Una luce morbida, che non taglia, che non proietta ombre e non disegna profili: è così che il regista Alberto Gemmi decide di presentarci il cimitero militare germanico del Passo della Futa; sotto una luce, cioè, che non ha lo scopo di distinguere, ma che preferisce pareggiare, mettere tutto “a livello”, senza gerarchie. Non è un accidente, a nostro avviso, ma una precisa scelta stilistica, un quasi lutto cromatico che Il labirinto percorre nel suo incedere. In altre parole, il cielo coperto sulla Futa è già, da solo, una prima dichiarazione di poetica.
Perché Il Labirinto non vuole essere un film sulla guerra, sulla morte, né un’opera di carattere storiografico, il regista lo dichiara esplicitamente, e il film lo dimostra in ogni sua scelta formale. È qualcosa di più difficile da nominare: un’indagine su come si abita la complessità di un luogo che è molte cose contemporaneamente e che non si lascia ricondurre a nessuna di esse. Il titolo funziona almeno a tre livelli: descrive letteralmente la planimetria del cimitero, progettato dall’architetto Dieter Oesterlen con una struttura che ricorda appunto un labirinto; descrive la forma narrativa del film stesso, che intreccia storie senza istituire gerarchie tra loro; e descrive infine la condizione concettuale di chi si confronta con questo luogo, la cui complessità la storica Elena Pirazzoli - che da anni vi conduce ricerca che poi racconta ai visitatori - ha condensato in una formula precisa: «un luogo dall’eredità pesante».

Il cimitero militare germanico della Futa ospita le spoglie di oltre trentamila soldati tedeschi caduti in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Sorge sull’Appennino tosco-emiliano, nel comune di Firenzuola, in uno di quei tratti di crinale che la modernità ha progressivamente dimenticato: Alto Mugello, territorio appartato, distante dalle retoriche del turismo come da quelle della memoria pubblica. Che un luogo simile esista, e che esista con questa densità, è già di per sé un dato che il cinema fatica normalmente ad avvicinare. Gemmi lo ha fatto, percorrendo un tempo produttivo lungo (i primi sopralluoghi risalgono al 2018, ha dichiarato il regista stesso), tempo che racconta sia le dinamiche economiche del cinema che la complessità del tema e la necessità di trovare l’approccio adatto.
Oesterlen lo progettò, insieme al paesaggista Walter Rossow, nei primissimi anni Sessanta (fu poi inaugurato nel 1969) come uno spazio che rifiutasse esplicitamente ogni forma di glorificazione bellica: niente obelischi, niente trionfi architettonici, ma un percorso labirintico tra le lapidi che obbliga chi cammina a rallentare, a girare, a perdersi leggermente. Questa scelta aveva le sue ragioni storico-architettoniche (lungo era stato il processo concettuale per passare da luoghi di celebrazione eroico-mortifera a luoghi di rispetto tout-court) e doveva confrontarsi anche con il sentimento dei mugellani che la guerra l’avevano subita e la cui memoria partigiana era ancora viva e pulsante. Il cimitero di Oesterlen non si attraversa, casomai si abita, anche solo per il tempo di una visita. Gemmi ha capito che filmare questo luogo significava prima di tutto rispettarne la logica: inquadrarlo dall’alto per renderne il senso complessivo ma soprattutto montarlo in sequenze alternate e fluide al tempo stesso, non imporgli un ritmo che non gli appartiene ma lasciarlo respirare nelle sue nebbie, materiali e simboliche.

