Giornalista e geografa, Silvana Grippi porta avanti da decenni un progetto che va ben oltre il reportage: i suoi scatti di viaggiatrice restituiscono dignità, voce e volto a popoli spesso invisibili agli occhi dell'Occidente. Dai campi profughi sahrawi nell'hammada algerina ai villaggi Dogon del Mali, dalle donne iraniane sotto il hijāb, dai viaggi della speranza degli immigrati e le barche arenate di Lampedusa, la sua macchina fotografica è prima di tutto uno strumento di ascolto.

Una fotografia che è prima di tutto ascolto
C'è un filo rosso che attraversa il lavoro di Silvana Grippi: la convinzione che fotografare sia, prima di tutto, un atto di relazione e una documentazione del sociale. Non si documenta una cultura, la si abita - si mangia il suo cibo, si dorme sotto i suoi tetti, ci si esprime a gesti. Siciliana di origine, fiorentina d'adozione, laureata con una tesi sul Sahara Occidentale e collaboratrice di varie riviste tra cui Dialoghi Mediterranei, Grippi porta la sua macchina fotografica in quei luoghi che il turismo di massa ignora e che la storia contemporanea mette a rischio. Come ha scritto il Prof. Rombai "Lei è una viaggiatrice e geografa..." mentre Stefano Maulicino nella presentazione al suo libro fotografico sui sahrawi, scrive che le immagini «finiscono per eccedere» il reportage e il diario etnografico: non vogliono semplicemente testimoniare, ma «raccontare l'identità e la coscienza storica di un popolo».

Il Sahara Occidentale: duecentomila voci nel deserto
Al centro della sua ricerca più recente c'è il Sahara Occidentale, «lembo desertico dimenticato e rimosso dall’immaginario». Territorio in attesa di autodeterminazione, e ancora conteso tra il Marocco e la Repubblica Araba Saharawi, che lotta con il Fronte Polisario per il ritiro delle truppe di occupazione marocchine. Circa duecentomila saharawi vivono in diaspora: metà nei territori occupati e altri in campi profughi nell'hammada di Tindouf, in Algeria - negli insediamenti di El Aaiun, Smara, Auserd, Dakhla, Boujdour e 27 Febrero - in attesa del referendum sull'autodeterminazione. Cinque sono i viaggi di ricerca effettuati nelle zone occupate e due direttamente nei campi profughi. Il territorio è studiato sia nella sua morfologia che nella geografia umana fin dal 1975 e poi elaborato con una tesi in Lettere, indirizzo geografico.
Silvana Grippi ha vissuto con loro quella che chiama «la mia più bella esperienza». La lingua è l'hasaniya, dialetto classico arabo mantenuto vivo dalla comunità; le tradizioni vengono tramandate attraverso il canto e la poesia, accompagnate dal ghitar e dal tabel, il tamburo. Momenti di condivisione, amore per la propria terra, ribellione contro gli invasori.
«La fotografia è per me una poesia visiva, un incontro tra pensiero e anima. Nell'attesa, la linea d'orizzonte ferma lo sguardo, mentre l'occhio va oltre: questo è il senso del vivere.»
Mali: i Dogon tra magia e pericolo
Ai piedi della falesia di Bandiagara, nel Mali centro-orientale, vive da secoli il popolo Dogon: circa 240.000 persone in settanta insediamenti, senza luce né acqua corrente, in capanne di terra rossa aggrappate alle rocce. Grippi vi è entrata su un carro trainato da buoi, dormendo sui tetti dei villaggi sotto cieli «chiari e pieni di stelle». Un universo simbolico straordinario - maschere che accompagnano il defunto nell'aldilà, la festa del Sigui con le sue maschere-serpente di dieci metri, porte scolpite che raccontano la storia di chi vi abita - oggi sotto attacco di milizie jihadiste e Fulani, in una guerra che si intreccia con la siccità e la crisi climatica. L'area è interdetta ai giornalisti, i caschi blu lontani. «Mi domando cosa fare per salvarli», scrive Grippi. Una domanda che suona come un appello.
Iran e Lampedusa: due volti del Mediterraneo
In due viaggi in Iran, nel 2011 e nel 2013, Grippi ha attraversato Isfahan, Yazd e Shiraz raccogliendo ritratti femminili: donne che non sono vittime né simboli ideologici, ma persone con storie proprie, una bellezza fiera che «palpita sotto il velo». Donne come Amira, giovane sposa che la accoglie a cena e canta al suono del santur. Un lavoro che rilegge la dignità persiana attraverso gli occhi di chi la vive ogni giorno.
Il Mediterraneo come «terra di incroci» trova il suo punto più doloroso a Lampedusa, dove una scritta sul muro del porto - «proteggere le persone non i confini» - racconta lo spirito di un'isola mai stanca di aprire le porte. Le barche in legno accumulate al porto, i nomi in arabo verniciati sulle prue, il cimitero con tombe senza nome, la Porta dell'Accoglienza «denigrata e amata, deteriorata ma ancora ben salda»: ogni elemento diventa memoria, monumento alla vita e a chi non ce l'ha fatta.
Un archivio di umanità
La mostra fotografica di Silvana Grippi è molto più di un'esposizione estetica. È un atto culturale e politico nel senso più profondo: riportare al centro dell'attenzione quei mondi che la velocità dell'informazione tende a marginalizzare. Ogni scatto è il frutto di un rapporto di fiducia conquistato sul campo, di una presenza discreta e rispettosa. Grippi non fotografa dall'esterno: entra, ascolta, cammina. E quando torna, porta con sé non solo immagini ma storie. Storie che meritano di essere viste.
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