. Vado tirando la fune – Il lavoro questo (s)conosciuto
di walter maccari
La Costituzione Italiana apre le sue memorabili pagine con una nota indissolubile : “ La Repubblica è fondata sul lavoro”. Ho sempre pensato che l’attività non possa essere disgiunta da chi la pratica, in questo senso da sempre auspico che la prima parte della “ fondazione repubblicana “ venga modificata con un più aderente assunto: La Repubblica è fondata dai lavoratori”.
Non sarebbe poca cosa, credetemi, anche perché troverei questa dichiarazione più consona anche allo spirito guida dei Costituenti, e inattaccabile da ogni forma di corporativismo ( il quale è bene ricordare come fosse il principio guida dello stata fascista, mutuato da reminescenza medievali ) che troppo spesso torna a fare l’occhiolino come desiderio dell’ impresa di essere padronato senza appello nei confronti sia della forza lavoratrice, sia dell’impianto di programmazione economica. Prova evidente che nella crisi globale molti Paesi si sono risvegliati con grandi adesioni alle politiche protezionistiche della destra. Quando il capitalismo entra in crisi si risvegliano forze demagogiche, nazionaliste e proto-fasciste.
In questi due anni di governo di centro-destra e ormai da c.a. 15 anni che dominano il panorama politico istituzionale dell’ Italia il programma economico di questo Paese è stato più improntato sugli aiuti alle imprese, che ad una compartecipazione generale di aiuti e tassazione facilitata. Tasse e regole sono state stravolte solo per aiutare le “partita IVA” e la dirigenza d’impresa, sia con la cancellazione del falso in bilancio, sia come inciso finanziario, e sia purtroppo con il tentativo di distruggere i diritti civili nelle fabbriche e nelle aziende.
La recente svolta Marchionne ha trovato il ministro del Lavoro ( l’ex socialista Sacconi ) del tutto assente da qualsiasi progettualità ed anche di “terzietà” nella trattativa (che deve rimanere regola) tra il capitale di impresa e la forza lavoro, che è regola del mondo del lavoro.
Nell’incapacità corrente di gestione di una materia che è politica (come afferma spesso il ns Ministro dell’Economia) ma che rimane essenzialmente economica con chiari risvolti nella Programmazione Industriale (assente per c.a 1 anno il competente Ministro) dopo 5 anni di “Finanza Creativa” perseguita da tutti i governi neo-liberisti dell’area “occidentale”, che ci ha portato una crisi mondiale, di struttura e di sviluppo, i nostri “in-competenti” ministri sono riusciti a parcheggiare il carrozzone italiano nella Dottrina Sociale della Chiesa, rispolverando quel Dio-Patria-Famiglia che è stata causa di innumerevoli danni all’inizio del secolo scorso, trasportando molte società che vivevano di una economia contadina ad uno sviluppo industriale cogente, ma rimandando molti dei problemi che una così prepotente trasformazione industriale andava creando espandendo mercato e competizione, assunzione massiccia e spopolamento delle campagne
Una delle considerazioni crescenti in questo inizio millennio e che da sempre segue il concetto pratico del mondo del lavoro nella sua “realizzazione post-fascista” ed anche pre-Rivoluzione del Proletariato, è la pretesa del capitale d’impresa di essere indissolubile e prioritario. Uno dei compiti del Sindacati fin dalla loro nascita è stato invece cercare di far capire che senza “braccia” non esiste lavoro, e che rimane “ velleità” ed intenzione se non una “estremizzazione concettuale” che da sempre accompagna l’economia, se una moderna società non sviluppa allo stesso livello lavoro e condizione lavorativa, impresario e salariato.
Le moderne società industriali si sono trovate in difficoltà in quanto avendo ereditato dalle società manifatturiere del ‘800 i contrasti sociali le tensioni della nascita del moderno proletariato sono arrivate solo alla fine della II° Guerra Mondiale al riconoscimento delle masse lavoratrici quale nuovo soggetto politico ( che rifacendosi al contratto sociale andavano evolvendosi nella presa di coscienza politica frutto di quella rivoluzione d’ottobre che le portò alla ribalta della storia)
Lo sviluppo post marxista (ed intendo Marx il filosofo che per primo “ordina” il lavoro) virando nella concezione social-democratica e nell’ordinamento kynesiano riconosce alle forze del lavoro nell’insieme diritti e doveri e “sistemazioni” pratiche delle differenti ma paritarie energie in campo.
Tra le moderne società nate dopo la fine della Guerra Mondiale il modello giapponese è andato costituendo e riconoscendo delle parità di diritti, che ha portato le aziende a realizzare per i propri lavoratori un sistema di aiuti con la costruzione di abitazioni, asili e luoghi di socializzazione in un welfare universale, mutuato dalle società anglo-sassoni, così che soltanto una crisi di sistema porta le aziende a licenziamenti e chiusure definitive, permettendo una “pace sociale” che si è dimostrata componente essenziale per lo sviluppo e la crescita delle aziende e dei lavoratori.
