Storia della Rivista D.E.A. VII(i)

Venerdì 12 Febbraio 2010 17:12 Simone Rebora
Stampa

5. Il 1994 (espressione)

 

Nell’anno 1994 la “E” di espressione raggiunge il suo culmine all’interno della rivista “D.E.A.”: due numeri sono interamente dedicati al Concorso Fantine (oltre al già citato numero quattro, anche il primo presenta un ‘inserto’ di notevoli dimensioni: 16 pagine su 24 per la «Fantine Libera l’iDEA»), ma anche negli altri, è evidente un notevole ‘squilibrio’ nella scelta degli argomenti, che avvantaggia costantemente (con l’unica eccezione del numero 6) le componenti espressive.

 

Il numero 1 accompagna al già citato inserto una serie di articoli riguardanti le mostre in Firenze e presso il centro D.E.A., reportage e inchieste ‘antropologiche’ che si concentrano sui più esotici prodotti culturali… insomma, anche al di fuori del Concorso Fanzine, le componenti espressive dominano questo numero della rivista. Si apre infatti con la presentazione dell’opera di un’artista «fiorentina d’adozione», Elisabeth Chaplin, le cui opere furono esposte in una fondamentale retrospettiva: «Con 85 opere esposte a Palazzo Vecchio e selezionate da Giuliano Serafini, il quale è da considerarsi il miglior critico, il riscopritore attuale, l’amico degli ultimi cinque anni (1977-82) di Elisabeth, il visitatore può spaziare piacevolmente nel tempo sull’operato dell’artista la quale risentì del Simbolismo Francese, insieme al Rinascimento fiorentino.» («L’artista Elisabeth Chaplin», di Carmelina Rotundo, p. 3). Ma anche l’articolo di Silvana Grippi, nel descrivere le particolarità di quelle «Culture sommerse» (p. 4) come gli zingari, apre un’interessante parentesi ‘espressiva’, dedicandosi ampiamente al «fenomeno culturale conosciuto come Flamengo»: «I gitani arrivarono in Andalusia e vi installarono le loro tende, ma in questa terra restarono liberi e continuarono a cantare rivolti al sole e alla luna innamorati di spazi infiniti: “terra che canta, terra di uomini che hanno nobiltà e rabbia”».

Superata la parentesi del Concorso Fanzine, a pagina 17 sono i due scritti (una lirica e una prosa) di Maria Grazia Travelli e Laura Turchi, due trasfigurazioni di ambienti e situazioni urbane: «La strada» che, nei versi della Travelli, «si accende del suo stesso varietà / su paralleli indirizzi / che non si incontreranno mai.»; e la grigia routine di un impiegato, che, nel racconto della Turchi («Racconto d’inverno – ovvero L’anima di un impiegato»), viene frantumata da un desiderio incontenibile di libertà e ribellione: «L’impiegato lasciò la giacca sulla sedia, e per niente rassicurato dallo stipendio fisso e dalla moglie fissa, per niente rassicurato dal fatto che qualcuno lo considerasse un privilegiato, scese le scale del palazzo municipale ed uscì. Non sappiamo dove sia andato. Di certo lì non è più tornato.»

Seguono le presentazioni delle mostre presso la Galleria D.E.A. (pp. 18-19): da segnalare la ricchezza del calendario, che presenta, in un intenso susseguirsi di date (in genere tre appuntamenti al mese), i più diversi stili ed artisti – molti dei quali emergenti, e di provenienza internazionale. Chiude il numero la rubrica «Attività culturali a Firenze» (p. 20), a cura di Franca Pilati.

Nel ‘cuore’ della rivista è l’inserto «Fanzine Libera l’iDEA», racchiuso all’interno di una ‘seconda copertina’: quattro pagine (l’equivalente tipografico di un foglio) in carta pergamenata e non numerate, che separano le composizioni dei partecipanti al concorso dai restanti contenuti della rivista. Sulla prima di queste ‘pagine fantasma’ (inserite rispettivamente tra le pp. 4/5 e 16/17) è ripetuta l’immagine della copertina ‘ufficiale’, segue poi l’elenco dei premiati, mentre due suggestivi disegni chiudono l’intero inserto.

