180 anni di fotografia

Giovedì 10 Gennaio 2019 12:11 Piero Fantechi
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Louius Jacques Mandé Daguerre

Il 7 gennaio 1839 è convenzionalmente la data d’inizio della storia della fotografia con l'annuncio da parte dell’Accademia delle Scienze di Parigi della nascita della dagherrotipia, tecnica messa a punto da  Louius Jacques Mandé Daguerre.
Lo scienziato al 1824 inizia a fare esperimenti per riuscire a fissare l'immagine ottenuta attraverso la camera oscura. Inizia una corrispondenza con Joseph Niépce, e sei anni dopo la morte di quest'ultimo, Daguerre riuscirà a mettere a punto la tecnica che prenderà il suo nome, la dagherrotipia. Questa sarà resa pubblica nel 1839 dallo scienziato François Arago in due distinte sedute pubbliche presso l'Académie des Sciences e dell'Académie des beaux-arts. La data è convenzionale, perché si potrebbe usare anche quella dell’inizio del processo calotipico di William Henry Fox Talbot, processo più simile a quello di sviluppo e stampa sopravvissuto anche all’avvento del digitale. Il brevetto della calotipia è del 1841. Per questo la storia della fotografia ha inizio da quando l’Accademia delle Scienze di Parigi attribuì a Louius Jacques Mandé Daguerre il procedimento di sviluppo dell’immagine che da lui prese il nome. L'invenzione, resa di pubblico dominio, frutterà all'autore, e al figlio di Niépce, una pensione vitalizia, donatagli dal Governo in cambio della libera circolazione dei dettagli del processo.

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Loius Daguerre, dagherrotipo

Lo sviluppo avviene mediante vapori di mercurio a circa 60 °C, che rendono biancastre le zone precedentemente esposte alla luce. Il fissaggio conclusivo si ottiene con una soluzione di tiosolfato di sodio, che elimina gli ultimi residui di ioduro d'argento. I punti di forza del dagherrotipo, sottolineati già all’epoca da Francois Jean Dominique Arago, membro della medesima istituzione, sono la velocità di formazione sulla lastra dell’immagine ripresa (una decina di minuti “col cattivo tempo”) e la facilità del procedimento, che non richiede particolari abilità ma solo di seguire “poche semplici istruzioni”, come ricorda lo storico Maurizio Rebuzzini citando sempre Arago (Rebuzzini che una volta iniziò un suo intervento alle 18.39 proprio in ricordo dell’anno di nascita della fotografia...).
I limiti principali del dagherrotipo rispetto alla calotipia risiedono nel fatto che l'immagine ottenuta non è riproducibile mentre nella calotipia a partire dalla realizzazione del negativo si possono poi replicare le stampe e che l'immagine riprodotta deve essere osservata sotto un angolo particolare per riflettere la luce in modo opportuno. Inoltre, a causa del rapido annerimento dell'argento e della fragilità della lastra, il dagherrotipo veniva racchiuso sotto vetro, all'interno di un cofanetto impreziosito da eleganti intarsi in ottone, pelle e velluto, volti anche a sottolineare il valore dell'oggetto e del soggetto raffigurato.
Per quanto il digitale abbia rivoluzionato molto della fotografia, i principi restano gli stessi: si tratta sempre di impressionare con la luce un elemento fotosensibile e di convertirne il risultato in una immagine leggibile. Solo che oggi l’immagine è immateriale e non necessita di fasi di sviluppo.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 10 Gennaio 2019 12:59 )