La prima cosa da dire sulla forma del film è che il suo è un ritmo molto rispettoso, figlio di un approccio quasi etico, del modo cioè «in cui guardiamo ciò che stiamo guardando», per parafrasare a memoria Gianni Celati, e con lui Ghirri: un soggetto come questo non può essere affrettato, non va percorso nei ritmi di una visita "da turisti". La montatrice Elisa Cantelli costruisce un montaggio che potremmo definire - con una formula che il film sembra quasi suggerire da sé - di gentilezza del tocco: le storie da raccontare sono molte, le fonti di ispirazione altrettante (tra Cesare Pavese e tutto il portato di Archivio Zeta con Mann, Kafka, Eschilo), persino i luoghi non si limitano al cimitero ma percorrono boschi, cave di pietra serena, archivi, garage dei cercatori. Così, il montaggio sembra seguire una sua altimetria sentimentale, una carezza fatta al luogo e ai suoi testimoni, siano essi lapidi, abitanti che continuano a cercare il passato che non passa oppure le memorie portate nel film dalle riprese di epoca-Luce. Tutto questo materiale sembra danzare nello stesso circolo che la spirale del cimitero traccia nel terreno e nel nostro immaginario. Persino le voci, che sono quasi sempre quelle di Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, entrano ed escono dalla scena come attori su un palco e passano continuamente da voce in diretta a voce off, con gran gusto dello spettatore che gode di questa ulteriore drammaturgia.
Il documentario vive poi di due temperature visive distinte che non si contrappongono ma si nutrono a vicenda, si compenetrano. Da un lato il bianco quasi abbagliante degli interni: l’archivio tedesco nel quale sono custoditi i disegni progettuali di Oesterlen (e su cui il film si apre come una sorta di astronave kubrickiana che avvia il viaggio) e gli interni altrettanto scintillanti nei quali Guidotti e Sangiovanni ragionano di come affrontare i testi da mettere in scena lassù. Dall’altro il grigio plumbeo del cimitero stesso, all’esterno, quella luce morbida cercata sistematicamente, di cui si diceva. Non è una divisione tra passato e presente, né tra interno ed esterno anche se sembra: è piuttosto una questione di densità emotiva, due modi di avvicinarsi alla stessa materia.
Il trattamento del materiale d’archivio bellico e del dopoguerra è forse la scelta formale più audace: Gemmi e Cantelli lo inseriscono quasi in continuità con il girato contemporaneo, con un effetto visivo che abolisce la distanza temporale. Non c’è una linea che separa il 1944 dal 2026. Le immagini di ieri entrano nelle immagini di oggi senza chiedere permesso e questo, più di qualsiasi didascalia, dice qualcosa di autentico sulla natura di questo luogo: che la guerra non è finita, che le ossa riaffiorano ancora, che il passato non è archiviato, se mai lo sarà.

Il Labirinto non sceglie un’unica prospettiva narrativa e questa è una delle sue virtù, e nemmeno la più facile da perseguire: tenere insieme storie eterogenee senza appiattirle, senza che nessuna sopravanzi le altre, senza che il film ceda alla tentazione di costruire una gerarchia tra i suoi soggetti.
Ci sono i cercatori di corpi - o cercatori di tesori, come li chiamano localmente - persone che percorrono i boschi lungo la Linea Gotica alla ricerca di resti umani, di ossa dimenticate, di frammenti materiali della guerra. Sono forse i personaggi più fisicamente presenti nel film: lavorano con le mani, con la terra, portano alla superficie ciò che è sepolto. Catalogare pazientemente questo tempo passato nei boschi attraverso le ossa, i frammenti di proiettile, gli elmi: un agire meticoloso e silenzioso, una forma di rispetto che non richiede parole. E ci sono Guidotti e Sangiovanni di Archivio Zeta, che di questo luogo hanno fatto - dal 2003 e per più di vent’anni - uno spazio teatrale permanente e sempre vivo.
Storie che non vengono separate in capitoli ma che si intrecciano, si interrompono, tornano. Il collante che le tiene insieme è proprio Archivio Zeta, la cui presenza teatrale nel film ha un suo senso, preciso e riconoscibile; Gemmi la tratta come il filo che le attraversa e le cuce tutte: il gesto culturale che trasforma un luogo di morte in uno spazio ancora capace di generare senso.

