Sibilla: l'inatteso possibile di un mito, la leggenda, tante testimonianze, un film...
Articolo di Jo Gabel

Foto - Credit del film "La Sibilla tra realtà e leggenda"
Nomina sunt consequentia rerum
Non tutto può essere letto e progettato nella vita, ars longa vita brevis, ma lavorando ai miei scritti un nome mi sovviene spesso: quello della mitica Sibilla.
Scrivere a proposito della veggente dei monti sibillini non è facile: di Sibilla si può dire tutto e il contrario di tutto, dato che la sua iconografia è contesa tra paganesimo e cristianità. Senza contare che, fino a pochi anni fa, nessuno l'aveva considerato un soggetto valido per un film. Strano ma vero, perché la sua leggenda è viva e vegeta. D'altra parte, nelle Marche, la mia terra d'adozione, il senso del sacro e del mistero sono legati alla stessa natura del territorio, ricco di una varietà paesaggistica sorprendente.
I racconti che si tramandano sono intrecci filamentosi in tensione dinamica, labirinti di idee su cui elaborare una scacchiera di possibili combinazioni. Mi lasciai tentare da Sibilla come altri prima di me, persuasa di ricostruire le parti mancanti per scoprire chi fosse stata, cosa avesse fatto e pensato.
Era possibile?
Sibilla apparteneva ad un passato remoto, aveva fatto parte della mia casa di bambole assieme ad altri esseri relativamente esposti, avvolti dalle nebbie del tempo, vagheggiati e ricreati a mio capriccio, studiati con pazienza da entomologa nel tentativo di perpetuarne la specularità. Ma più ne leggevo e ne apprendevo, più subivo l'incantamento e mi chiedevo: chi fu Sibilla? Perché la sua leggenda è giunta sino a noi?
A distanza di 40 anni me lo chiedo ancora. Non somigliava alle mie eroine beneamate, o forse sì. Le sorelle Brontë, ad esempio, quando lessi i loro romanzi ne condivisi l'atmosfera claustrale ricca di suggestioni. E tante altre, zitelle avventuriere, assassine potenziali e suicide, veggenti, amanti abbandonate nascondevano un segreto come Sibilla.
Non dimeno lei si svelò a me nello spazio di un lampo.
Per raggiungere Sibilla occorre farlo oltrepassando luoghi dalla toponomastica suggestiva: il Laco Averno di Norcia (l'attuale lago di sangue o di Pilato) e le gole dell'Infernaccio, fino a giungere alla cima incoronata: non sto giocando con un visore per la realtà aumentata, anche se sembra un videogioco. Mi calo davvero nel pertugio della roccia senza pensarci due volte. Munirmi delle attrezzature necessarie non era stato un problema, arrampicare era stata una mia passione. Ma non posso evitare un tonfo sordo, il mio corpo rotola sui ciottoli e mi faccio male, ho un ginocchio sbucciato, ma sono dentro e la telecamera è salva. Mi guardo intorno. Video 360°, Rendering 360°.
Attraversato il primo antro spoglio, svolto per un cunicolo, discendo sempre più giù, tenendo la testa china: è umido, le pareti trasudano acqua, tanti grilli, miriadi, ombre rapide squittiscono tra le rocce, il percorso si snoda accidentato in discesa verso il ventre della montagna. Sassi, stagni, massi, stalagmiti spettrali, un ponte sul baratro, orridi infiniti sotto i quali scorrono acque azzurrissime come nelle grotte di Genga. Un vento improvviso si incanala nei budelli che attraverso, mi investe. Ho la nausea, mi devo fermare, devo riprendere fiato: mi accovaccio, mi avvolgo nel sacco a pelo, bevo del thè ancora caldo. Devo seguire il vento, mi dico, il vento si incunea da qualche altra apertura, deve esserci un'uscita. Mi pento di essere lì, ho sbagliato ad intraprendere questo viaggio, potrebbe essere senza ritorno. Forse mi assopisco e sogno di giganteschi portoni che scorrendo nella roccia dischiudono una sala luminosa, sorretta da colonne di pietra intarsiate d'oro. E vedo Sibilla assisa sull'argenteo trono a mezzaluna, tempestato di rubini.
Sibilla avvolta di sete cilestrine, circondata da gigantesche statue di grifoni e creature alate.
Sibilla circondata da uno stuolo di fate dalle voci argentine e dai capelli intrecciati. Di loro scorgo i volti, una ad una mi osservano o forse sono io ad inquadrare loro con la mia videocamera: alcune sono erbarie, altre indovine, altre ancora, posso immaginarlo, sono fanciulle tradite dal destino che hanno riscattato la loro vita da esistenze disgraziate. Tutte sensuali e libere come descritto dai cantori del Guerrin Meschino e nel romanzo di Antoine de la Sale...
Dato che scrivere, per me, è il modo migliore di pensare, Sibilla divenne protagonista di una sperimentazione letteraria nei codici del fantastico e del gotico, che mi indusse ad inventare una storia fedele agli stereotipi di genere. Purtroppo fu assurdamente mondata della carica erotica, del fulcro cupo e claustrofobico che avrebbe dovuto turbare e avvincere. La crisalide appena abbozzata del personaggio generava l'illusione del doppio, matriarca e strega, in un ritratto che evadeva dalla cornice di un santuario dando vita a molteplici risvolti che furono giudicati spregiudicati: la letteratura al femminile era ancora relegata in meandri ristretti.
In realtà la mia indagine era partita da un fatto concreto e cioé che lo storico Varrone, di Sibille ne aveva contate 10, mentre al santuario dell'Ambro, dove giunsi alla ricerca di notizie, ne sono raffigurate 12.
