PRATOLINI E FIRENZE - 4 - Atti Ottobre 1996

Giovedì 27 Luglio 2023 09:13 Silvana Grippi
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Archivio Convegno 

Dibattito: "Pratolini e il Cinema" - proiezione de "Lo scialo"

"Vasco Pratolini e Firenze" 

Prolusione all'ultima giornata del convegno di Silvana Grippi

 

 

Silvana Grippi è nata a Gradisca d'Isonzo nel 1955. Attualmente vive e lavora a Firenze. Studiosa di comunicazione di massa e Geografia umana si occupa di alcune etnie del Nord Africa e del Medio Oriente. Con reportage video-fotografici documenta le tradizioni culturali e sociali di quelle zone. Ha pubblicato vari articoli e libri: Un incongtro, Notturni Falò, Il Sahara Occidentale.

Colgo l'occasione per ringraziare Maria Laura Perotti, Presidente del Consiglio di Quartiere I - Centro storico di Firenze e Roberto Budini Gattai, Presidente della Commissione Cultura che hanno organizzato questo convegno e che hanno dato l'opportunità di poter approfondire la ricerca su Vasco Pratolini. Come egli dice nella sua introduzione: "... il suo lavoro e la sua vita, seppure vivacemente impregnati di fiorentinità sono testimonianza tracirata di valori e di conflitti culturali del nostro tempo ...".

Dopo la prima giornata di lavoro sullo scrittore, in questa seconda giornata proponiamo un film che abbiamo ottenuto grazie alla grande disponibilità sia della Rai che degli Enti Pçubblici e della Mediateca Toscana.

Hanno contribuito alla ricerca del percorso filmico pratoliniano su consiglio di vari esperri  (tra cui ringraziamo  Baldelli e Vannini) il suo grande amico Prìarronchi, Cristina Giolli, che ha curato l'organizzazine e la Rai, l'Ufficio Pubbliche Relazioni di Roma, che ci ha dato la piena disponibilità nel fornire prontamente lo sceneggiato originale "Lo Scialo".

Interessante questa scelta di proiettare "Lo Scialo" in versione integrale, (il 20 Ottobre presso il Salone Brunelleschi Palagio di Parte Guelfa: sei ore suddivise in tre la mattina e tre il pomeriggio). Il film descrive gli aspetti di due decenni, dal 1910 al 1929 e dal 1929 al 1930, anni difficili per la vita e la storia italiana; l'autore ci mostra quella piccole e media nborghesia che improntò il processo di sviluppo sia psicologico che sociale dove dominarono la forza di volontà di personaggi che affrontano i loro destini sia con accettazione che gesti forti hanno "fatto" la nostra storia recente.

Le due cronache, "Cronache di poveri amanti" e "Cronaca familiare" (in programma rispettivamente il 16 e il 18 Ottobre alle 21,30) hanno aperto il ciclo di proiezioni di fillm tratti dai romanzi di Vasco Pratolini offrendo uno squarcio delle situazioni sociali e non solo delle famiglie di "quartiere" alla ricerca di un njovo status economico e sociale che possa permettere di uscire dalla povertà. Naturalmente queste vicende hanno molto in comune, con la vita stessa dell'autore, e diversi tratti vengono definiti autobiografici.

Ora vi presento la filmografia completa e la scheda del film alla quale segue la visione dello sceneggiato televisivo "Lo Scialo".

 

FILMOGRAFIA

Come autore del soggetto tratto da un suo romanzo o sceneggiatura originale:

Come sceneggiatore di opere altrui:

 

SCHEDA "LO SCIALO"

Nini', Giovanni, Adamo, Folco, la gente del Pignone, Fru, Erminio, Fernando, sono i personaggi di quello che non a caso è considerato il romanzo centrale di Pratolini, ambientatofra il 1910 e il 1930 a Firenze. Gioco di amicizie e affetti, inimicizie e odii, sinistra e destra, il tutto rimescolato con cura da un unico contenitore (Firenze e dintorni): ambienti piccolo borghesi che si scontrano con il popolo arrabbiato e controllato a vista da una polizia sempre vigile. Luoghi come il bar Gilli e il Club dei commercianti ancora oggi vivi e vegeti fanno da sfondo a una Firenze sempre uguale: becera e nottegaia. Molti problemi psicologici dei personaggi che alla fine si riscattano attraverso la sofferenza: galera e morte. Restano gli scorci molto belli di una città che vista superficialmente è da sogno: indimenticabile. 

