Nella continua trasformazione degli eventi di una società che progressivamente si adegua ai cambiamenti socio-culturali e alle diverse esigenze che il progresso e le nuove tecnologie mettono a disposizione vi è anche la trasformazione informativa. Negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, l’informazione era caratterizzata da quotidiani, televisione e riviste di attualità. Spesso vedevamo cittadini a passeggio domenicale con il loro quotidiano preferito sfoggiare nella tasca della propria giacca consapevoli di avere con sé un sicuro alleato della buona e fidata informazione. Allora sia la carta stampata sia l’informazione televisiva non erano così affezionati allo share ovvero gli ascolti maggiori, rispetto ad altra notizia e/o programma. Certamente anche allora vi era una via preferenziale per certe notizie rispetto ad altre e questo perché il tal giornale, la tale televisione si trovavano più vicini a certi valori rispetto ad altri. Non raramente eravamo partecipi ad un duello delle varie testate riguardo avvenimenti giudiziari o politici di alta rilevanza offrendoci con grande enfasi e solerzia di particolari il racconto appassionato dell’intera vicenda.
Purtroppo anche allora l’informazione era condizionata a omissioni dettate dai poteri forti. L’informazione riguardo il delitto Mattei, riguardo le varie stragi istituzionali e altro ancora, fanno capire come il mondo dell’informazione sia sempre e comunque stato assoggettato a regole e dettami ad esso estranei ma pur sempre coinvolto a scelte non facili da non facili compromessi. Oggi l’informazione che i mass-media offrono è estremamente settoriale: si sente parlare e/o scrivere di determinati argomenti tralasciando in modo categorico e apparentemente definitivo altri.
Anche la comunicazione di casi giudiziari importanti è profondamente cambiata. Adesso si vuole la priorità assoluta, lo scoop, arrivare alla notizia prima di altri, si scambia il mestiere di informare con l’arroganza di voler essere sempre presenti con le telecamere anche dove non dovrebbe essere necessario se non altro per dignità e rispetto della professione. Essere giornalista, sia della carta stampata che della televisione, vuol dire informare con obiettività, dignità e rispetto.
Come le scelte che determinano la messa in onda di vari spettacoli, programmi di intrattenimento, telefilm ecc. è improntata esclusivamente sull’ossessivo “indice di ascolto” – ovvero lo share - il quale sopprime categoricamente la programmazione di qualità: programmi formativi per ragazzi e adulti, rassegne teatrali, programmi di educazione alla creatività e allo sviluppo del senso critico; una televisione che ha cessato di essere patrimonio di tutti scegliendo di sostituire la qualità alla “evasione” che programmi come “Il grande fratello”, “Amici” e altro del genere determinano una involuzione al senso critico.
Anche nella scelta della informazione politica prevale chi detiene il monopolio imprenditoriale di quasi tutte le testate giornalistiche e di quasi tutte le emittenti televisive più importanti che nel paradosso italiano è la stessa persona fisica che ricopre la carica dell’attuale Capo di Governo determinando una informazione filtrata, distorta e deviata.
Esistono anche omissioni di notizie di alta rilevanza sociale: nessuna testata e nessuna emittente ha dato notizia del discorso mai pubblicato di Mohandas Karamchand Mahatma Ghandi. Un pioniere della pace al quale nessuno ha voluto riconoscere il tributo per le sue convinzioni e per le quali è stata tolta la vita. Solo nel web è stato dato ampio spazio.
Oggi per tornare ad avere consapevolezza di un sicuro alleato della buona e fidata informazione occorre portarci a passeggio domenicale il proprio notebook.
Giorgio Bocca nel suo editoriale nell’Espresso dell’11 novembre 2010, descrive un giornalismo suicida pieno di diffamazioni reciproche, di attacchi personali anche di vecchia data tese a fare male. In questo dileggio i giornalisti vogliono apparire più accaniti, più feroci dei loro mandanti proprietari.
Che si tratti di un giornalismo che vuole morire in mezzo ai veleni che sprigiona è evidente a tutti - afferma lo scrittore – anche nella parte di uno dei protagonisti del conflitto. Nicola Porro, vicedirettore del “Giornale” ha detto in televisione: Il “Giornale” parte ogni mattino con due condizionamenti pesantissimi , uno di essere il giornale del padrone, l’altro di avere un direttore che appena sveglio pensa a quali argomenti trovare per aumentare il numero dei lettori . E’ una descrizione perfetta di ciò che non bisogna fare nel buon giornalismo. Il padrone che usa il giornale anche per bassi affari – si legge nell’editoriale - per i mediocri conflitti della lotta politica, e il direttore che cerca gli argomenti scandalosi che piacciono ai lettori, non è buon giornalismo.
Vittorio Feltri – direttore editoriale del “Giornale” non perde occasione per ribadire che con il suo modo di fare informazione ha diminuito i debiti e aumentato la vendita. Ma ha fatto un giornale dichiaratamente fazioso, dichiaratamente punitivo degli avversari politici del suo padrone, un giornale che incute paura. Neppure negli anni della guerra fredda – spiega Giorgio Bocca – dello scontro frontale con il comunismo staliniano si era arrivati ad una simile violenza. Di De Gasperi, il leader democristiano, si scriveva al massimo che era un austriacante, un deputato di Trento al parlamento viennese, di Togliatti che era l’uomo di Stalin, ma si rispettava la sua vita privata, la sua separazione dalla moglie, la sua relazione con la Iotti.
Ma si dice: Berlusconi è stato sottoposto dalla stampa di sinistra ad una persecuzione inaudita, a migliaia di attacchi a volte di calunnie. Sì, ma come risposta a una sua ostilità senza precedenti verso la democrazia italiana, verso la magistratura, ad una sovraesposizione dei suoi piaceri e dei suoi amorazzi.
Ma c’è sempre una ragione più profonda – riflette lo scrittore – questa durezza polemica, questo colpire l’avversario senza esclusione di colpi deriva anche dal cambiamento della società e dal declino, se non dalla scomparsa, dei valori etici. Nel mondo industrializzato dopo la seconda guerra mondiale valori come l’onore, la fedeltà, il buon nome, la rispettabilità si sono affievoliti fino a scomparire sostituiti da un unico dominante valore: il denaro-potere, la ricchezza che ti mette al di sopra delle leggi e dei giudizi. Chi fa bancarotta non si toglie più la vita per la vergogna – conclude Giorgio Bocca – i colpevoli dei fallimenti dolosi non si nascondono ma continuano a godere dei privilegi della ricchezza. Non esistono più limiti al generale massacro.
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