Manca all’incirca un mese all’edizione numero 64 del Festival dei Popoli (quest’anno si andrà dal 4 al 12 novembre) e comincia a prendere forma il profilo della rassegna.

Il primo nome annunciato è quello dalla sudamericana Tatiana Huezo, una delle autrici più
interessanti dell’ultimo decennio. Reduce dal premio per il miglior documentario all’ultima
Berlinale, sarà protagonista di una retrospettiva, la sua prima in Italia, e incontrerà il pubblico nel
dialogo/masterclass, appuntamento ormai canonico del festival fiorentino.
Pur con pochi film all’attivo, Huezo si è già ricavata uno spazio di un certo rilievo nel mondo
cinematografico, utilizzando nei suoi lavori perlopiù la forma del documentario: vedremo appunto
anche “El eco”, il film premiato a Berlino che racconta con un gran senso della narrazione,
ottimamente ottenuto grazie al montaggio serrato, vicende residuali, piccoli accadimenti quotidiani, cose non dette o non fatte in un luogo che è senz’altro fuori da ogni geografia (un remoto villaggio messicano) e, di conseguenza, quasi fuori dal tempo e dove sono i bambini che si occupano degli animali, del mais, che vanno a scuola ma che accudiscono anche i vecchi del villaggio. Un film denso, dal respiro quasi ancestrale.

Secondo ospite, seconda retrospettiva e seconda masterclass col pubblico: è il portoghese Pedro
Costa l’altro protagonista del festival. Il suo modo di fare cinema è forse quello che più si avvicina
alla poetica dei fratelli Dardenne, protagonisti lo scorso anno: sguardo crudo, asciuttezza di
racconto, taglio documentaristico, anch’egli come i cineasti belgi racconta margini slabbrati della
società, angoli nascosti o appartati sotto la cappa del degrado della sua Lisbona, in particolare del quartiere di Fontainhas.
Storia professionale ricca di titoli che dagli anni ’80 fino all’altro ieri (il film che vinse il Pardo di
Locarno è “Vitalina Varela” ed è del 2019) ha infilato sia lungo che cortometraggi, utilizzando
quindi forme espressive in base alle esigenze del racconto e dello svolgersi dei temi.
E’ il direttore artistico del festival, Alessandro Stellino a definirlo: «un autore imprescindibile del
cinema contemporaneo con le sue opere fortemente radicate nel reale e allo stesso tempo fortemente immaginifiche, ha saputo coniugare il concetto di classicità proprio dei grandi registi del muto e di coloro che potremmo chiamare ‘scultori dell’inquadratura’, come Dreyer, Ford o Mizogouchi a una visione cupamente pittorica della sorte degli ultimi, protagonisti in prima persona dei suoi film».
E finiamo… dall’inizio: ad inaugurare il festival, sabato 4 novembre, potrebbe essere Joan Baez in persona. Sarà infatti la proiezione in anteprima nazionale di “I am a Noise” il vernissage del festival e gli organizzatori contano di avere Baez ospite in sala.
Il film presenta un ritratto del tutto autentico della cantautrice e attivista americana, la sua voce
guiderà la narrazione e ci porterà fin dentro i suoi ricordi più intimi, spesso assolutamente privati e
quindi sconosciuti al pubblico, ripercorrendo le memorie di un’epoca unica.
Il film fa parte della sezione “Let the Music Play”, quest’anno particolarmente evocativa con
almeno un altro paio di titoli da non perdere: uno è “Squaring the Circle”, sullo studio Hipgnosis
(quello delle copertine dei dischi dei Pink Floyd, tanto per capirsi), mentre l’altro è “Kissing
Gorbaciov” che ripercorre un pezzo di storia dei CCCP – Fedeli alla Linea.
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