Chi era la Musa del DAMS: Francesca Alinovi ?

Martedì 31 Maggio 2022 16:12 ELISA CANTISANI
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Francesca Alinovi, l'azzardo della contaminazione | il manifesto

Nello scenario artistico di ogni genere un fascino particolare lo esercitano sempre quelle che vengono definite ‘meteore’: elementi dalla personalità dirompente e dotati di un talento che non può essere altro che un dono che la natura stessa gli ha fatto. Queste figure, talvolta per un destino beffardo, talvolta per subdola autodistruzione, si spengono troppo in fretta, e chi ne riconosceva il valore può soltanto chiedersi cosa avrebbero potuto fare ancora se avessero avuto più tempo a disposizione. A questo quesito, purtroppo, non c’è risposta.
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Quarantasette coltellate, che le risparmiano il volto e le spezzano la vita>>: è il 15 giugno 1983, in Via del Riccio, nella ruggente, eccentrica Bologna degli anni Ottanta, quando il corpo di Francesca Alinovi viene ritrovato senza vita nel suo appartamento. Coperta da due cuscini, immersa in una pozza di sangue, il corpo dilaniato dalle ferite: al suo ritrovamento è morta ormai da tre giorni.
Sarebbe però riduttivo parlare della Alinovi soltanto in relazione al suo assassinio, che l’ha resa così nota a livello mediatico, senza tener conto della militanza artistica e dell’attività intellettuale di una donna che, per la sua disarmante unicità, si è guadagnata il titolo di “musa del DAMS”.

Bologna, in quegli anni, era davvero ruggente, almeno dal punto di vista artistico: la città era costellata di spazi, luoghi, punti d’incontro, gallerie, dove le più innovative e avanguardistiche forme di espressione vedevano la luce e dove la ricerca artistica raggiungeva livelli elevatissimi. La città era un avamposto della pluralità e della creatività dell’arte contemporanea. Sulla scia delle avanguardie della prima metà del Novecento, nascono movimenti, corrente, tendenze, e al lungo elenco degli - ismi del XX secolo si aggiunge l’Enfatismo. Viene presentato la prima volta sulla rivista Flash Art, nella stessa tragica estate del 1983 che vedrà la sua morte, in un articolo di Francesca Alinovi: critico d’arte, docente al DAMS, donna dalla fascinosa notorietà e “dalle molteplici e disordinate frequentazioni”, era certamente nota a chiunque frequentasse la scena artistica bolognese degli anni Settanta e Ottanta.

<< Gli enfatisti sono un gruppo diviso in sottogruppi smembrati in individualità egocentriche e esclusive. L’affinità nasce per simpatia, e la disciplina produce l’allergia. Il lavoro di tutti, però, è molto disciplinato e accuratamente progettato, e suona come sfida al dilettantismo di tanti artisti “professionisti”. La professione degli enfatisti è quella di professarsi artisti “per natura”, dal momento che loro, figli degli anni ’58-’60, sono nati per avventura già dentro alla cultura, la cultura naturalizzata e l’artificio addomesticato delle soglie del Duemila >>.

