NAHEL, NOSTRO FIGLIO DI 17 ANNI
Mounia e Nadia sono rispettivamente la madre e la nonna di Nahel, il ragazzo di 17 anni ucciso da Florian M. nella periferia parigina diNanterre il 27 giugno 2023.
Due giorni dopo Mounia ha lanciato un appello a tutta la Francia, per una marcheblanche nell’Avenue Picasso di Nanterre. E le donne della rete di Grosseto idealmente sostengono questa iniziativa. Quale iniziativa? Quella di rivendicare il diritto alla giustizia per un abuso di potere delle forze dell’ordine, abuso basato sul razzismo.
Non c’è altra spiegazione al movente di questo omicidio. Ci indigna la protezione pubblica che la Francia ha creato nei confronti del poliziotto che ha sparato, di lui si sa poco, che era stato addirittura decorato nel 2020 per aver sedato le manifestazioni dei gilet gialli, il suo avvocato insiste sul fatto che proteggesse i diritti dei cittadini (ma di quali cittadini? anche Nahel lo era) e per lui si sta facendo una raccolta fondi per aiutarlo nella causa legale, che è 5 volte più grande di quella che sta organizzando la famiglia di Nahel. La disparità di trattamento è evidente. Perché nella scala dei valori le vite di Nahel e quella di Florian hanno gradi diversi.
Lo sanno bene i manifestanti che hanno risposto all’appello di Mounia e Nadia, ma alla giustizia non credono e si sono lasciati andare alla rabbia, che è sfociata in devastazioni. Una risposta esasperata che non serve, anzi, che alimenta il razzismo. Lo hanno capito le donne di Nahel, che condannano le violenze, loro vogliono processare per omicidio colposo il responsabile e non tutta la categoria della polizia.
Pensiamo che il caso di Nahel non debba cadere nell’oblio, come quello di altri giovani che in questi giorni sono stati uccisi dalla polizia, e sottolineiamo la preoccupazione per quei moltissimi minorenni che sono nelle carceri per aver partecipato alle manifestazioni. Scendere in piazza contro le azioni criminali è infatti legittimo, ma è fondamentale che le proteste non sconfinino nell’illegalità, per questo sosteniamo chi si oppone legalmente al razzismo e alla risposta repressiva della polizia.
Dobbiamo agire tutt* perché la morte di Nahel non rimanga un episodio doloroso per una famiglia ma diventi lo spunto per cambiare la società francese, e non solo, in modo costruttivo. Anche a partire dal linguaggio. Un esempio: i media italiani non mancano di sottolineare l’estraneità di Nahel alla nostra società “occidentale” e lo definiscono come “di origini algerine …, giovane arabo…”. Perché definire “arabo” Nahel? Non era dell’Arabia, forse parlava l’arabo ma anche il francese, lingua che i suoi familiari conoscevano benissimo. Perché non riconoscere Nahel come uno studente, un fattorino, un giovane residente a Parigi? E poi perché i media non includono anche il suo aggressore in categorie etniche, religiose, linguistiche??
Riteniamo che non si debbano definire le persone, che sono tutte esseri umani.
Cominciamo a cambiare il linguaggio anche noi a Grosseto, nel mondo, in modo da confrontarsi senza pregiudizi con coloro che vivono sul nostro pianeta, perché la società non abbia barriere.
Intanto, per ripristinare l’ordine, è necessario assicurare alla giustizia il responsabile dell’omicidio, senza attenuanti e poi sostenere una formazione antirazzista per tutta la società e soprattutto per le forze dell’ordine, che devono tutelarla. Noi, donne della rete di Grosseto, siamo pronte a farlo.
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