nostro futuro. Senza però cadere in operazioni di maquillage o di facciata, magari dettate dai tempi o dalle circostanze.

 Il glocalismo è quanto di più vicino possa esserci alla cultura e alla storia della civiltà italica. La capacità di leggere e decifrare  i concetti sopra espressi è quanto di più necessario si debba fare per una comprensione olistica della questione.

Di tutto ciò la modernità fluida ed opaca ce ne sta dando inesorabilmente dimostrazione. Non catturare e far propri questi segnali ci condannerebbe ulteriormente alla mediocrità e all’incapacità di leggere e vivere nel reale.   

 

 

Simone Grasso

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 20 Giugno 2009 18:32 )