L'ultimo scatto

Lunedì 22 Ottobre 2012 18:30 Samuele Petrocchi
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Finalmente arrivò il giorno della premiazione. Un pomeriggio estivo afoso con la luce del tramonto che iniziava a filtrare fra le volte della Loggia dei Lanzi, attraversava le pietre e le volte degli Uffizi, trafiggeva la maestosa struttura di Palazzo Vecchio, rimbalzava morta sulle facciate dei palazzi circostanti, sui volti delle autorità riunite sul palco disposto sotto la riproduzione del David.

Piazza della Signoria era stracolma, la gente l'aveva invasa fin dalle prime ore del mattino ed ora tracimava verso la Galleria degli Uffizi, si assiepava addosso alle transenne che proteggevano il contatto con i monumenti. Qualcuno era riuscito a oltrepassare lo sbarramento ed a cercare di toccare senza successo il polpaccio del Perseo, la mano del Biancone già sfregiata da un vandalo anni prima ed adesso debole e impercettibile al tatto. Dopo essersi spinto di nascosto nel simulacro della Galleria qualcun altro raccontava di essere riuscito ad intravedere i dipinti del Botticelli nella sala a lui dedicata; altri avevano ammirato, per un'ultima volta, il volto della Madonna di Giotto che dall'altro del primo piano osservava, quasi imbarazzata, i curiosi dopo aver accolto per secoli le preghiere di fedeli. C'è chi aveva provato a disegnare, nella nuova ed inedita prospettiva del piano terra del museo, l'annunciazione di Leonardo. L'ultimo a tentare l'accesso nella zona riservata fu un uomo che in lacrime tentò di abbracciare la statua di Dante, anche se per un attimo prima di essere bloccato. “Possiamo ancora toccarle! Non è troppo tardi! E' tremendo, come sentire la stretta di una mano che si allenta, che si ritrae”. Fu quest'ultima scena di commozione che innervosì gli animi, lo folla iniziò a premere contro il servizio d'ordine che a stento riuscì a tenere sotto controllo la situazione. Prima che il Sindaco si alzasse malinconico dal suo posto, il viso cupo di disperazione, incitato dal Cardinale con un gesto d'affetto sulla spalla, il vestito completamente nero, la fronte perlata di sudore, la mano tremante, la voce rotta davanti alla Piazza che piangeva la sua città, il volto che tentava di ricomporsi nella tipica posa spavalda, un sorriso appena abbozzato che gli donava un pizzico di ridicolo fascino.

“Mai avrei pensato, cittadini e cittadine “ iniziò a leggere dal foglio che aveva davanti “ di poter assistere ad una premiazione tanto triste e toccante.” Si fermò quando un raggio di luce giunse sul suo volto. Si trattenne ad ammirare sconsolato la sagoma di Ponte Vecchio che intersecava le sue linee con la trasparenza di quelle della Loggia, e poi degli Uffizi e per ultimo degli archi sottostanti al Corridoio Vasariano. La folla ammutolì osservando i monumenti ormai diafani, qualcuno ruppe in un pianto alla vista della struttura d'acciaio che aveva sostituito Ponte Vecchio, sovrastata dalla vecchia cara immagine del luogo così familiare, quest'antitesi fra il nomadismo dell'acqua d'Arno e la staticità delle case su di essa, che avevano perso la loro forza d'esistere. “Mai cittadine e cittadini “ proseguì il Sindaco “ avrei pensato di arrivare ad un giorno come quello di oggi, a salutare i nostri luoghi mentre vengono tolti al nostro abbraccio. Sono passati ormai due anni da quando i medici dei nostri cari monumenti ci hanno avvertito del pericolo che correvamo, della fotofobia che sapevamo nociva per i dipinti e le loro tinture ma non per i monumenti e la loro struttura. Quando ci siamo accorti che era l'occhio digitale delle nostre fotocamere a compromette i monumenti rendendoli immateriali, puro involucro destinato all'invisibilità, era già troppo tardi. Due anni terribili, questi ultimi, dove abbiamo visto affievolirsi davanti ai nostri occhi le più grandi meraviglie artistiche di Firenze: S. Croce, S. Lorenzo, S. Miniato, S. Maria Novella. I cari e stupendi volti che hanno accompagnato le vite nostre e delle generazioni che ci hanno preceduto, che hanno condiviso con noi pensieri, incontri, tristezze e gioie. Ed oggi salutiamo gli ultimi tesori che ci rimangono. Un altro scatto, hanno calcolato gli scienziati, ed anche l'ultima possibilità di sentirsi sfiorati dalle pietre di queste meraviglie svanirà.” Il Sindaco alzò lo sguardo ai concittadini ed il “buffone” che lo raggiunse insieme ai fischi, gli dette la forza di cambiare passo al suo discorso. “Ma quest'ultimo scatto, questa premiazione è solamente il primo passo per poter rimediare a questo dramma!” urlò “ ci arriveranno i soldi che ci servono per poter ricostruire, per poter salv...” Un uomo salito sul palco gli tolse il microfono di mano e prima che gli uomini della sicurezza lo fermassero lanciò il suo anatema nell'aria che si faceva sempre più scura. “E' loro la colpa fratelli, hanno venduto la città ai turisti e la città ha perso la sua anima, l'hanno svuotata del cuore, dei sentimenti, per arricchirsi, per ingrassare il mostro dell'avarizia e della cupidigia, speculeranno anche su questo, svenderanno i terreni ai soliti noti, magari sorgerà un nuovo centro commerciale, una orrenda sala multiuso con centro benessere e ….” L'uomo non riuscì a concludere il discorso ma lo fece la folla che, fra desiderata e improperi ( “fateci Disneyland!”, “un bel supermercato!”, “un grande campeggio!” ) accompagnò il vincitore del concorso sul palco. Un giapponesino tremante, fra i fischi, il cappellino giallo del suo tour, la camicia tracciata dai cordini delle tre macchine fotografiche che aveva, salutò con un inchino e si accinse a scattare. Nella piazza calò il silenzio, come se un'arma fosse stata puntata contro il condannato a morte. Il giap prese un grandangolo, lo montò sulla sua digitale reflex, alzò l'obiettivo, inquadrò con un abbraccio visivo la tanta arte che si affacciava sulla Piazza. “Clic”, si sentì addirittura il rumore dell'ultimo scatto, il flash e poi nient'altro, solo un senso di attonita sorpresa nel constatare l'irreversibilità del fatto. Rimase solo il brusio della folla, il rumore delle macchine delle autorità che si allontanavano, le transenne che venivano spostate, le urla dei bambini che correvano dentro il profilo vuoto dei luoghi un tempo materiali, adesso accolti dalla trasparenza a cui li riduceva il crepuscolo, lo sguardo degli adulti che guardavano in alto il profilo potente ma ormai trasparente di Palazzo Vecchio. E mentre la notte avanzava ed i simulacri sparivano nel buio, prima di essere inutilmente trafitti dalle luci artificiali usate quando ancora avevano solidità, si sentì qualcuno affermare di aver visto una distesa di gigli bianchi sulla riva d'Arno dove aveva lavorato il Vasari «in sul fiume, e quasi in aria».

Samuele Petro(c)chi per DEApress

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 17 Febbraio 2013 13:20 )