Fondato nel 1999 da Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, Archivio Zeta inizia a lavorare alla Futa nel 2003, con I Persiani di Eschilo - negli anni della guerra in Iraq, tra quelle trentamila lapidi tedesche, con una scelta che era già in sé un atto di pensiero. Da allora il repertorio si è allargato a comprendere Sofocle, Karl Kraus, Pasolini, Shakespeare, Cortázar, Kafka, Dostoevskij, Mann: una varietà di autori che testimoniano la ricerca di senso e il tentativo di mettere in dialogo ogni testo con quel luogo specifico; una risonanza che il palcoscenico “tradizionale” non avrebbe potuto offrire.
Tra questi, La Montagna Incantata di Thomas Mann occupa senz’altro “il” posto emblematico: il Berghof di Mann è un luogo dove il tempo si sospende, dove i vivi vivono in prossimità della morte con una familiarità quasi scandalosa, dove la malattia e il lutto diventano la normalità di una comunità. Recitare Castorp tra le lapidi della Futa non era una forzatura scenografica; era piuttosto riconoscere che il romanzo di Mann aveva già scritto, nel 1924, qualcosa di vero su un luogo che sarebbe sorto più di quarant’anni dopo. Mettere in risalto questo nesso era quasi produrre nuovo senso, nuovi significati che il pubblico, accorso numerosissimo negli anni, ha colto ed apprezzato con entusiasmo.
Il Labirinto è, tra le altre cose, un’autentica documentazione visiva organica di questa pratica. Archivio Zeta ha costruito un archivio culturale su un luogo fisico; Gemmi costruisce un archivio cinematografico di quell’archivio. Una "mise en abyme" che non è un gioco intellettuale: è la presa d’atto che certe pratiche, se non vengono filmate, scompaiono senza lasciare traccia - come le ossa nel bosco, se non c’è nessuno che le dissotterri.

«Un luogo dall’eredità pesante»: la formula di Elena Pirazzoli non descrive solo la storia del cimitero - descrive il problema formale che Gemmi si è trovato davanti. Come si fa un film su un luogo che è contemporaneamente un sacrario di guerra, uno spazio teatrale ventennale, un oggetto architettonico, un bosco dove ancora si dissotterrano ossa, e una soglia simbolica tra i vivi e i morti? La risposta del regista non è risolvere questa complessità ma abitarla - e il montaggio che mescola passato e presente, le storie che si intrecciano senza sciogliersi, le temperature visive che si compenetrano senza fondersi, sono tutti strumenti di questa stessa strategia.
Il Labirinto esce in un momento preciso e per niente neutro: alla proiezione di sabato 24 ottobre al cinema Astra era presente il console onorario tedesco a Firenze, Federico Di Salvo; un segnale che qualcosa si sta muovendo sul piano diplomatico, che è ancora aperta e in divenire la trattativa tra le istituzioni italiane e il Volksbund - l’associazione tedesca di diritto privato che gestisce il cimitero - per cercare di garantire la continuità del lavoro di Archivio Zeta nei prossimi anni. Il documentario di Gemmi rivela allora la sua natura: non è affatto mero sguardo retrospettivo su ciò che è stato ma si inserisce a pieno titolo in un’incertezza viva, in una questione irrisolta. È una perfetta descrizione del presente che ancora c’è, che ancora ci riguarda e che aspetta un esito capace di tenere in vita il luogo, la sua memoria e quella straordinaria possibilità che vivi e morti continuino a parlarsi attraverso le domande che letteratura e teatro sanno porre con tanta forza, con tanto rispetto.
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(Nel frattempo, il documentario prosegue il suo cammino di proiezioni. Il calendario, in continuo aggiornamento, è consultabile a questo indirizzo: https://openddb.it/film/il-labirinto/ ).
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crediti fotografici / per le foto in sala al cinema Astra (Firenze): Antonio Desideri - tutte le altre foto: TeklaFilms
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