Tunisi: Ahl-Al-Khaf, il popolo sotterraneo

Lunedì 31 Ottobre 2011 13:36
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Ahl-Al-Khaf, il popolo sotterraneo

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Questo contributo è l'esito della conoscenza di giovani militanti e artisti tunisini. Mi è sembrato estremamente interessante restituirvi il lavoro di resistenza del collettivo Ahl Al Khaf. Per scoprire il primo movimento di street art in Tunisia. Per sentire alcune delle tante voci della rivoluzione in divenire. Per una lettura diretta di ciò che è avvenuto ma anche per guardare oltre.

Ecco Ahl-Al-Khaf, letteralmente 'la gente della caverna', attraverso le parole di alcuni degli artisti.

Che cosa è Ahl Al Khaf? 

L'idea di creare AAK c'era già due anni fa ma siamo riusciti a mettere in pratica le idee solo durante la rivoluzione, quando abbiamo fatto graffiti e tag nei sit-in della Casbah. Siamo un nucleo duro di tre persone che abbiamo creato AAK ma di fatto siamo tanti, nelle altre città e anche fuori dalla Tunisia, in Francia, in Italia, a Vienna..

Durante il regime abbiamo fatto per anni un percorso di resistenza nel sindacato degli studenti (UGET). Il collettivo è la conclusione delle nostre letture, delle nostre riflessioni. Sul piano teorico ci hanno ispirato i lavori di Gilles Deleuze, Michel Foucault, Toni Negri, Giorgio Agamben, Edward Said. In particolare, l'idea in “Mille Piani” di Deleuze sulle forme di resistenza al di là del tempo capitalista.

Quello che facciamo lo chiamiamo 'comunicazione alternativa' o, appunto, resistenza. AAK è un movimento artistico-politico. Accademicamente non saprei come definire la nostra arte, perché non è solo pittura o tag o graffiti..ma un po' di tutto. Vogliamo fare intervenire tutte le forme di espressione possibili, c'è un amico che fa musica elettronica, uno che fa webdesign.. La nostra non è l'arte della rivoluzione ma un arte rivoluzionaria. Lottiamo contro il sistema mondiale del capitalismo e dell'orientalismo. Siamo convinti dall'idea dispazio comune, contro l'idea dello spazio dell'arte, dell'arte come profitto. Ci opponiamo fortemente anche all'estetica orientalista

Creare è resistere..

Quello che facciamo sono sperimentazioni di attivismo artistico-politico-sindacale. Il processo rivoluzionario tunisino è stato il momento per iniziare a mettere in pratica le idee che nel tempo avevamo sviluppato. Esteticamente ci ispiriamo ai situazionisti, ai  dadaisti, ad artisti come Ernest Pignon.

L'arte contemporanea non c'è in Tunisia, un'arte che sia davvero engagé per il popolo. Noi vogliamo fare un'arte che sia contemporanea e allo stesso tempo radicata nella realtà della nostra società. Da quest'idea nasce il concetto ahl-al-khaf. Letteralmente significa 'gente della caverna' in riferimento al mito monoteista che esiste nel Vecchio Testamento così come nella Bibbia e nel Corano.

Abbiamo concettualizzato questo mito che racconta di un numero imprecisato di giovani scappati al re che opprimeva il popolo. Essi si sono rifugiati in una caverna e si sono addormentati. Non sanno quanto tempo ci hanno passato. Questa storia sulla temporalità ci ha coinvolto molto. Noi vogliamo essere immanenti.

Non dipendere dalla temporalità dello Stato. C'è sempre stata una cultura ufficiale e una di resistenza. Anche nella storia della Tunisia c'era la cultura dei bèy e quella dei beduini. Il rapporto arte-politica-resistenza per noi è fondamentale. La politica per noi non è un fatto di democrazia e parlamenti ma la politica del bios, della vita. Consideriamo l'arte come forma di resistenza contro le forme del potere, di dominazione.. donc faire de l'art c'est faire du politique. Già il fatto di fare street art, di scegliere di lavorare nelle strade e non nelle gallerie, è in sé una scelta politica. Scegliamo a chi vogliamo rivolgersi, e come.

Lavoriamo contro l'invasione delle immagini pubblicitarie e contro le parole d'ordine del potere. L'arte della resistenza è difficile. È come la lotta armata. Recentemente un disegnatore libico è stato ucciso dal fuoco delle milizie di Gheddafi. Noi siamo nella lotta del popolo tunisino e di tutti gli altri popoli che resistono. Resistenza è anche quella contro l'estetica del potere. Resistere alle norme stesse che l'arte impone.

Ciò vuol dire demistificare i canoni di bellezza, cercare di lavorare anche con le macchie, con i buchi nel muro.. A Jebeniana (provincia di Sfax), ad esempio, abbiamo incollato giornali al muro e ci abbiamo lavorato sopra.