Mattina:

Pomeriggio:

 

FIRENZE "PALCOSCENICO" DI UN DRAMMA COLLETTIVO

Intervento di PIO BALDELLI

Pio Baldelli nato a Perugia il 23 gennaio 1923  (morto a Firenze il 20 giugno 2005).

E' stato docente di Teoria delle Comunicazioni di Massa e di Storia del Cinema presso l'Università di Firenze. Giornalista e scrittore, ha collaborato con numerosi giornali ed è stato direttore responsabile di vari periodici.

Da questo convegno si traggono molti spundi di discussione, come abbiamo appena visto nel film "Lo Scialo" Pratolini descrive e narra, da un lato, le vicende della Firenze popolare, dall'altro il romanzo, apparentemente limitato ad uno spazio preciso, circoscritto, lungi dal scivolare nel "campanilismo", si dilata fino a configurarsi come specchio del mondo, in chiave sociale, politica, morale.

Per l'autore, i quartieri si trasformano in palcoscenico dove ogni attore - sia protagonisti che comparse - rappresenmta il dramma collettivo di un momento convulso e drammatico di un periodo storico particolare.

Vivo da molti anni in uno dei rioni cari a Pratolini "Santa Croce" a Firenze e mi capita di osservare la gente che vi abita, vi lavora o lo frequenta: gente ormai mescolata ad altre etnie: magrebini, senegalesi, cinesi, ex-slavoi, roma, con i loro problemi da immigrati o da profughi (casa, lavoro, documenti, episodi di microcriminalità, o di razzismo ecc.). Per non parlare degli emarginati: tossicodipendenti, barboni, accattoni, e quanto altro oggi protagonisti di un periodo ben diverso da quello descritto dallo scrittore/regista nelle sue scene di vita ma che comunque hanno in comune la vitalità dei luoghi abitativi di un centro urbano ... ora distrutto non da uomini ma da macchine che producono gas nocivi.

Avverto il rimpianto di non avere Pratolini - che ho conosciuto - tra noi, in questi anni novanta a cui avrei voluto chiedere ome avrebbe "descritto" e "comunicato" queste nuove situazioni.

Come nel romanzo di Pratolini, il "quartiere" funge ancora oggi - forse più che mai - da crocevia di destini collettivi ed individuali: uno specchio del nostro mondo in transizione, alle soglie del Duemila.

 

PRATOLINI E TANTO CINEMA OGGI

Intervento di Angelo Pizzuto 

 

Angelo Pizzuto nato a Catania nel gennaoio 1950  e morto a Roma il 30 ottobre 2022 è stato critico cinematografico e teatrale. 

Ha insegnato Storia del linguaggio del Cinema internazionale presso la Silvio D'Amico in Svizzera.

Ha pubblicato il libro di aforismi "Dal Foro" insieme a Franceco Niccolosi.

Il Titolo sarebbe di per se stesso, di disarmante ovvietà: Pratolini, uno scrittore prestato al cinema. Eppure, senza essere raffinati esegeti, l'argomento diventa - per così dire - centrale incuneato, motivo di riflessione e di memoria (un patrimonio da non dimenticare, un contributo da rivendicare nei suoi dettagli di apporto intuitivo, nella sia ridefinizione di dialoghi e di racconti narrativi); l'argomento, dicevo, diventa inusitato e pungolante se si pensa che il caso Pratolini, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, non è isolato. Ed ancora: quanti e quali sinergie coinvolsero in una emulsione di ruolio e di apporti creativi, spesso variabili, polivalenti, intercambiabili, registi di cinema il cui "amore primigenio", la cui educazione sentimentale precedeva gli studi presso il Centro Sperimentale: attraverso incontri, dialettiche inalterabili, affinità elettive, maturatesi già negli anni liceali (famoso a Roma quel bozzolo di intellettuali, futuri antifascisti, che fu il "Visconti").

