
La visita era però iniziata all’Arsenale, proprio da quell’opera che dà il titolo all’esposizione, realizzata dall’artista autodidatta Marino Auriti, un’enorme torre-museo in bilico tra il postmoderno e il neoclassico, ovviamente mai realizzata. Il lunghissimo corridoio include anche una sezione curata da Cindy Sherman, con pezzi della sua collezione, e passa attraverso figure umane decomposte, elenchi impossibili, strutture sventrate o sovrastrutturate, con la costante percezione, da un lato, dello stato più fisico e primordiale dell’esistere, e dall’altro, della crescente tecnologizzazione dell’oggi. Una menzione particolare, tra gli italiani, merita a questo proposito Yuri Ancarani, che presenta il suo claustrofobico Da Vinci, video-documentario incentrato sulla chirurgia robotica, dove appunto il più visceralmente umano si mescola col più vertiginosamente tecnologico.


Numerosissimi i Padiglioni Nazionali, sparsi tra i Giardini, l’Arsenale e tutta la città. Anche qui si mantiene molto elevato il grado di tecnologizzazione, ma spiccano in opposizione Padiglioni come quello dell’IILA (Istituto Italo-Latino Americano), dominati invece da semi e spezie, in un’esperienza sensoriale avvolgente. Il Padiglione Italia di Bartolomeo Pietromarchi, costruito sulla tecnica del vis-à-vis, espone invece quattrodici artisti nostrani, accostando in genere giovani e vecchie generazioni: tra le tematiche dominanti, il detrito e le rovine.

Una Biennale d’arte che, in conclusione, offre come di consueto moltissimi stimoli (e guai a quei visitatori che s’illuderanno di poterla esaurire in una sola giornata!). Le critiche non mancheranno, ma Massimiliano Gioni, si potrà dire, ha portato a termine in maniera impeccabile il suo compito, soddisfando da un lato gli emuli votati all’esaltazione, e dall’altro gli spiriti critici pronti a sfoderare il consueto: “proprio non ci siamo!”.
Per DEApress, Simone Rebora
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