Tramite un vero e proprio manifesto Francesca presenta l’eccentrico movimento, dal carattere sfuggente e irrazionale tipico delle avanguardie, che cresce e si sviluppa nello spazio espositivo Neon: Gino Gianuizzi, uno dei suoi creatori, lo definisce un luogo privo di una specifica vocazione, un posto non ben definito, “un progetto coerente pur nella sua vaghezza”, nato dal suo incontro con Stefano Delli, Valeria Medica, Antonia Ruggeri e il torinese Maurizio Vetrugno, che studia anche lui a Bologna. Il gruppo nasce, come si legge nel manifesto “per simpatia”: un’amicizia, un’affinità elettiva prima che una collaborazione artistica. Il merito per la trasformazione di una “banda di sbandati”in un luogo di ricerca artistica e di elaborazione teorica, Gianuizzi lo attribuisce proprio alla Alinovi. Di qualche anno più grande degli enfatisti che si riuniscono attorno alla galleria, è Francesca che, viaggiando da Bologna a New York, incontrerà le nuove esperienze artistiche oltreoceano, le nuove forme di espressività della contemporaneità, e sarà in grado di utilizzare le sue competenze critico-artistiche e la sua esperienza come docente per incanalare l’esplosività del movimento in un progetto definito, chiaro, l’unico modo per garantirne la comunicabilità, fine ultimo di ogni nuova corrente di pensiero.
L’esordio degli enfatisti sarà la mostra Ora!, nella galleria di Cesare Manzo a Pescara durante le feste di Natale del 1981-2. Su uno specchio, nella foto in copertina, la scritta Ora! in tre lingue: oltre all’italiano Ora, il francese Maintenant, il tedesco Nur, l’inglese Now, che darà origine a una nuova corrente culturale, creatura dellaAlinovi, sintomo dell’urgenza e della irruenza della sua esigenza artistica: la Now!-wave: «Ora! E una mostra che deve esserci ora o mai più!».
Il movimento approda poi a Bologna proprio nella galleria Neon, a gennaio e a marzo, durante Arte Fiera. “Neon è stata una galleria-non-galleria, una cosa complicata da definire in effetti, non si sa mai come parlarne” dice Gianuizzi, che racconta di come nei primi anni Novanta, gli anni di Tangentopoli, Neon rappresenti il raduno dei ‘giovani artisti’, vera e propria categoria sociologica di cui si impadronisce il sistema mercantile dell’arte per immettere sul mercato una nuova categoria capace di soddisfare un certo tipo di collezionismo ma non ancora impegnativa come artisti già consolidati.
Francesca stessa si definisce un’enfatista, << perché mi piace enfatizzare su di me >>, scrive su Flash Art. L’enfatismo è per lei “un’enfasi maniacale della quotidianità più accesa”, parole che sembrano una descrizione della sua, di quotidianità, permeata dal carattere esibizionistico e ipertrofico del movimento.
La testimonianza più nota, e che ci dà più informazioni sulla sua personalità e sul suo modo di essere, è quella di Francesco Ciancabilla, allievo della Alinovi al DAMS, il cui rapporto con lei è ancora poco definito: se i diari della docente parlano di una struggente passione carnale per il suo allievo, che presto diventerà per lei molto di più di questo, Ciancabilla ne parla sempre come di una preziosa amica, la più preziosa. Quello che l’ha affascinato, di lei, è stato il suo modo di insegnare arte contemporanea: lo studente la definisce “una grande rappresentazione di sé stessa” durante le lezioni, che viveva come un momento di esibizione, come stesse su un palcoscenico. Anticonvenzionale nel non sedere alla cattedra, nel muoversi lungo l’aula, tra gli studenti, nel rompere la barriera che segna la gerarchia docente-studente per scendere tra i suoi allievi, facilitata forse dalla sua giovane età, forse dal suo carattere ‘enfatico’, per restare in tema. Francesca, la chioma cotonata, il trucco appariscente, viveva la sua vita con l’enfasi che caratterizzava il movimento in cui poi si rispecchierà, e di cui si farà portavoce.
Ciancabilla, che fornisce queste informazioni in una puntata dell’11 settembre 1998 del programma televisivo Storie Maledette, attira subito su di sé le attenzioni e i sospetti degli inquirenti dopo l’omicidio. Il suo rapporto con la Alinovi era certamente un rapporto tormentato e indefinito, ma al contempo era un sodalizio artistico che sarà fondamentale per la carriera di Francesco, pittore talentuoso, e per la sua docente, che con lui assapora a pieno la vita dei “giovani artisti” a Bologna; un sodalizio che diventerà, dunque, una fortissima amicizia.
Quando Francesca verrà uccisa, i due erano in ottimi rapporti, come testimoniato dalle loro amicizie e dalla sorella di lei: eppure, alla notizia dell’omicidio, tutti punteranno il dito su Ciancabilla. Egli, infatti, era stato a casa Alinovi in quel fatidico pomeriggio del 12 giugno, in un lasso di tempo che coincide in parte con quello in cui è stata stimata la morte di Francesca. Dopo venti mesi di carcere preventivo, Ciancabilla viene assolto per insufficienza di prove, ma l’anno successivo, nel 1986, viene condannato a quindici anni di detenzione. In quella che definisce “una fuga da una grande ingiustizia”, Francesco scappa, abbandonando l’università e la sua carriera di pittore, prima in Brasile, poi in Spagna, dove viene arrestato undici anni dopo.
L’ultima sera in cui Francesca è stata vista in pubblico è stata la III Serata Enfatista, che si tenne proprio nel contesto della galleria-non galleriaNeon. Musa di queste serate, Francesca conversava con artisti, pittori e intellettuali di ogni calibro, gli offriva ospitalità a casa sua (“un vero porto di mare”, la definisce Ciancabilla) e otteneva da loro anche un certo tipo particolare di regali: droga, cocaina precisamente, che lei preferiva all’eroina. Ciancabilla sottolinea più volte come questi amici pittori della Alinovi, uno in particolare, potrebbero aver avuto un ruolo determinante nella questione dell’omicidio, omicidio per cui lui, da circa quarant’anni a questa parte, si dichiara innocente. È una storia di passioni, di arte, di amicizie ma anche di fragilità, di inconsapevolezza, di tensioni, che diventa una storia di morte. Chi abbia ucciso davvero la Alinovi, probabilmente non lo sapremo mai, ma sappiamo cosa il mondo dell’arte ha perso in quel giugno bolognese: il potere coesivo e catalizzatore di una mente esperta e lungimirante.
Dopo la morte di Francesca, infatti, l’attività di Neon si fa più sporadica, almeno fino alla fine del 1987. Negli anni successivi assumerà il carattere di spazio non profit per l’arte, sull’esempio newyorkese, dedicando la propria attenzione a quella che sarebbe diventata la categoria del ‘giovane artista’: sarà il luogo d’esordio di Alessandro Pessoli, Eva Marisaldi, Tommaso Tozzi, Luca Vitone, Cesare Viel, e, tra gli altri, il celebre Maurizio Cattelan.

Guardando all’esperienza Neon oggi, Gianuizzi si mostra scettico rispetto alla possibilità di un’esperienza del genere nella nostra contemporaneità:<< A posteriori […] la leggo come un tentativo di spostare e mettere a frutto energie che non avevano più modo di trovare sbocco altrove. In quel momento erano delle esigenze personali che muovevano le cose e le muovevano senza che ci fossero troppi filtri, mentre ora, da molti anni, se non c’è un business plan, se non ci sono delle garanzie, se non c’è tutta una struttura organizzativa e una proiezione nel futuro, una proiezione di successo e di risultato, non si muove nulla>>. Neon è stata ciò che è stata perché frutto della libertà, della flessibilità con cui, in quegli anni e in quei luoghi, si parlava di arte: un concetto estremamente fluido, volubile, che si prestava dunque alle più svariate interpretazioni. Tali interpretazioni, poi, avevano modo di concretizzarsi in spazi dove si guardava all’espressione individuale e collettiva non come ad un motore di meccanismi commerciali, ma come alla creazione di nuovi impulsi e stimoli di pensiero; questo grazie a figure come Francesca Alinovi, Gino Gianuizzi, lo stesso Ciancabilla, e chiunque in quegli anni avesse deciso di fare dell’arte la propria vita.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 01 Giugno 2022 09:56 )