Chiedo scusa: mi accordo che divagando sul filo della memoria e della improvvisazione, rischio di andare, come si diceva un tempo, fuori tema (concetto che dopo l'avvento di crittori come Musil, Joyce, Tommaso Landolfi dovrebbe essere messo al bando) e che stento a condensare in buona sintesi giornalistica, la sostanza delle mie considerazioni.

Torno sui miei passi e mi chiedo perchè considerare, quello di Pratolini, il suo struggente amore per il "Quartiere" (felicemente tradotto in immagini filmiche) un episodio - limite, un caso isolato e immaterialente dimenticato.

Io, che provengo (almeno per i primi vent'anni di vita) da una terra folta di utori più o meno seducenti, "giallistica" pure nell'agone letterario e poetico, non posso non pensare ad almeno due casi analoghi a quelli di Pratolini: diversi per ispirazione e repsiro narrativo, ma sostanzialmente simili in quanto ad oblio o trascuratezza. Faccio solo due nomi, quello di Vitaliano Brancati e di Ercole Patti, scrittori omologhi ma di diversa sensibilità ed inquietudine che non starò qui ad analizzare. Chi di noi, senza consultare enciclopedie o appunti personali, sarebbe in grado di dire, all'istante, il congtributo che Patti e Brancati seppero dare al cinema del loro tempo in qualità di sceneggiatori e dialoghisti? Non entro nel merito di opere quali "Il vecchio con gli stivali", "Giovannino", "La cugina", "Paolo il caldo", "Strana avventura di Francesco Maria" (sottovalutato film di Enzo Muzii, tra i migliori di quelli citati), "Il bell'Antonio" (realizzato da Bolognini dopo la morte di Brancati): ma non posso fare a meno di chiedermi perchè, cattiva abitudine del nostro cinema, il contributo dello scrittore-professionista all'opera cinematografica, tratta o meno da un suo romanzo, debba restare nel ghetto, al massimo considerato, come benevolenza, un modo come un altro per trarre quattrini da un'industria più fiorente di quella editoriale.

Voglio venir fuor dal labiritno-Sicilia, perchè altrimenti mi imporrebbe almeno altre due citazioni di più recente verifica (Sciasia, Bufalino) e rincaso con la memoria agli anni della mia infanzia e della mia adolescnza: ritrovo, sul filo del ricordo sceneggiatori - scrittori oggi del tutto dimenticati (tranne il carlo Flaiano, forse per via dei dissidi con Fellini), eppure infaticabili coautori di film che erano l'emanazione di loro idee, aneddoti talvolta boutades o paradossi ai tavoli del "Babbuino", delle bislacche visionarietà di Tonino Guierra alla ruspante, disperata allegria di un Tallarico, dalla versatilità Amidei alla felpata disponibilità di Marinucci, dalla estrosità felliniana di Zappono, alla irascibile colloquialità di Zavattini.

Non voglio, con questo breve mio intervento, mettere tutti sullo stesso piano, ignorare una gradiatoria (che certo esiste) di valori e di meriti, bensì sollevare un nesso di rivelazioni tra letteratura e cinema che, passando sul versante dei registi professionisti, non ci consentirebbe oggi di sottovalutare (pur nell'ambito di un registro espressivo ispirato al neorealismo) le qualità letterrarie di autori come Massimo Mida, Gianni Puccini, Carlo Lizzani, Pasquale Festa Campannile, Giuseppe de Santis (che ebbe in "Roma ore 11" un altro sceneggiatore di grande qualità letteraria, Corrado Alvaro).

Parlo, ne sono consapevole, senza essere uno specialista: vale a dire un profondo conoscitore di ciò che i miei "amici" di cinema (se mi è permesso definirli così) abbiano, in dettaglia, maturato sul piano letterario. Escludendo forse l'esempio poliedrico (per certi  versi simile a quello di Pasolini) di Mario Soldati e, più di recente, di Alberto Bevilacqua, che ho l'impressione ami sottrarsi, forse dimenticare (ciascuno a suo modo) la sua vita di regista.

