L'ultimo atto di Indian Wells 2025, Sabalenka vs Andreeva, non poteva che finire così, perché l'appuntamento con la storia sportiva, quando hai 17 anni, non lo puoi sbagliare. La finale comincia che sembrava in corso già da sempre: Sabalenka che maltratta la palla, che spinge e soffia come un mantice. Le sue grida belluine rimbombano come cannonate grazie ad un sistema di amplificazione che ha il chiaro scopo di strapazzare il telespettatore. Sembra sbranare la pallina, con quelle urla, come se non bastassero le randellate che mena. È una furia.
Ché le tocca annullare ben quattro palle break in apertura di match ma conquista il primo set senza nemmeno riprender fiato. Né lei, né Andreeva. Il 6-2 sembra definitivo.
E invece.

E invece anche il secondo set si apre con tre palle break che l’adolescente russa non riesce a trasformare. E Sabalenka picchia, e picchia, e massacra la palla, e massacra il campo e ogni cosa si frapponga fra lei e tutto il resto. Gli sguardi che lancia al di là della rete mentre si accinge alla battuta incenerirebbero un cinghiale. E la ragazzina, laggiù in fondo al suo lato di campo, riesce pure a rimettersi in riga, per carità, a macinare il suo gioco che alterna difesa a tutto campo e deliziose smorzate che sembrano veroniche, dribbling del Pelè più ispirato ed iconico. Ma sembra che possa crollare, da un momento all’altro. Invece, al diciannovesimo tentativo, Andreeva si prende il primo break in assoluto nei confronti della bielorussa (non era mai successo: tutte le altre palle-break avute in carriera contro Aryna non le aveva mai trasformate): lascia sfogare Sabalenka, che continua a sbagliare parecchie delle sue bordate, e poi piazza un dritto all’incrocio delle righe che la tigre bielorussa non può far altro che salutare con la manina. Si va al terzo, dopo il regolare 6-4 per la russa.
Al terzo set Andreeva mette insieme colpi deliziosamente lavorati, difese efficacissime (prende tutte le martellate della sua avversaria e gliele rimanda una dopo l'altra, una dopo l'altra…), accelerazioni magiche che niente hanno a che vedere con i colpi morti di Sabalenka il cui continuo drammatico bombardamento finisce per infrangersi anche contro una maledetta fretta, un nervosismo che la (auto)estenua. Si disunisce; pigola.

Colpi morti che servono, simbolicamente ma non proprio fino in fondo, a far male e non invece ad ottenere il punto. Si farà male da sé, questa Serena Williams in tono minore, una furia che attraversa il campo da parte a parte, chiamata dai colpi della sua giovane avversaria a perdersi sul cemento californiano come se fosse una selva oscura.
Ed eccolo quindi, questo terzo definitivo set, che sembra svolgersi preciso e “da manuale” come un gioco da tavolo, un Monopoli o un Risiko: Andreeva disegna traiettorie di una precisione geometrica (alle quali la pedina Sabalenka non può che piegarsi) che le permettono di prendersi subito un nuovo break, di perderne un secondo e infine riconquistarlo per avviarsi a chiudere col botto: ipnotizza la tigre, usando la violenza subìta come elastico per respingere ogni colpo. E Sabalenka impazzisce di frustrazione: sbaglia ancor di più, smania e sbuffa (anche se sul finale il fiato si fa più corto, rantola meno) e caracolla senza freni verso una sconfitta che ha il sapore beffardo dell’ultimo break, della resa senza condizioni. Infatti, conquistato a zero il 5-3, Andreeva si mette in risposta e attende; attende con la sicurezza sorniona di chi sa che, comunque vada, toccherà a lei servire per il match.
E invece; un altro invece.
Perché Sabalenka va al servizio sapendo che non può sbagliare ma lascia il primo quindici sulla rete, altrettanto fa l’avversaria. Poi una risposta di dritto di Andreeva che “per fortuna esiste il replay”; un dritto di Sabalenka che finisce nessuno sa dove e il definitivo, delizioso dritto a uscire che porta Mirra Andreeva in cima a Indian Wells. 6-3, game, set, match!
E da stasera si sale al 6° posto della classifica WTA: ben giocati i tuoi diciassette anni - ragazzina - proprio ben giocati.

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