Ripensare il Mediterraneo

Martedì 10 Gennaio 2017 13:47 Gianluca Solera
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Quanto è successo in questi ultimi anni è straordinario. Milioni di persone, soprattutto giovani, hanno conquistato le piazze del Mediterraneo per chiedere la “caduta del sistema”. Dopo aver abbattuto regimi arabi dittatoriali e rioccupato le piazze di paesi in profonda crisi economica e politica, in virtù di uno straordinario effetto di contagio, i movimenti rivoluzionari e di protesta ed i suoi giovani in particolare non sono ancora riusciti a produrre una leadership che si affermi su apparati politici al potere, legati a interessi economici, finanziari, burocratici o militari equivalenti in ogni paese, e sono stati travolti dalla restaurazione, dal terrorismo e dalla riaffermazione dei nazionalismi. Per la sua storia fatta della sovrapposizione di più civiltà, per i valori comuni che i suoi popoli incarnano (il senso della comunità, la famiglia, il gusto per le cose belle, il legame con il territorio ed il cibo, la spiritualità, il culto dell’ospitalità, l’inventività e l’operosità, la coesistenza con l’altro), il Mediterraneo è diventato un fulcro della resistenza civile contro capitalismo selvaggio, de-democratizzazione e banalizzazione culturale. È possibile ripensare il Mediterraneo come laboratorio di un prossimo Rinascimento e soggetto portatore di un progetto cittadino transnazionale, che sfidi dittature, xenofobia e globalizzazione selvaggia?

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 10 Gennaio 2017 13:59 )