Ritorno a Pratolini, dopo aver ribadito questa mia necessità (forse prolissa) di fotografare il suo interesse per il cinema, nell'ambito di un milieu storico, che lo ritrova (per sua e nostra fortuna) in buona compagnia: ad iniziare dalla salda amicizia nei riguardi di Valerio Zurlini e di Carlo Lizzani, ai quali si devono le trasposizioni cinematografiche dei film più emblematici, più intimamente pratoliniani, di una filmografia non eccessiva ma a nostro avviso neppure esigua: penso a "Cronache di poveri amanti" a "Le ragazze di San Frediano" a "Cronaca familiare", ai suggerimenti (non ufficiali, ma determinanti) che Pratolini ebbe a forire anni prima che i film si avverassero, ad opere quali "La prima notte di quiete" e "Il deserto dei Tartari" (da Buzzati), entrambi di Zurlini: titoli probabilmente avulsi alla poetica apparentemente semplice ed idilliaca dello scrittore di via Del Corno, tuttavia irte di quella malinconia, di quella quieta disperazione di quel senso di vana attesa che spesso riaffiora come una volta m'insegnò Ruggero Jacobbi ad una seconda lettura del Nostro.

Come ho detto altre volte, odio procedere per ordine cronologico, regola alla quale già faccio fatica ad obbedire nelle mie conflittuali laceranti nevrotizzanti esperienze giornalistiche (a penzoloni, come l'impiccato di Villani, fra critica teatrale e cinematografica). Una volta tanto mi permetterò di andare avanti a tentoni, cercando di dare un metodo alla mia svagatezza. Ed allora approfittare di questo incontro fiorentino non tanto per ricordare, a chi già lo sa, che Vasco Pratolini fu collaboratore di Visconti per "Rocco e i suoi fratelli" quanto raccomandare a chi ne avesse la possinbilità di rintracciarlo quel meraviglioso film di Nelo Risi, "Andremo in città" (di spirito religiosamente semitico, una delle prime denuncie dell'Olocausto in chiave intimistica diciamo l'opposto di Kapò) di cui Pratolini scrisse integralmente dialoghi e progressione di scene. Dimenticare  in tutta franchezza il "calligrafismo operaio" di Metello ma ritrovare (sempre di Mauro Bolognini) un capolavoro dimenticato di calligrafismo quale "La Viaccia" ovvero un fim corposo, scabro, modernamente epico come le "Quattro giornate di Napoli" di Nanny Loy.

Ingiusto sarebbe infine non citare almeno il film esordio di Pratolini sceneggiatore, che fu "Terza liceo" di Luciano Emmer; il suggestivo cortometraggio "Mara" (1954) desunto dal film ad episodi "Tempi nostri" più volte trasmesso in televisione. Forse si è parlato poco del rapporto fra Pratolini e Firenze (che nel cinema è forse meno frequente rispetto al corpus letterario) così come poco o nulla c'è dato sapere dei rapporti difficili o meno (lo chiederòò a Lizzani) che intercorrevano fra Pratolini e gli altri coautori dei vari film.

Ciò che mi preme sottolineare, forse dissacrare, è qui il primncipio (diremo oggi bonistico) di un Vasco Pratolini in armonia sia pure pugnace, con il mondo dei suoi sogni, della sua adolescenza, della sua maturità a Roma. Un Pratolini dal volto (e dall'anima) civile dal contrapporre (schematicamente nell'ambito nell'ambito della letteratura italiana del novecento) all'impetuosità di un Bernari, alle fosche vicende familiari di Federico Tozzi, alle astute morbsità di Moravia, alle incantevoli parabole della Ortese. Trovo che, nei confronti di Pratolini (uomo inquieto, irascibile, ma non isterico, passionale, idealista di un universo operaio che non rifiuta, quale giusta scelta strategica, l'inasprirsi della lotta di classe) il tentativo dell'appiattimento, della restrizione elagica, del sostanziale inaridimento borghese, siano stati, il vero rischio di un avvertito ma temuto "misfatto" critico.