I testi riportati, vincitori del concorso o semplici segnalazioni, denunciano chiaramente il loro carattere ‘amatoriale’, accostando a prodotti anche di alto valore, molti tentativi incerti o malriusciti. Posso condividere le scelte della giuria che, nel settore «poesia», ha consegnato il Primo Premio ad Alma Borgini, con la lirica «Una notte e lo specchio» (p. 5) – un testo molto sentito e profondo, una riflessione amara ma ricca di suggestioni (con venature quasi montaliane); vincitore della sezione «prosa», è invece il racconto di Vanni Jahier «Vi pioverò adosso» (p. 7): un divertito (ma a tratti infastidito) gioco d’autore su una realtà fantastica, in cui le anime dei morti, vivendo sulle nuvole, le controllano e le usano per ‘vendicarsi’ della stupidità degli uomini sulla terra (per esempio, contro i «Budda da spiaggia con occhiali da sole e cappello in testa»). Tra le restanti segnalazioni, una particolare menzione merita il racconto di Mariella Braccini, «Stile» (p. 14), un’elegante trasfigurazione allegorica della volubilità e dell’insensibilità insite nel ‘sistema della moda’: il protagonista, visitatore del paese ‘perfetto’, espone i propri dubbi alla sua accompagnatrice: «“E i vecchi?” le chiesi. Per la prima volta lei si fece appena pensosa: “Oh caro” mi disse “è ben lontano il paese da cui vieni” […] “Rigenerazione. Eutanasia” disse ancora “A nessuno di noi è consentito invecchiare”.»

 

Nella prima metà dell’anno, l’attività di promozione artistica della rivista prosegue intensa. Il secondo numero, nell’impostazione più internazionale, propone una «rassegna cinematografica sul Paese delle nevi», il Tibet (articolo di Angelo Bonfiglio, p. 5) – confermando il costante interesse di “D.E.A.” per questo paese vittima delle politiche di potenza, ma in un’ottica più vicina alla “E” di espressione. Grande spazio poi è dedicato alle recensioni di ultime pubblicazioni, come Storia di un eroe di Franz Amato (recensione di M. A., pp. 6-7), una «favola dotta» che, dietro il suo «involucro esterno», cela un insegnamento fondamentale, una critica decisa ed efficace a tutti i ‘paradisi artificiali’ creati dalle droghe. Un libro che vuole (come recita la finale citazione di Kafka) «“essere una piccozza per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”». L’altro libro recensito, Stella Mia di Fedora d’Errico (nota critica di Marcello Fabbri, p. 7), rivela la vena poetica della nuova direttrice della rivista, che si nutre della «invenzione spontanea – nell’attimo – degli accostamenti imprevisti e imprevedibili, dove l’audacia non gioca a danno della credibilità».

Il profilo di Bino Bini («Tra due parentesi: il rosso e l’azzurro» di Carmelina Rotundo, pp. 8-9), scultore, orafo e medaglista, celebre per la creazione delle monete di S. Marino  («Per la piccola Repubblica, oltre le monete d’oro Bino Bini realizza, nel 1975, tutta la monetizzazione a corso legale, un lavoro che per immagini con gli animali sviluppa il tema dell’amore.»), è un’interessante parentesi su una forma d’arte spesso sottovalutata, ingiustamente umiliata dal suo valore d’uso, dall’ambito ordinario in cui le sue opere circolano abitualmente. Ma la numismatica è forma d’arte che non ha nulla da invidiare a tutte le altre: « “Bino Bini, si sente prima scultore, orafo o medaglista?” “Difficile scindere le tre cose, in tutte e tre ci metto amore… e forse tutte e tre si assommano […]. Son tre cose, per me, meravigliose”».

La sezione «Poesie e Racconti» raccoglie scritti molto eterogenei, ma ognuno a suo modo stimolante per il lettore. Si inizia con la «Avventura psichica» di Nicolò Filippini (p. 10), un racconto di vita vissuta, visto dalla prospettiva ‘sbilanciata’ di una donna che soffre di disturbi psichici – un’occasione per entrare nei meccanismi spesso imprevedibili delle menti ‘disturbate’, analizzandoli da vicino. La forma del racconto, forse anche allo scopo di permettere una migliore immedesimazione del lettore, è spesso scabra e inelegante, ma il risultato finale è di forte efficacia. A questa storia forte e disorientante, si accostano poi gli scritti di Carla Martini (p. 11), due divertiti ‘giochi letterari’ che sfruttano proprio la corrosività dell’ironia per mettere in luce le contraddizioni del mondo politico e culturale del periodo (da «La cimice»: «Artigiani, piccoli commercianti cercano santo in paradiso specializzato in grazie fiscali […] Ex Segretario di partito cederebbe lussuosa villa in Tunisia, località Hammamèt, a chi gli ritrova il psi»). Con il racconto di Fedora d’Errico («Gli zingari», p. 12) lo sguardo si sposta al problema della difficile integrazione delle culture zingare all’interno del tessuto culturale ‘dominante’. La d’Errico qui narra una storia d’amore mancata tra un giovane italiano e una «piccola gitana», in una prosa a tratti molto elegante e suggestiva, carica del fascino notturno del mondo gitano, e culminante in una scena onirica e simbolica.

