Le Carré è davvero il più importante scrittore inglese del secondo Novecento, come sostiene Ian McEwan? Bisogna quindi smetterla di considerarlo uno scrittore di genere, il sottoprodotto triviale della letteratura alta cioè la sola che conta davvero?
Senza arrivare alla vertigine da classifica, è pur vero che ogni volta che riprendiamo in mano un suo romanzo non smettiamo di cadere in questa trappola che si fa, giocoforza, duplice: la trappola del domandarsi cosa stiamo leggendo («un grande romanziere» chioserebbe ancora McEwan) e la trappola dell’autore che fa perno sul mondo che ci circonda, sulla sua Storia, pur realizzando fiction.
La giravolta è insomma notevole e ci costringe a prendere atto della qualità della sua scrittura, del suo utilizzare la struttura classica del romanzo non per sorprenderci col colpo di scena o col finale ad effetto ma semplicemente per mostrarci come le cose accadono, come gli avvenimenti si stratificano per accumulare senso, anche in un mondo così esoterico come quello dei servizi segreti.
Le sue spie non sono personaggi alla James Bond dove ciò che accade è la finzione stessa ma hanno una tridimensionalità che li rende molto più vicini a noi lettori, fin quasi a farci credere - questo decisamente sì! – di poterne incontrare una sull’autobus o ai tavoli del bar dove facciamo colazione la mattina.
Il mondo di Le Carré non è separato da noi attraverso le pagine romanzesche come su un palcoscenico; le sue vicende tendono a comporsi piuttosto come un mosaico nel quale, tutt’al più, ci vengono nascoste un paio di tessere che però non inficiano mai la verosimiglianza. Esattamente questo accade in uno dei suoi ultimissimi titoli, edito un anno prima della sua scomparsa, “La spia corre sul campo” dove Nat, veterano del SIS richiamato in patria dopo gloriose missioni all’estero, tenta di cambiare destino ad un finale di partita che sembra ormai segnato. Quello che parte come un romanzo quasi intimistico sul destino di un uomo si rivela presto un preciso congegno narrativo al quale si aggiungono continuamente nuovi pezzi, nuove funzioni che lo rendono sempre più complesso e, al tempo stesso, sempre più incredibile.
Resta quindi il chiaro tratto del realismo o, più precisamente, dell’assoluta verosimiglianza insieme alla spinta morale che sembra guidare i suoi protagonisti (sempre in Le Carré si muove sottotraccia il filo delle scelte possibili, mai c’è forzatura da parte dell’autore), la caratteristica più evidente del suo modo di raccontare un pezzo molto importante della storia occidentale come la Guerra Fredda. A differenza di altri romanzieri che si sono mossi nel suo stesso territorio, infatti, Le Carré rifugge qualsiasi tentazione di esotismo, di spettacolarizzazione: niente that’s incredible! quanto piuttosto un’attenzione al contesto, ai particolari, alle descrizioni che servono a creare un mondo. Senza inventare (quasi) nulla ma lasciando che le spie vivano tra noi.
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