 

VASCO PRATOLINI E IL CINEMA

intervento di Franco Mariani

 

Franco Mariani è nato a Firenze nel 1964.

Dall'età di 14 anni scrive per settimanali toscani e attualmente collabora con quotidiani sia a livello regionale che nazionale e con emittenti televisive. Numerose le trasmissioni da lui curate per la RAI (sull'alluvione di firenze del '66). ha pubblicato tre libri sulla Storia e su Personaggi di Firenze. 

Attualmente è capo-redattore dell'Agenzia DEApress.

Vasco Pratolini amava affermare che ciascuno di noi, leggendo un romanzo, lo integra visivamente con immagini tratte dal proprio bagaglio mnemonico e immaginativo.

"Il romanzo - scriveva Pratolini nel suo sggio suii rapporti tra letteratura e cinema - accumula fatti e circostanze servendosi delle parole; ha quindi bisogno, per esistere, che il lettore gli presti la complicità della propria immaginazione; il suo movimento è subordinato all'intelligenza, allo stato d'animo, alla salute del lettore. Dalla descrizione (...) dall'aspetto, dalla fisionomia di un personaggio, ciascun lettore ne deduce (o reinventa) una immagine propria a seconda della prpria capacità fantastica, delle proprie abitudini, della propria natura (...). Esistono tanti volti di Renzo e Lucia quandi sono coloro che ne hanno imparato la storia; e si sa come un volto realizzato attraverso la memoria determini successivamente le infinite sfumature con cui il lettore ricetta i fatti e persino l'assolutezza delle riflessioni. Al contrario il film presenta bello e fatto il risultato di questa meditazione (...) Lucia è questa, ed è così che cammina, si siede e ragione; la pioggia è questa pioggia, in questo preciso momento Renzo ne resta inzuppato; "posò il bicchiere" questo bicchiere e in questo esatto modo lo posò. Il film ha operato la sintesi fra realtà e immaginazione; la sua verità è esplicita (...) Là dove il romanzo sollecita un contributo volontario e avventuroso della memoria per liberare le proprie immagini, il film capovolge l'operazione intellettuale, storicizza il movimento, parte da quello che per le altre arti è il punto di arrivo: ripercorre il cammino dell'uomo, lo riconduce in concreto alla propria origine".

Nel caso dell'opera di Vasco Pratolini molti critici e studiosi sono concordi nell'affermare che la lettura testuale può coincidere con un'ipotetica lettura cinematografica, o, come dice giustamente Giorgio Luti "con una ideale lettura ottenibile per immagini e sequenze derivando da una sceneggiatura che si ha, o si impone, come struttura alternmativa nei confronti dell'autonoma configurazione del testo narrativo".

Il rapporto di Pratolini con il mondo del cinema ha inizio quando, nell'epoca del "muto", il giovane Vasco frequentava da spettatore i vari cinematografi fiorentini, o mentre faceva servizio di bar all'interno delle sale cittadine.

Il Cinema diviene così per Pratolini parte della sua quotidianità: la sala è un luogo d'incontro, così come lo sono i caffè e le osterie; lo schermo è uno specchio dela vita su cui identificarsi o fantasticare, così come si fa' al bar con gli amici quanto, vedendo passare una bella ragazza si pensa, scommettendo di poterla conquistare con facilità.

Diverso è il discorsso sui film tratti dale opere del grande scrittore fiorentino.

Ha sempre avuto occasione di conoscere tutti i registi che hanno diretto i film tratti dalle sue opere, e sicuramente li ha tutti invitati a leggere il saggio che ho citato all'inizio di questo mio articolo.

Da buon critico cinematografico ha sempre fatto le sue osservazioni sui lavori dei vari registi, molti dei quali hanno più volte diretto film tratti dai romanzi di Pratolini, come ad esempio Sergio Capogna, Vaalerio Zurlini, Carlo Lizzani.

In alcune occasioni collaborò o lavorò direttamente, come ad esempio nello "Scialo", alla sceneggiatura, mentre per alcuni film seguì le fasi della lavorazione o della preparazione, allontanandosi, o non venendo più ricontattato al momento dell'inizio delle riprese.