La rivista si chiude con la sezione «Nuove Forme Espressive», che include un saggio di grande intelligenza critica, dedicato all’opera dell’artista Milena Barberis («Lo Spazio Sensibile» di Franca Nesi, p. 15), una pittura «che va al di là della figura; la sorpassa, entra a scandagliare i segreti dell’animo e si colloca quindi nella più vivace contemporaneità artistica». Continua anche la promozione degli eventi culturali in Firenze (con la «Rubrica Culturale» di Franca Pilati, a p. 16; e il «Programma Mostre» del centro D.E.A. a p. 14).

 

Nel terzo numero, la componente ‘impegnata’ si fa più abbondante: tutta la prima parte è dedicata alla questione dell’apertura notturna delle biblioteche in Firenze, ricollegandosi alla petizione avanzata l’anno precedente. Ma, all’interno di questa parte ‘attiva’ della rivista, si inserisce – non così gratuitamente – un estratto dal Secondo diario minimo di Umberto Eco, «Come organizzare una biblioteca pubblica» (p. 5), un gustoso divertissement che, in forma di regolamento, elenca tutte le cose che non dovrebbero accadere in una biblioteca ben organizzata. Un gioco all’assurdo che, nella propria irrealtà, rivela invece molte delle reali contraddizioni esistenti all’interno del sistema bibliotecario nazionale («4. Il tempo tra richiesta e consegna dev’essere molto lungo. […] 9. L’ufficio consulenza dev’essere irraggiungibile. 10. Il prestito dev’essere scoraggiato. […] i furti devono essere facilissimi. […] 17. Possibilmente, niente latrine.»).

La sezione «Nuove Forme Espressive» (pp. 7-8), sempre a cura di Silvana Grippi, da questo numero «si avvale di altri collaboratori» (tra i quali Fedora d’Errico e Gigliola Caridi), cui sono dedicati i singoli saggi ed articoli sull’opera degli artisti ospitati presso la galleria D.E.A. o in Firenze. A Silvana Grippi resta comunque l’introduzione complessiva, che, ancora una volta, assume carattere programmatico: «Il mio intento è sempre stato quello di andare oltre l’individuo/artista anche se è difficile scindere la sensibilità personale dell’individuo dal tracciato storico/artistico». A pagina 9 continua la promozione delle mostre del centro D.E.A., con il «Programma Mostre» (p. 9) di Maggio-Giugno-Luglio: 9 esposizioni in tre mesi, a confermare ancora una volta la grande attività di promozione artistica del centro socio-culturale, che, al primo Agosto, può già contare 27 esposizioni. Nella stessa pagina è la presentazione del libro «La chiave delle note misteriose» di Fedora d’Errico, un’opera che intende divulgare, «in un linguaggio semplice e chiaro», le «più popolari opere liriche di Puccini, Verdi e Giordano». Altre recensioni sono alle pagine 12 e 13, dedicate al libro Mia nonna, Elena di Bombe di Lucia Bruni (con tre «Stralci dalle presentazioni», presso la Sala dei Consoli in Firenze, la Biblioteca Pubblica di sesto Fiorentino e il Centro Anziani di Rifredi) ed alle raccolte poetiche di Angela Bigagli, «In mezzo al cerchio» (recensita da Franco Manescalchi) e «Tre voci e una mano» (da Piero Civitareale). La poesia della Bigagli, come afferma Manescalchi, fu scoperta da Carlo Batocchi, che la definì «la campaniana», sottolineando il carattere ‘orfico’ della sua ispirazione.

La decima pagina è interamente dedicata ad Angela Batoni, cantante di «canti di popoli nomadi e diversi…», la cui attività artistica, ancora oggi e da più di vent’anni, permette al pubblico comune un primo incontro con le più diverse culture internazionali, soprattutto le ‘minoranze’ e i popoli nomadi: «zingari, bulgari, ebraici, yiddish, baschi, sefarditi».

A pagina 11 torna la consueta vena ironica di Carla Martini con «Trucioli», un collage di prose e liriche a tratti beffarde, ma non prive di momenti riflessivi e nostalgici (come nei ricordi di «Profumo di nonna», in cui l’autrice rievoca la figura della nonna appena morta, tramite un processo quasi proustiano, con i profumi e i sapori dell’estate).

Il numero si chiude con la rubrica di Franca Pilati (p. 16), la cui costante attività divulgativa mantiene il lettore sempre aggiornato sulle ultime novità nella vita culturale fiorentina.

 

Simone Rebora

Share