In questo ciclo di profeti e Sibille, opera di Martino Bonfini da Patrignone, uno di questi affreschi di donna è senza nome, con la mano rivolta alla Vergine. L'altra raffigurazione è detta chimica perchéregge un cartiglio che non reca né un messaggio biblico, né si riferisce ad un vaticinio di stampo classico: si tratta di un messaggio esoterico di tipo alchemico che ha resistito nascosto in un alveo della cristianità. Il dado era stato tratto ed io conquistata al mistero.
Nel saggio "L'antro della Sibilla" di Giuliana Poli sono descritti "fregi simbolici, fasci di spighe, ruote solari, sirene, fate e la montagna cosmica" che decorano i muri dei luoghi di culto pagano trasformati in chiese, operando una connessione simbolica tra la terra dei sibillini e i campi Flegrei. Tesi affascinante, come pure la leggenda delle sette sorelle e delle 7 chiese la cui disposizione, sostiene l'autrice, riflette la costellazione emblema cosmico del femminino, poi detta della Vergine. Se questo era un libro magico, dove rintracciare gesti rituali e assemblaggi tra luminosità e parola, "L'ultima Sibilla" di Maria Luciana Buseghin era ricco di notizie catalogate sulla storia e sui luoghi. Seguirono i miei viaggi alla montagna, invaghita della scrittura fantastica di Loredana Lipperini, i cui romanzi sono un antidoto ai tempi che viviamo.
D'altra parte mi sono sempre chiesta perché nessun regista, prima del 2018, si fosse dedicato a ricostruire le atmosfere suggestive che circondarono la Sibilla. Accadde solo dopo il grande terremoto delle Marche del 2016 che una casa di produzioni marchigiana volle rendere onore a quei territori devastati dal sisma con un'opera che ne ripercorresse le leggende, la storia e il fascino. Diretto da Luca Trovellesi Cesana,
il docu-film nacque come strumento di promozione del territorio, narrando storie antiche e leggende attraverso sequenze suggestive che esaltano il pathos di ritualità arcaiche. Tra danze e cerimonie di vaticinio, segue la pista che vedrebbe la Sibilla Tiburtina trasferirsi sui Sibillini e divenire nota come Appennina. Nel caldeggiare questa ipotesi interroga molti esperti: scrittori, antropologi, studiosi e collezionisti, mentre le riprese delle cime e le musiche non cessano d'incantare per 58 minuti di girato. Il film ha anche un fine dichiarato: seguire la spedizione scientifica costituitasi per verificare se sotto le pietre crollate del rifugio della Sibilla, a Monte Monaco, ci fosse stata davvero una sala. I tentativi precedenti di esplorazione erano avvenuti in modo dissennato, contribuendo a distruggere quel che il tempo aveva risparmiato: la volontà di un Papa di chiudere per sempre l' entrata della grotta; altri che vi fecero brillare delle mine preclusero per sempre la discesa nell'antro. Ne La Sibilla tra verità e leggenda assistiamo alla scalata del gruppo di ricercatori che trasportano a dorso di mulo le attrezzature che verranno piazzate all'ingresso della grotta, mentre nel cielo le nubi si addensano minacciose. Una sonda collegata ad una telecamera viene calata: la sala sembra esserci davvero e come altre montagne degli Appennini potrebbe nascondere al suo interno vaste cavità: saranno state sede di culti oracolari? È accertato che la cultura religiosa dei sibillini era un dato di fatto già prima dell'espansione romana, con i culti misteriosofici di origine orientale di Cibele, Attis, Iside e le antichissime tavole Eugubine.
Aliena, dea, strega o fata fuori dal suo regno Sibilla, è esposta mestamente allo sguardo del mondo, ritratta nel rettangolo di una finestra come le sue consorelle nel santuario dell' Ambro. Nella schiera dei profeti, Appennina non fu sola perché molte furono le Sibille nel bacino del Mediterraneo, prima incluse e poi di nuovo ricusate dalla tradizione cristiana. Ancor oggi Sibilla abita nel cuore delle donne libere che custodiscono il legame con la natura selvaggia: una potente radica che ispira fiducia nella vita che si rigenera e dona la capacità di orientarsi tra le energie invisibili che abitano oltre la nostra dimensione.
Le epoche si susseguono in periodi di pace e periodi di intolleranza e follia.
Dei simulacri pagani si ebbe timore come dell'opera del diavolo, l'ignoranza appiccò fuoco ai roghi di orribile memoria. Anche la compagna di Dolcino, pare, chiese ospitalità a Sibilla; chi non si piegò dovette rifugiarsi in luoghi impervi, tra erbe e animali magici, per sfuggire agli inquisitori. Ancor oggi costoro dovrebbero essere colti da un brivido, ai pleniluni, quando ascoltano il rumore dei tanti zoccoli che corrono a precipizio giù dalle montagne, perché sanno benissimo che le streghe tornano sempre.
L'origine, la violenza della natura, la paura, il mistero, la voce, la vita inesprimibile.
Ne fu sicuro un gruppo di ragazzini in gita ai Sibillini, una vicenda che appresi da uno di loro molti anni fa: un gregge di capre, sopraggiunte dopo la mezzanotte nei pressi del rifugio dove pernottavano, si dispose a circolo attorno alla costruzione. Scalpitavano frementi, sfiorandosi l'un l'altra, come a radunare le energie prima di una corsa. Avevano l'aria di aspettare qualcosa e d'improvviso il vento si placò e tutto apparve immobile, la luna splendeva alta nel cielo e i giovani si dissero certi che quel qualcosa si sarebbe compiuto di lì a poco...
Credo che di Sibilla si possa pensare lo stesso di ciò che disse Umberto Eco a proposito dei templari che tanto lo appassionarono, ovvero che chi se ne interessi non abbia tutte le rotelle a posto. Con buonapace di chi nell'ombra dimora...
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