Per la maggioranza dei film tratti dalle sue opere, Pratolini ha sempre apprezzato l'interpretazione degli attori scelti (Massimo Ranieri, Eleonora Giorgi, solo per citarne alcuni); in particolare apprezzò soprattutto quelle di Marcello Mastroianni e di Yyes Montand, che sullo schermo interpretarono, rispettivamente in "Cronacha Familiare" e in "Mara" dei "Tempi Nostri", il "ruolo" di Pratolini.

 

 

LA "DOLCEZZA" DI VASCO PRATOLINI

Intervento di Leandro Piantini

Leandro Piantini, saggista e critico letterario, ha pubblicato un saggio su F. Tozzi (Padova 1970) e ha curato una raccolta di scritti cinematografici di C. Zavattini (Io e Van Gogh), ha scritto inoltre su Vittorini, Pratolini, Cassola, Volponi, Pasolini, Bianciardi, Parise ecc. Collabora a numerose riviste. Ha esordito in poesia con "Il Duello" per i Quaderni di Erba d'Arno.

Lo scrittore sudamericani Edoardo Galeano ha dichiarato di recente che senza l'esempio di "Cronaca familiare" di Pratolini noin avrebbe cominciato a scrivere, e ha aggiunto di non capire perchè lo scrittore sia in Italia un dimenticato. Infatti è così, nel fatale succedersi della fame, quella di Pratolini si è andata man mano oscurando. Nessuno forse lo legge più. Oggi, con molta più rapidità di un tempo, bastano pochi anni per cancellare uno scrittore. O forse io sono troppo pessimista, anzi lo sono di sicuro; e i libri di Vasco ritorneranno a far parlare di sè. Ma in che cosa consiste la grandezza di questo narratore, fiorentino doc, vissuto tra il 1913 e il 1991, ora sepolto a Porte Sante, il bellissimo cimitero dei fiorentini grandi che si affaccia nel verde di San Miniato a Monte?

Pratolini ha avuto un percorso di scrittore esemplare, nella sua lunga fortunata carriera. Dalla memoria e dal racconto lirico al grande romanzo a tutto tondo, anzi al "ciclo" di romanzi: dalla Firenze ermetica degli anni Trenta al neorealismo e all'"engagement" del dopoguerra. Pratolini è stato tra i pochissimi narratori italiani del secolo la cui vocazione a raccontare fu già dall'inizio prorompente, dall'accento inconfondibile: uno dei pochi nnarratori di razza in una letteratura, la nostra, votata all'estenuazione lirica e sempre piuttosto refrattaria al narrare a tutto tondo. Il tratto forse più peculiare di Pratolini è stato la sua identificazione totale e senza mediazioni con la città natale, con Firenze, città amatissima che è stata al centro e protagonista dei suoi racconti, con una presenza così massiccia come a nessun altro scrittore fiorentino del '900 è accaduto. Certo questa Firenze, la Firenze popolare e artigiana di Pratolini è completamente scomparsa, cancellata dalle trasformazioni socio-economiche degli ultimi trent'anni. Rileggere i libri di Vasco, ad ogni passo, ad ogni pagina, ci riporta davanti agli occhi una società di cui abbiamo perduto, uno dopo l'altro, tutti i connotati.

Pratolini aveva una dolcezza di tocco un'affabulazione così cordiale ed intima che danno alla sua pagina un profumo speciale, inconfondibile. E il "tono" pratoliniano è forse un tratto del suo stile che i critici che si sono occupati di lui  con l'eccezione di Parronchi e di Macri - non hanno valorizzato, a mio parere, con la necessaria cura. Egli nei suoi racconti è sempre presente. Voglio dire che anche quando la narrazione non è autobiografica - e cioè assai spesso -, egli è emotivamente presente, accompagna con la voce e con il commento quello che narra. Ma in un senso non facilmente definibile. Sembra che egli talloni i suoi personaggi, che in un certo senso li protegga e non li lasci mai soli. E perciò il racconto si dipana davanti agli occhi del lettore come se avvenisse nel momento in cui lo legge. Questa dolcezza di tono credo faccia tutt'uno con la confidenza che il narratore ha con la propria materia, sia o non sia autobiografica. Ma è il "mondo" che egli rappresenta che è sangue del suo sangue, da "Via de' Magazzini" ad "Allegoria e Derisione" vale a dire nel trentennio ciirca che separa le due opere che stanno all'inizio e alla fine del suo cammino.

