7 minuti sono la differenza tra quello che si può diventare e quello che si vuole essere.
Davanti alla fabbrica che sta cedendo la maggioranza delle quote a un’azienda francese vediamo scene a cui ci siamo abituati, picchetti di operai in attesa di un verdetto.
La sempre meravigliosa Ottavia Piccolo, portavoce di undici rappresentanti sindacali, rientra dall’incontro tra i vertici durato ore, durante le quali “è stata ignorata” salvo un contentino finale, scura in volto, con 11 lettere.
Le trattiene, cerca di preparare le altre a non farsi sopraffare dall’istintivo sollievo: 7 minuti in meno di pausa per nessun licenziamento. Sembra una vittoria, ma la Piccolo, pur preparata a rassegnarsi, spiega perché secondo lei non lo è e conclude: io voto NO.
Sconcerto, paura, incomprensione e livore irrompono in scena, le vediamo protagoniste, dibattere e dibattersi con rabbia, sfiducia, forza e ostinazione; conosciamo meglio ognuna di loro, ognuna di loro una storia diversa, ognuna con le proprie ragioni, e non riusciremo a fare a meno di comprendere ogni reazione, ogni motivazione, ogni sentimento.
Il gioco viene aperto dalla più anziana e chiuso dalla più giovane, indecisa fino alla fine, in un ideale passaggio del testimone dal passato che ha lottato per i diritti del lavoro, al futuro che deve riprendere a farlo.
La prova d’attrice è superbamente superata da tutte, dall’esordiente Fiorella Mannoia, dalla cupa e rabbiosa Ambra Angiolini, dall’erinni Maria Nazionale, e da tutte le altre.
Una storia importante, di ieri, di oggi… domani come sarà?
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