Si sapeva che Bussotti non era più qui, quantomeno con quella parte di se che viveva in un presente relativo. Oggi che è andato oltre ogni limite umano, ha raggiunto probabilmente luoghi impossibili da raggiungere con la nostra realtà, si sente la sua assenza. La stessa che si avvertiva da anni, da quando cioè aveva smesso di scrivere musica, di essere un intellettuale a tutto campo, di fare cose nuove. Nella sua città Firenze e nei suoi luoghi unici che ha saputo vivere e conoscere e abitare. Eppure Sylvano Bussotti veniva da lontano, da un tempo antico che per lui è diventato futuro sostenibile. Ha varcato le soglie di una modernità compositiva come pochi. Certo veniva da una formazione accademica ma quello che è stato capace di reinventare lo sanno tutti coloro che hanno avuto modo di conoscerlo. Lui che partiva dall'essenzialità della musica, conosceva benissimo l'aura di Erik Satie e seguiva quella di John Cage. Ma fu soprattutto nell'espressione unica della sua narrativa musicale che rivelò la lieve sua presenza. Fino alla fine, fino a quando recuperò una idea di melodia, creando ancora una volta scalpore, quando molti suoi colleghi rimanevano legati ad una idea compositiva post weberniana o d'altro. Ma in lui rimase fortissima la presenza di Giacomo Puccini, tant'è che fu tra i pochissimi ad intuire le potenzialità del Festival di Torre del Lago, riuscendo a creare qualche cosa di unico ed irripetibile. Di cui oggi si sono completamente perse le tracce. Nipote di un artista unico come lui, unico come Tono Zancanaro, fu molto legato al gesto pittorico, alla bellezza del tracciare segni. Insomma Bussotti non ha vissuto invano, tutt'altro. E' stato uno dei pochi che in una nazione talmente borghese seppe fare dell'idea della pietà un senso della sua stessa vita. Raro esempio, forse unico nella musica. Ma si sa che persone così, che hanno talmente vissuto le tante vite avute, potranno solo tornare ogni volta che una parte del tempo lo ritroverà. E questo lo sarà in qualsiasi futuro possibile ed immaginabile.