Il lettore di Pratolini conosce bene questo tono affettuoso e cordiale. Ecco l'incipt di "Via de' Magazzini": "Ho imparato a distinguere gli uomini uno dall'altro guardando dagli interstizi di una balaustra dentro una camerata di soldati ...". E quello di "Cronache di poveri amanti": "Ha cantatop il gallo del Nesi carbonaio, si è spenta la lanterna dell'albergo Cervia ...". Ed infine "Il Quartiere": "Noi eravano contenti del nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città ...". E' questo piglio dolente e intenerito che i lettori amavano in Pratolini, un tocco di sospesa malinconia che faceva balzare agli occhi la memoria di qualcosa che si sentiva ancora vivo nel sentimento dii chi raccontava. Il fatto è che in nessun narratore del suo tempo fu forte e cogente, come in Pratolini, il bisogno di idnetificarsi con un preciso contesto storico e geografico.

La sua narrativa nasce infatti nel momento in cui l'autore riesce a dar vita alle storie che conosceva a memoria, poichè le covava dentro fin da quando aveva preso dimestichezza con la scrittura. Se si guarda bene, la narrativa di Pratolini forma una figura che assomiglia ad una serie di cerchi concentrici: da un movimento iniziale si passa a cerchi che si allargano sempre più. Dall'io bambino, quel bambino di cinque anni di "Via de' Magazzini", che guarda il mondo dalla finestra di casa, si passa per cerchi concentrici ad un più vasto orizzonte: al quartiere, e poi alla città e alla storia che nei secoli l'ha attrsaverdsata. Da Santa Croce a via del Corno, a San Frediano e a Firenze intera e a tutto il resto. Questa visione storica, nel ciclo narrativo che si intitolerà "Una storia italiana", trascolora da Firenze ad una più ampia configurazione nazionale, visyta da un angolazione popolare e populistica. Di Pratolini bisogna dunque ammirare questa strenua fedeltà alle origini  nel "quartiere", che resterà poi sempre il "suo" mondo. Infatti l'unico romanzo in cui F>irenze è assente è "Un eroe del nostro tempo" il quale, benchè per altri cersi notevole, è un romanzo freddo, "calcolato", e nel quale operano un punto di vista, una tesi politica, che rendono la narrazione distaccata e priva di quell'afflatto sentimentale di cui si diceva.

Lo "stile semplice" di Pratolini è costante nella sua opera, se si esclude "Allegoria e Derisione" del 1966, che si avvale di una tecnica compositiva più complessa e destrutturata che lo fa rientrare nella variegata categoria dell'antiromanzo. Ora è certamente la supposta eccessiva "semplicità" dello stile di Pratolini che gli ha tolto credito presso certi studiosi sofisticati, ciò che del resto è capitato ad un altro toscano un tempo famoso: Carlo Cassola. Sono la bonarietà, la dolcezza d'inflessione, il tono confidenziale, che li fanno sentire sentimentali e superati. Ricordate le "Liale dell''63". Bassani e Cassola. bollati con tale ipiteto infamante dagli iconoclasti del Gruppo 63?

