7.2 Il 1994 (espressione - continua)
Il quarto numero dell’anno, dal punto di vista dei contenuti, porta poche novità: in sostanza viene ripetuto ciò che, nel primo numero, costituiva l’inserto «Fanzine Libera l’iDEA», con le liriche e prose premiate nella prima edizione del concorso. Nella sezione «Poesie» torna «Una notte e lo specchio» di Alma Borgini (primo premio), seguita dalle liriche di Andrea del Lungo (secondo premio) e Maria Pia Galante (terzo premio); e nella sezione «Racconti» Vanni Jahier («Vi pioverò addosso», primo premio), Patrizia Favaron («In Marocco con Gis» secondo premio) e Lucia Assirelli («Camilla», terzo premio). Un’unica piccola differenza di posizionamento premia proprio la più interessante tra le prose ‘segnalate’, «Stile» di Mariella Braccini, avanzata in prima posizione, subito dopo il ‘podio’ dei tre vincitori. Ma lo spostamento, forse, può essere imputato a semplici necessità di impaginazione, più che a un vero riconoscimento di merito.
Ma questo numero speciale è arricchito anche da brevi sezioni dedicate ai premiati delle altre categorie (di cui, nel primo numero, erano presentati solo i nomi e alcune foto scelte per la copertina). Alido Contucci è il vincitore della sezione «Reportage fotografico», con «La baraccopoli di Via Prenestina a Roma» (p. 12), tentativo di ritrarre una realtà difficile, martoriata dalla povertà, ma anche dal senso di paura e rifiuto che la accompagna. Nel breve spazio a lui dedicato, Contucci racconta la propria esperienza diretta nella baraccopoli, non priva di difficoltà: «Era il giorno dopo una retata dei carabinieri. I carabinieri avevano ispezionato e distrutto diverse baracche e gli abitanti della baraccopoli mi accolsero bruscamente. Gli abitanti erano molto diffidenti e avevano paura di essere fotografati e apparire sui giornali.» Il «Settore assemblaggio» vede premiato il progetto Patio Sivigliano, una variegata esposizione di «Pittura, ceramica e fotografia per la prima volta insieme», un «assemblaggio di arte varia che vuole essere un primo momento di espressione comunicativa» (p. 13).
Ma queste sezioni si rivelano anch’esse un doppione di quanto già apparso sui numeri precedenti di “D.E.A.”: per la precisione, questi ultimi due brani erano nel numero 5/6 dell’anno 1993 (p. 5). In conclusione, questo numero speciale, pur rappresentando un momento di decisa svolta verso la “E” di espressione, al contempo segna un momento di sospensione, forse anche giustificabile dalla sua uscita nel periodo delle vacanze estive.
Ma questi primi segni di cedimento saranno confermati dal «Corsivo del presidente» (p. 2) del quinto numero: un ‘tragico’ editoriale, che la stessa d’Errico cercherà in seguito di ridimensionare, dopo aver constatato il suo effetto immediato sui soci e sugli abbonati (cfr. 1994/6, p. 3). La d’Errico infatti, in questo breve corsivo, non lesina critiche a collaboratori inaffidabili («constatando […] l’assenteismo dal volontariato da parte dei soci, attività fondamentale e doverosa, non sappiamo su chi fidare») ed annuncia decisioni tanto dolorose quanto necessarie («Naturalmente anche gli sviluppi politici degli ultimi tempi hanno contribuito, con la repressione economica, a determinare la decisione di chiudere la Galleria»). La scelta di «cedere lo “scettro” [della presidenza] per motivi strettamente personali», si accompagna a un breve bilancio dell’anno trascorso, dominato da un senso di sfiducia e stanchezza: «I problemi che emergono nell’ambito di un’Associazione socio-culturale sono numerosi e onerosi e richiedono forte responsabilità per cui quando manca la collaborazione collettiva divengono ancora più difficili e sfibranti». L’esperimento della presidenza d’Errico, iniziato con i migliori propositi, sembra essere qui arrivato al suo punto di collasso, bloccandosi proprio nel momento in cui l’Associazione e la rivista avevano raggiunto il massimo livello di efficienza. La scelta di chiudere la Galleria, per esempio, giunge dopo un inizio anno vertiginoso (con la straordinaria media di un’esposizione ogni 10 giorni), e potrebbe a prima vista apparire ingiustificata. Ma, riconsiderando a posteriori quel glorioso periodo della Galleria dell’Immagine, sarà forse necessario rivalutarlo con la giusta cognizione di causa: la scelta di moltiplicare le esposizioni, infatti, oltre che a un puro bisogno di promuovere l’espressione artistica, può anche essere imputata a una reale necessità economica dell’Associazione, pronta a sfruttare ogni valida occasione di autofinanziamento. Ma le difficoltà evidenziate dalla d’Errico (soprattutto l’assenteismo dei volontari, che impediva una regolare apertura della Galleria) resero necessaria questa sofferta decisione.
