Francis Bacon e la Strozzina

Mercoledì 10 Ottobre 2012 11:48 Elena Davitti
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UN POSTO NELL’ERA CONTEMPORANEA: “FRANCIS BACON e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea” in mostra al CCC Strozzina

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In occasione dell’ottava giornata del contemporaneo di sabato sei ottobre il CCC Strozzina ha organizzato visite gratuite della mostra da poco inaugurata “Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea”, invitando cittadini, curiosi, turisti a scoprire l’universo di significato custodito nelle opere di Bacon e di altri cinque artisti contemporanei - Nathalie Djurberg, Adrian Ghenie, Arcangelo Sassolino, Chiharu Shiota, Annegret Soltau -  che nel loro lavoro di investigazione e creazione si interrogano sul tema dell’esistenza nel rapporto tra individuo e collettività.

La mostra, allestita grazie alla preziosa collaborazione tra il centro di cultura contemporanea di Firenze e il Dublin City Gallery The Hugh Lane, offre ai suoi visitatori la possibilità di percorrere un vero e proprio labirinto esistenziale nel quale l’uomo moderno sembra incapace di trovare una via d’uscita, intrappolato tra forze divergenti che segnano la sua condizione di individuo come perpetuamente sospeso tra paure, sentimenti e desideri.

L’artista irlandese nato a Dublino (1909 – 1992) Francis Bacon costringe le sue figure umane all’interno di spazi geometrici in cui l’uomo si divincola in un movimento contorto nella speranza di uscire da quella condizione di vulnerabilità, tensione ed isolamento nella quale si torva costretto. I lavori e i materiali di supporto recuperati nello studio londinese di Bacon -minuziosamente ricostruito nella galleria di Dublino- ci mostrano la violenza artistica inserita nelle sue opere “in divenire”: corpi attorcigliati, quasi deformati che Bacon crea a partire da capolavori del passato e fotografie, scatti di amici, di conoscenti e dei suoi stessi amanti che diventano il soggetto per i nuovi soggetti dell’artista immersi in un flusso metamorfico in cui ciò che vediamo è il risultato della commistione tra figurazione e astrazione.

Anche Adrian Ghenie (Romania, 1977) ricorre alla commistione di materiali diversi e tecniche pittoriche; nelle sue opere ritroviamo ritagli fotografici, immagini e figure fusi sulla tela per mezzo di una massiccia dose di colore stratificata e lavorata secondo tecniche diverse. Ghenie nella sua rappresentazione della condizione umana considera il volto l’elemento attraverso cui l’uomo esprime la propria individualità.

Individualità che assume le sembianze di Hitler, del “medico dei bambini” dei campi di concentramento quasi a ricreare un collegamento con la realtà del passato facendo riemergere la memoria. I volti di Ghenie, aggrediti e deturpati, entrano in connessione con l’utente che sente riaffiorare quel sentimento di paura ed inquietudine che ha travolto gli anni della guerra.

Con Nathalie Djurberg (Svezia, 1978) il tema del dolore e del male è proposto attraverso installazioni e videoanimazioni in cui i personaggi lavorati in argilla e plastilina si muovono in un ambiente infestato dagli spettri della morte che si insidia nel corpo umano, tra le sue ossa e il suo sangue. I personaggi ci appiano disturbati, sospesi nel vortice tra vita e morte, assaliti da disagi, complessi e ossessioni macabre. In quello che viene definito cinema espanso Nathalie rende lo spettatore partecipe di questa esperienza “obbligandolo” ad entrare in una grotta al cui interno si apre il video o a guardare attraverso la finestra di una piccola casa di campagna.

Percorrendo il labirinto oscuro dell’esistenza ci si imbatte nei photo sewings - ritratti fotografici cuciti - della tedesca Annegret Soltau in cui il volto dell’artista stessa e di altri soggetti è cucito e attraversato da un intreccio di fili e capelli che intrappolano e sezionano il volto in una maschera di carne che ancora una volta invoca la condizione di fragilità e vulnerabilità dell’uomo contemporaneo impegnato in un continuo recupero di frammenti di identità. I fili sono anche il supporto per l’installazione altamente suggestiva e coinvolgente che ci porta ad attraversare un tunnel ricavato da decine di gomitoli srotolati; una vera e propria ragnatela al cui interno sono posizionate alcune delle porte originarie di Palazzo Strozzi quasi a voler creare un gate con il passato. Un passato che, secondo Annegret Soltau, è recuperabile solo attraverso il ricordo, una dimensione nei fatti irraggiungibile così come quelle porte poste al centro del groviglio.

A conclusione della nostra esperienza esistenziale siamo investiti da un sentimento di paura legato all’imprevedibilità e incapacità di controllare fenomeni legati alle leggi della materia e delle forze sulle quali non siamo umanamente in grado di agire. “Escapologia negativa” dagli eventi, dalle forze estreme incontrollabili: due assi di legno ricavati dal tronco di due alberi, gli estremi di una doppia corda di circa 100kl legati ai tronchi, un pistone metallico che agisce con una forza di tonnellate sulle corde mettendole in trazione.

Lo scricchiolio del legno, le venature che si allargano, i fili delle corde che si strappano ogni venti minuti: l’opera di Arcangelo Sassolino è performativa, in movimento, ci trascina in una situazione di rischio nella quale i nostri sensi sono urtati da uno stato di ansia irruente.

Un viaggio interiore, quasi ossessivo, è quello che le opere dei sei artisti ci costringono ad intraprendere fino a mostrarci i tratti più inquietanti della nostra individualità, del nostro essere corpi espressivi, fatti di carne, ossa, centri nervosi, sentimenti e passioni che muovono il proprio “io” nel mondo, in quel terreno che a volte ci angustia travolgendoci di emozioni estreme che non sempre siamo disposti a voler comprendere ma che le opere di “Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea” ci spingono a considerare.

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foto di Sergio Biliotti

 

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 20 Aprile 2014 12:58 )