Nel caso di Pratolini credo siano ala sua ideologia progressista, la visione storicistica della relatà, il richiamo a "valori" forti, a confinare la sua opera in un passato che sembra anche più lontano del puro dato cronologico. Certo l'idea pratoliniana dell'Impegno era intrisa di moralismo. Eppure non c'è forse narratore nel nostro '900 che abbia la forza emotiva e l'istinto di rappresentazione sociologica così felici come ha avuto Pratolini. E allora si può ipotizzare che la forte ipoteca "ideologica" che pesa sui suoi romanzi (basta pensare a Metello), lo abbia più danneggiato che aiutato. Si avverte nelle trame di molte sue opere una direzionalità ideologica, una visione teleologica della storia, che lo fanno francamente sentire datato. E certo un maggior distacco dallo storicismo, una visione più fredda e distaccata (politicamente) non acrebbe che potuto arricchire di credibilità e di verità le sue storie. Certol io sto caricando la questione di troppi "ser" per non cadere nell'arbitrario. Ma certo un Pratolini alleggerito "nelle idee" ci avrebbe forse dato romanzi anche più incisivi, più capaci di affondare nella "vita". E avrebbe potuto magari sviluppare al meglio il "negativo" che pure era nelle sue corde. Il male, l'abiezione morale, la corruzione, il disfacimento fisico non mancano nei suoi libri, ma sono, secondo una celebre definizione di un critico acuto, Fulvio Longobardi, come "tenuti a bada" da un prepoitente bisogno di trovare, in ogni caso una soluzione positiva alle vicende. Visione che d'altronde corrisponde allo slancio vitalistico che fu un dono autentico di Pratolini, ma che spesso risulta, come dire? inibito da un'ipotecca  intellettuale.

Pratolini poteva essere il Balzac italiano, ne aveva tutte le qualità. Ma anche quello che ha realizzato, in pagine ammirevoli per sapienza di costruzione artigianale e per limpidezza di scrittura, è già un grande risultato. Un dono che non cessiamo di rimpaingere.

 

 

"PRATOLINI E FIRENZE"

Intervento di Cristina Giolli

 

Cristina Giolli è nata a Firenze nel 1964. Oragnizzatrice di serate culturali resso la libreria Utopia di Firenze.

Vasco Pratolini: un personaggio semplice e politicamente inquietante. Una figura che ha sempre preferito trasparire attraverso i suoi personaggi, spesso scomodi e contraddittori, vivi e reali nella loro testimonianza di conflittualità politica e sociale del nostro secolo. Una testimonianza dolorosa e, spesso, sofferta che ci propone un'attenta rilettura tra le righe del suo impoegno.

Niente è a caso nei suoi romanzi che sono uno spaccato di vita vissuta, descritto da occhi attenti. Pratolini racconta "storie semplici" di personaggi complicati, vere storie che, come appunto le defrinisce lui, sono cronache. E' riuscito, raccontando, a far sì che un sottile filo trasparente ci conducesse attraverso gli anni alla politica della nostra epoca: infatti, riletta in chbiave diversa, la sua opera appare più una doumentazione che una semplice narrazione, anche, se come tale, è piacevolmente dialettica e scorrevole. L'iniziativa "Pratolini e Firenze" è stata ideat a e proposta appunto per far conoscere meglio questo scrittore che ha saputo continuare a lottare via via negli anni per quella libertà di pensiero che sempre gli è stata cara, senza per questo trascurare momenti politici importanti o fedeltà  oggettive. Si può dire di lui che scrivendo, raccontava la storia del nostro secolo. Proiettando lo sceneggiato "Lo scialo" e le due cronache, volevamo mettere sotto microscopio la vita fiorentina (che tutto sommato, da allora, non è molto cambiata); ma anche il contest storico-politico del tempo con le sue ambiguità (somiglianti certo alle nostre), per arrivare con filo diretto agli stessi problemi: mancanza di lavoro, ma anche amore e odio.

Attraverso Pratolini si osserva che la vita, in fondo, riamane la stessa, anche se si trasforma un poco alla volta. Resta il dubbio delle narrazioni che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato sia giusto, due verità della stessa medaglia: ma forse è meglio il dubbio della certezza, in un periodo  che ha travolto una dopo l'altra le certezze e le sicurezze della maggioranza della gente.

Questo lo scrittore lo sapeva e manteneva  il suo stile narratore/saggista riuscendo a far rivivere, anche a chi è venuto dopo, un'epoca e i suoi protagonisti. Vorrei ringraziare tutti quelli che hanno collaborato a questa iniziativa e tutti gli ospiti intervenuti, augurandomi che altre ne vengano di così interessanti, dove poter, ancora, lavorare insieme.

 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 04 Dicembre 2023 12:18 )