Ma l’abbandono della d’Errico segna anche una decisiva svolta nelle inclinazioni della rivista: se nella prima metà dell’anno le componenti artistiche erano state decisamente privilegiate rispetto a quelle sociali e ‘impegnate’, da questo momento in poi si assisterà ad una decisa inversione di tendenza. La d’Errico, come scrittrice e poetessa, aveva portato in “D.E.A.” la propria sensibilità letteraria e artistica, ma aveva forse anche contribuito a piegare l’impostazione generale della rivista. Il suo abbandono, quindi, segna un momento di riequilibrio tra le forze dominanti, ma, nell’anno 1994, comporta anche una violenta frattura tra due fasi estremamente diverse l’una dall’altra.
Se sfogliamo le pagine di questo quinto numero, infatti, possiamo constatare la quasi totale assenza di componenti puramente ‘creative’, mentre è privilegiata la funzione informativa (sociale e culturale, in egual misura). In questo campo, quindi, si inseriscono le due recensioni di libri a pagina 6: la prima, scritta dalla d’Errico, tratta della raccolta poetica di Mila Baldi, Il mistero di un sogno, ed è forse il momento letterariamente più alto del volume. La poesia della Baldi «intende proteggere la sua interiorità, rimasta incorrotta, lanciando messaggi esistenziali con pacata malinconia nella genuina speranza di scoprire che non tutto si dilegua ma qualcosa resta»; e la d’Errico ne sottolinea i momenti di maggiore suggestività, salvo poi forse svelarne l’implicita illusorietà: «il suo tema dominante resta il bisogno di oblio, oblio negli abissi, nelle ombre, nel mare per mitigare la fatica di comprendere il perché l’essere è costretto alla continua ricerca di un qualcosa per poi perderla e cercarla ancora, riperderla e restare con il vuoto assoluto.» Un’analisi fredda e disincantata, che indubbiamente risente del clima in cui fu scritta. Ad essa si accompagna la recensione a Notturni falò (di Stefano Marcelli), reportage fotografico di Paolo Felicetti e Silvana Grippi: un viaggio nel mondo dei «vagabondi e senza Stato», attraverso fotografie che «indagano l’identità Rom alla ricerca di fratellanze e similitudini»; e l’anima gitana è splendidamente sintetizzata nei versi di Paolo Felicetti: «Nei suoi neri / occhi profondi / s’intravede il chiarore / di notturni falò / che scaldano il cuore / di nomadi vite, / ricordi ancestrali / di storie passate / che affiorano a sprazzi / dal magma del tempo» («Gipsy Queen»).
L’attività di informazione culturale prosegue a pagina 12, con la presentazione di due mostre presso la “Galleria dell’Immagine” (contro la media di 9, nei numeri precedenti) e una esposizione alla Biblioteca Pubblica di Sesto Fiorentino. La drastica diminuzione del numero permette una più distesa analisi dei contenuti, affidata alle voci attente ed esperte di PinaVicario e Fedora d’Errico (che presenta le due mostre al centro D.E.A.: «Energia che si libera nel colore» di Rita Raschillà ed «El azteca interior» di Rocio Amozurrutia). A pagina 14, Mirella Tonellotto presenta la mostra «Henri de Toulose Lautrec a Verona», raccontandoci la difficile esistenza di questo artista francese da un punto di vista molto particolare, che privilegia l’approccio personale alla sua opera. Carmelina Rotundo, invece, introduce il lettore alla mostra «Tesori reali di Danimarca 1709 – Federico IV a Firenze» (presso Palazzo Pitti), con un dettagliatissimo articolo di forte impostazione storicistica («Favola o realtà? Realtà o favola?», p. 15). Chiude il numero la consueta Rubrica di Franca Pilati (p. 16).
Le uniche pagine veramente ‘creative’ sono quelle di Tullio Simoni (p. 10), che accosta riflessioni geometrico-architettoniche («La teoria del Filipponi», sulla cupola del Brunelleschi) a excursus linguistico-etimologici («Verso il ritorno alla essenzialità dell’espressione», una serie di definizioni della parola “essenza”, tratte dall’Enciclopedia Treccani), disegnando così un percorso ideale verso la essenzialità figurativa. L’altra metà della pagina è infatti occupata da un disegno in linee bianche su sfondo nero («Finalmente uguali!»), che ironicamente propone una con-fusione tra l’immagine stilizzata del maschio e quella della femmina. Un percorso di indubbia originalità, che sfrutta la rielaborazione dei collegamenti ‘logici’ del discorso, per sviluppare un messaggio imprevedibile, ma al contempo ‘essenziale’.
Altra pagina ‘creativa’ è quella di Carla Martini (p. 11), efficace e ironica come sempre, ma forse meno felice nella resa satirica. Sembra infatti che le componenti ‘impegnate’ della sua scrittura abbiano letteralmente surclassato quelle espressive: se nei suoi primi lavori, la creatività agiva libera sugli elementi più variegati, qui le componenti politiche (nella poesia «A Gigi») e di polemica sociale (nella raccolta di brani satirici «Tre croci») sono indubbiamente preponderanti, e a tratti piegano la felicità dell’invenzione verso risultati troppo prevedibili e guidati. Un discorso simile – sulla preponderanza dell’impegno – può essere fatto anche per Gigliola Caridi, che compare a pagina 9, ma nell’inconsueta figura di opinionista, con il breve inserto «Dalle prime pagine “Fatti caldi” e “Degni di nota”», un insieme di brevi e incisive ‘considerazioni a caldo’, non prive di risvolti ironici e parodici. Insomma, quando anche la poetessa del ‘verso puro e distillato’ si dedica all’attualità, è segno che qualcosa sta cambiando, nell’impostazione della rivista.
