Cosa tiene uniti tre elementi così eterogenei come quelli del titolo? Un film, un commissario di polizia romanzesco e la fabbrica campigiana con il suo collettivo che noi tutti abbiamo imparato a conoscere in questi anni. Che strana sinergia può mai crearsi tra questi mondi, apparentemente così distanti, separati?
Prendiamo a prestito una scena del romanzo di Davide Longo “Requiem di provincia”, da poche settimane in libreria per Einaudi, in cui il commissario Bramard sta tenendo d’occhio un indagato e per farlo sfrutta i pochi centimetri di spazio che ci sono tra due file di cartelloni per affissioni: al riparo da occhi indiscreti, sbircia da quel pertugio la fabbrica che ha davanti a sé, nel momento del cambio di turno tra quello di notte e quello diurno. Ecco, la vividezza con cui lo scrittore piemontese rende questa descrizione mi fa venire in mente come, negli anni nostri così ben ripuliti da una ideologia vecchissima ma sempre scintillante che ha cancellato ogni traccia di conflitto, abbiamo avuto l’impressione che la fabbrica (quella dei nostri padri – le madri all’epoca stavano ancora in casa, al massimo la sarta) non esistesse più, fosse sparita perché era fuori dal discorso pubblico e di quello politico; semplicemente non se ne parlava più. Il commissario Bramard la sbircia e la rende nuovamente centrale, la rimette lì dove è sempre stata. La fabbrica ha continuato ad esistere, gli operai hanno continuato a subire lo sfruttamento e le ubbìe di fondi di investimento (il padrone, come si chiama oggi) pronti a licenziare le persone con una mail, per delocalizzare il lavoro.

Poi c’è “Palazzina LAF”, l’ottimo film d’esordio di Michele Riondino (dal libro del compianto Alessandro Leogrande “Fumo sulla città”) che la fabbrica invece la viviseziona, la smonta pezzo per pezzo, la destruttura anche in senso grottesco per mostrarne la schiacciante forza di sistema di controllo foucaultiano: la storia è ormai nota, quello del titolo era lo spazio dove nell’ILVA degli anni ‘90 si confinavano i riottosi, i sindacalizzati, le teste calde, quelli che non accettavano il demansionamento o che avrebbero potuto infettare con le loro idee balzane sui diritti dei lavoratori una macchina ben oliata che funzionava da sola, ben al di là del bene (poco) e del male (la salute di un’intera città, la sicurezza, i diritti calpestati).

Dell’ex-GKN ci sarebbe poco da dire, quello che sappiamo è davvero tanto, tantissimo ed è esempio del coraggio di un collettivo di lavoratori che tutti insieme, invece di tenerla bassa, la alzano la testa e la usano: così, possiamo felicemente sorprenderci di un premio che nessuno si aspettava, a dire il vero “il” premio del teatro in Italia, il premio UBU, quello che ogni anno dal 1977 riconosce le migliori produzioni teatrali, quelle più sperimentali talvolta, quelle più coraggiose come questa volta: “Il Capitale. Un libro che non abbiamo ancora letto” ha appena vinto il Premio Speciale UBU 2023. Come ha scritto con la solita lucidità tutta politica Dario Salvetti «un attore e quattro operai sotto licenziamento» sono arrivati là dove la fabbrica è sempre stata, anche se noi non la vedevamo più (i noi risucchiati dalla terziarizzazione del mondo del lavoro; i noi che dentro una fabbrica non ci hanno mai messo piede se non per vederne ferme quelle macchine ingombranti dove i nostri padri rischiavano una mano, un braccio, un infortunio più grave; i noi che sono stati sfruttati dal modello nuovo della partita-IVA; e tutti gli eccetera), ovvero al centro della scena, sotto i riflettori, sul podio se volete oppure nel centro esatto del discorso, allo snodo della narrazione.

Così a me pare si chiuda un cerchio che abbraccia contenuti importanti e pieni di senso: rendere nuova voce narrante quel mondo che per lungo tempo è stato tenuto nascosto dietro i cartelloni pubblicitari, dietro lo scintillio del consumismo che non si chiede dove e come si produce ciò che consumiamo; a quale prezzo reale paghiamo ciò che compriamo, a prezzo di quale sacrificio, di quale delocalizzazione, di quale licenziamento via mail o di quale palazzina LAF.
E i romanzi che ci stanno a fare, come si inscrivono in questo cerchio, che geometria usano? I romanzi spesso sono solo diversivi (perdipiù quello di Longo - splendido davvero, lo consiglio senza riserve - ha la forma esteriore del crime, del genere) ma quasi sempre, quelli migliori almeno, sono in grado di dare molto chiaramente una visione del mondo, quella che l’autore imprime al racconto. “Requiem di provincia” ha questa (e molte altre) caratteristica: quella di tracciare in un racconto melanconico e profondissimo insieme una storia che ne richiama altre, che riscopre antiche memorie, che dipinge senza nostalgie un’epoca nella quale tutto era ancora possibile e allora il potere, quello quotidiano, quello che si infila nella nebbia di ogni alba insieme ai turnisti che si danno il cambio all’altoforno agisce e agisce per soffocare, per uccidere, per cambiare il corso delle cose. Chissà se Bramard troverà il suo colpevole e la sua catarsi, nel giallo che lo contiene, tocchi al lettore scoprirlo. Chissà quante palazzine LAF ci sono ancora in giro per il mondo, angoli bui di fabbriche che hanno bisogno di confinare per esistere. Chissà cosa succederà il primo gennaio duemilaventiquattro quando i licenziamenti in GKN diverranno definitivi.
Quello che è davvero importante - vittoria che non passa mai - è continuare a raccontare queste storie, a raccontarne ancora, a raccontarle tutte. E anche se realtà e finzione si mischiano, come stavolta, non importa: chissà che a forza di raccontarle, prima o poi, qualcosa accada davvero.
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