Si trattava di giornali vecchi che facevano l'elogio di Ben Ali, quegli stessi giornali che oggi fanno l'elogio della rivoluzione. Questa è l'informazione e noi la condanniamo. Il nostro è un lavoro di sperimentazione, nella composizione così come nella scelta dei colori. I primi lavori ai sit-in della casbah non hanno niente a che vedere con i lavori che facciamo oggi, ad esempio.

Stiamo cercando una nostra linea estetica, con una certa autenticità artistica. Non manca neppure il rapporto con l'arte araba. Facciamo in modo che la calligrafia araba sia presente nella nostra arte. Dai manuali si legge che le immagini erano interdette nell'arte islamica ma questo non è vero. Nel passato ci sono immagini, anche del Profeta stesso. Oggi manca informazione su questo, non conosciamo veramente il nostro patrimonio di immagini. Allora bisogna chiedersi che cos'è occidentale e cosa orientale?

 Decentralizzare l'arte in Tunisia..

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In Tunisia dall'indipendenza c'è sempre stata una politica di centralizzazione dell'arte nella capitale, noi crediamo invece  nella decentralizzazione. Ogni volta scegliamo una città diversa per i nostri lavori.

Siamo andati a Zarzis, Keirouan, Sousse, Kef, Sidi Bouzid.. All'inizio a causa della situazione securitaria lavoravamo sui muri all'interno della facoltà di Belle arti di Tunisi. Poi, dopo la rivoluzione, con la riappropriazione dello spazio pubblico, siamo usciti fuori. Un esempio del nostro lavoro è una fabbrica abbandonata nel centro di Tunisi. Un luogo popolato da gente del quartiere che va lì per bere.

Questo spazio si avvicina all'identità del nostro collettivo, che si muove in favore di tutti i marginali che vogliono porsi al margine, per il margine. Abbiamo scelto di lavorarci per creare non solo pitture murali ma installazioni con i mezzi che abbiamo, con le cose che troviamo. Ci stiamo ancora lavorando. Ma abbiamo già avuto risposte positive dalle persone del quartiere che sono molto contente di quello che abbiamo fatto. Dire che la rivoluzione è il 14 gennaio vuol dire asfissiarla, volerla uccidere. Noi crediamo nel divenirerivoluzionari. E oggi cerchiamo di spingere i giovani a continuare la lotta fino a ottenere quello che chiediamo.

Il rapporto con Facebook..

Bisogna essere prudenti. Facebook è anche un mezzo per sorvegliare (e punire). È una rete che il potere stesso può controllare e influenzare e bisogna esserne coscienti. Durante la rivoluzione tanti ragazzi erano davanti a FB dimenticando la strada..e questo è pericoloso. Bisogna saper stare su entrambi i binari.

Noi durante la rivoluzione abbiamo creato delle affiche e le abbiamo pubblicate su FB. Esse facevano comprendere ciò che succedeva. Quella è stata ad esempio un'esperienza di resistenza all'interno del social network. E' stato utile per trasmettere le parole d'ordine della resistenza contro quelle del potere. Un altro esempio sono i video delle manifestazioni. Hanno un'altra estetica che non è quella della televisione ma quella spontanea dei giovani scesi nelle strade. Possiamo ben distinguere un video del potere e uno di resistenza.

Quale Rivoluzione..

L'orizzonte della rivoluzione non è solo una transizione democratica, quella delle elezioni. La rivoluzione aveva ed ha delle rivendicazioni molto chiare: giustizia sociale, diritto al lavoro, contro la distinzione tra le regioni, contro la corruzione. Noi rifiutiamo l'idea dell'etichetta della “rivoluzione del 14 gennaio”.

Bisogna parlare piuttosto della rivolta del bacino minerario del 2008, dove donne uomini bambini anziani hanno lottato con coraggio contro Ben Ali per un anno. Questo ha aperto i nostri occhi, ci ha detto che potevamo fare qualcosa, che non era legittimo subire tutto ciò. Poi ci sono state altre rivolte e poi è venuto il 17 dicembre a Sidi Bouzid, poi Kasserine...

(Per saperne di più sul 2008 vedi: WikipediaLe monde diplomatiqueVideo Redeyef part 1part 2 -)

Dire che la rivoluzione è il 14 gennaio vuol dire asfissiarla, volerla uccidere. Noi crediamo nel divenirerivoluzionari. E oggi cerchiamo di spingere i giovani a continuare la lotta fino a ottenere quello che chiediamo.

La galleria di foto di Ahl-Al -Khaf

Facebook Ahl-Al-Khaf

Ringrazio Radio Panik per la bellissima intervista, dalla quale ho ripreso spunti e parole.

Zeliha

tratto da aut aut

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 02 Novembre 2011 09:10 )