Nell’ultimo numero dell’anno, torna la pura creatività, con due pagine interamente dedicate a racconti e poesie (pp. 14-15). Tra le liriche, spiccano i due componimenti di Isabella Horn (parte del volume La morte Quotidiana, pubblicato presso le edizioni Edidea), due violente contrapposizioni di realtà vicine e inconciliabili: in «Sabato notte», il mondo del divertimento e delle discoteche osservato dall’occhio di un barbone («sfavillio di luci, / mentre un mucchio di sonno encioso, / avviato alla morte / s’inzuppa di pioggia», p. 15); in «La macchia», un gattino randagio spiaccicato sulla strada, mentre le macchine passano indifferenti per raggiungere il mare vicino, il sole, la spiaggia… («e qui, sul grigio asfalto, / fra poco, uno sciame di mosche / calerà sulla macchia di sangue / sulla carogna sventrata di un gatto / un bel gatto nero, randagio… / il suo pelo brilla ancora come pietra»). Un poco più ingenui i versi di Firidori Vincent Depaul (anch’egli pubblicato presso Edidea), un inno al viaggio gioioso e pieno di fiducia: «Viaggerò senza sosta / e nel paese dove la felicità è un patto leale / eleggerò dimora» (p. 14). Tra le prose, da segnalare l’originale inventiva di «Viaggio con la mente» di Salvatore Romano (p. 15), un racconto in chiave quasi calviniano-borgesiana, indebolito però da una forma fin troppo colloquiale, specie di fronte alle smisurate invenzioni onirico-geometriche sviluppate dal protagonista, di fronte a un semplice «mq di terra erbosa». Molto più equilibrato, in questo senso, il racconto di Antonio Salerno («Laura», ibidem), una commossa rievocazione del primo incontro con l’amore della propria vita, un amore vivo ed eterno, al di là della terribile malattia (la leucemia) che lo affligge.
Di notevole valore è anche la riflessione teorica di PinaVicario, «Poesia: espressione metrica o linguaggio dell’anima?» (p. 13), un tentativo di definire la natura profonda di questa fondamentale forma di espressione umana. Ma il primo impulso teorico si scinde nelle righe dell’articolo, in una successione di citazioni e definizioni contrapposte: quello che insomma la Vicario intende sostenere, è la irriducibilità della poesia ad un’unica definizione. E la conclusione del discorso è logicamente lasciata alla voce stessa dei poeti (Luzi, Sereni e Ungaretti), nella cui unicità si disperde ogni tentativo di ricondurre l’ispirazione poetica ad un principio comune.
Fuori da queste tre pagine, le componenti ‘impegnate’ della rivista tornano preponderanti. Carla Martini, con «Martinidry – Lo stranamore di Humbert & Sylvia» (p. 11) tocca forse il fondo della propria produzione, con una parodia del mondo politico-televisivo del periodo, in cui si alternano le voci di tutti i protagonisti della ‘Seconda Repubblica’, trasfigurati in personaggi da ‘soap opera’. Ma l’intento polemico è inficiato dalla forma che, pur volendo condannare le logiche e i linguaggi dello spettacolo, se ne serve inopinatamente e acriticamente – generando una comicità ‘alla Bagaglino’: con travestimenti, doppi sensi, battute ‘volgarucce’… Segno, ancora una volta, che la libera creatività della Martini, quando troppo ‘guidata’ da ideologie impegnate, perde gran parte della propria efficacia.
All’insegna dell’impegno è anche l’articolo di Marika Patroni Griffi sul capolavoro di George Orwell, 1984 («George Orwell aveva ragione», p. 10), in cui, ironicamente, l’otto è sostituito con un nove, e il 1994 diviene l’anno in cui la profezia del «Grande fratello» si è realizzata. Tacciamo le implicazioni che, oggi, una riflessione di questo tipo potrebbe comportare: in una società che, permeata dalle logiche dello spettacolo, ha trasformato l’odiosa immagine del dominio in una occasione di divertimento e realizzazione personale, dimenticando molto spesso da dove quell’immagine provenga, e che cosa effettivamente rappresenti.
Le attività della Galleria D.E.A. segnano in questo bimestre un’ulteriore diminuzione, con la presentazione di una sola mostra, recensita da due autrici («Xhovalin Delia alla Galleria “DEA”», di Pina Vicario e Fedora d’Errico, p. 12). Per quanto riguarda gli appuntamenti in Firenze, prosegue regolarmente la Rubrica di Franca Pilati (p. 18), mentre Fedora d’Errico segnala il successo internazionale del poeta fiorentino Marcello Fabbri, recentemente tornato in patria, dopo una serie di conferenze nelle università americane («Segnaliamo», p. 12).
Simone Rebora
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