In Italia purtroppo anche per la natura stessa della nostra “capacità produttiva” formata da una miriade di piccole imprese, ancora non siamo stati capaci di costruire questa pacificazione sociale, e l’entrata nell’euro ha drammaticamente acuito le disparità salariali, facendo pagare soltanto ai lavoratori i passaggi obbligati dell’ingresso e la crescita dell’ Unione Europea.
Invece di stabilità è stato realizzato precariato, in luogo di crescita e assunzioni è aumentata la cassa integrazione, invece di sviluppo abbiamo raggiunto il 11% di disoccupazione. L’alta tassazione e il debito pubblico non hanno favorito gli investimenti stranieri e la quotidianità si è riempita di termini “creativi” come PIL e percentuali di spesa, tagli di bilancio e salvataggio di aziende decotte per interessi elettoralistici e crisi che ormai nel nostro Paese è crisi permanente, di sistema e strutturale.
Il libero mercato poi è drammaticamente fallito auspicando una caduta di prezzi dei servizi derivante dalla competizione alternativa. Il privato sostituendosi al pubblico non è riuscito a rimanere competitivo, spesso scaricando sulla collettività i fallimenti dell’impresa, favorito come sempre dalla visione politico-economica di una destra liberista e a-storica. Una delle cause crescenti delle difficoltà che non trovano soluzione politica nel nostro Paese è data dalla mancanza di una “destra storica”, essendo la destra italiana più populista e fascista che non liberale e libertaria.
Una classe politica incapace di trovare delle soluzioni ha creduto di incolpare di volta in volta soggetti diversi quali : la Costituzione, la Magistratura, i Sindacati, i Partiti, quali giustificazione ad una visione economica e sociale rimasta ferma nei temi che invece vanno velocemente trasformandosi ed evolvendo. Tra questi soggetti referenti della società ognuno ha una sua criticità, i partiti innanzi tutto come responsabili della classe di governo, che non riesce a governare i fenomeni e le tensioni sempre presenti nelle società industriali e naturalmente con maggiore criticità dal momento che si è presentata una relazione globale, non più solamente localista per lo sviluppo sociale del Paese.
Del tutto incompetente si è dimostrato anche lo scaricare nella diversità culturale e religiosa il sempre crescente fenomeno di immigrazione. Paesi in forte crescita e sviluppo, fino a ieri considerati del “terzo mondo” stanno diventando protagonisti sulla scena mondiale e fa specie che i ministri economici e anche degli affari esteri non siano stati capaci di “fare una visita” in India, Cina, Brasile in quasi 10 anni di governo.
Una metà del Mondo è migrante in cerca di benessere e sviluppo e sta fuggendo dalla fame e dalle guerre, non possiamo noi rappresentando quelle società che per circa 2 secoli si sono proposte come modello civile e democratico, rifugiarsi in tendenze nazionalistiche e “razziali” per affrontare un fenomeno che è fenomeno epocale.
Tutta questa instabilità è caduta sui lavoratori e sull’organizzazione del lavoro. Enti e sistemi appaiano antiquati e la società civile sta lentamente elaborando sistemi di partecipazione del tutto differenti dalla rappresentanza 900esca; gli stessi partiti sono in via di trasformazione e quasi non più sufficienti nella loro tipica organizzazione ad essere il luogo di una rappresentanza sociale che non è più lo specchio civile pre-industriale e globali sta. I moderni partiti cadute le differenze ideologiche, in luogo delle “immagini di riferimento storico” hanno inserito simboli “naturali” meta-storici quali cespugli, animali e logos acronimi nel tentativo surrettizio di “interessare” e coinvolgere i possibili iscritti, mutuando così particolarità che rappresentano delle soggettività instabili e precarie.
La divisione maggioritaria che si è presentate nel nuovo assetto politico e che sta cercandio di fare breccia anche nel mondo della rappresentanza lavoratrice e sindacale deve superare l’ ingiusta rappresentazione delle contemporanee identificazioni , che sono state forzate da una classe politica –menageriale – settoriale , che ha rimosso o rivisitato l’asse portante della nostra Costituzione, forzando scelte rimandate che ancora impediscono un salutare sviluppo del nostro Paese., rifacendosi sempre allo scontro tra un mondo cattolico centrista e il mondo “civile” progressista o rivoluzionario. ( Il termine viene da me usato come espressione di alterità e cambiamento)
Il lavoro al dunque, da necessario e indispensabile strumento di partecipazione e di identità civile, si è trasformato in ( luogo di) espressione di un disagio sociale che fa ben vedere il percorso che questa nostra società liberista ha iniziato a perseguire. Lavoro che è divenuto indeterminato, precario, a progetto e “delocalizzandolo” viene infine negato
L’interesse è l’immediato, la mancanza di un progetto di lungo termine squalifica le professioni e i mestieri l’individuo è ricattabile. Le scuole e le Università sono trasformate in parcheggio di capacità e attitudini, privandole di confronto e ricerca nell’evidente migrazione di uomini e cose, dissanguando e depredando energie sociali ed economiche che risulteranno scommesse perdute in partenza, dal momento che la politica sta soccombendo alla Finanza e non è più capace di aggregare energie che crescano per superare le difficoltà contemporanee.
Questo lo scenario presente per lo storico rifiuto di scelte socialiste e di partecipazione.
continua
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