Recensione di "Paradise City" di Joe Thomas

Lunedì 21 Gennaio 2019 09:02 Edoardo Todaro
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"PARADISE CITY" di Joe Thomas - Carbonio Editore 

Molti anni fa ho letto “Città di Dio” di Paulo Lins, un quartiere-ghetto di Rio de Janiero che in sostanza è una favela; oggi, a distanza di tempo, con la lettura di “Paradise city” abbiamo a che fare sempre con una favela, sempre in Brasile, ma da Rio ci spostiamo a Sao Paulo.
Uno scrittore inglese, Joe Thomas, che si addentra, con la sua scrittura, in una favela brasiliana?
Vivere 10 anni a contatto diretto con la quotidianità di Sao Paulo e dell’immensa favela Paraisòpolis da tutta la legittimità nel riconoscere la bontà di quanto scritto.
Favela con tutte le caratteristiche che contraddistingue questi luoghi, dalle voragini nelle strade agli autobus manovrati con spericolatezza per evitare i cumuli di immondizia abbandonati lungo le strade, ragazzi che fanno rotolare pneumatici per semplice svago e divertimento, furgoncini arrugginiti lasciati ovunque perchè non esiste limite tra marciapiede e strada, marciapiedi umidi di piscio, clacson urla e viceversa, la musica che pompa dagli stereo, il “rolezinho” con il quale masse di ragazzini attraverso internet si ritrovano in un centro commerciale per urlare la propria rabbia rispetto al loro essere messi ai margini e l’inquinamento a livelli indescrivibili che si materializza davanti agli occhi; un vero safari della baraccopoli.

Ci troviamo di fronte ad un vera e propria inchiesta sociale che ha tutte le caratteristiche del noir, attraverso il quale viene data una chiave di lettura per capire quanto sta accadendo, che indaga sui mutamenti sociali in corso e per rapportarsi ad essi.
Ci troviamo:
1) nella più grande favela, con i suoi sogni ed i suoi ed i suoi incubi, di Sao Paulo; 
2) un investigatore della polizia civile; 
3) l’assassinio della moglie, attivista e avvocato a difesa degli abitanti della favela colpiti da piani di riorganizzazione urbanistica tendenti a favorire profitti ed interessi di speculatori ed affaristi di turno.
Speculazione edilizia che trasforma cantieri abbandonati o edifici in rovina in luoghi per definire affari non certamente leciti….. e pure questi hanno paura del crimine. Speculazione urbana che per essere digerita viene definita riqualificazione e ciò necessita di un nome attraente: progetto Singapore.

Progetto destinato a costruire grattacieli e riempirli di gente; buttare giù le baraccopoli…. tutto per migliorare la qualità della vita e rendere la città più bella agli occhi dei turisti in arrivo per mondiali di calcio e le Olimpiadi.
Un’illusione di progresso a cui nulla possono le manifestazioni “niente coppa senza cambiamento”.

Avvocatessa uccisa da una delle tante “bala perdita” (pallottole vaganti) che “vagano” dopo il rituale conflitto a fuoco per il controllo del territorio tra polizia militare, che usa esclusivamente la repressione in risposta al malessere diffuso che stagna nella favela, ed i traficantes. In sei settimane 140 morti.
Una polizia che è vista, nei fatti, come truppa di occupazione da abitanti che cercano un lavoro, sia esso anche un qualcosa che ti fa spaccare la schiena, per un salario da fame e che hanno una dignità senza uguali.
Una polizia che non disdegna di collaborare con il cartello del PCC, gang con ambizioni finanziarie; ingranaggi della macchina messa su per garantirsi il controllo stesso. Ma nel momento in cui un SUV ha un incidente mortale, viene fuori la realtà e cioè che spesso gli omicidi vengono fatti passare per incidenti. 

Non potevamo non imbatterci in magnati, o presunti tali, che pongono al centro del proprio modo di essere il “noi siamo il futuro”; o l’aver a che fare con il “jeitinho” cioè con i sotterfugi usati da ricchi e politici, o indagini che vengono sottratte ad investigatori non accomodanti; dove le persone che scompaiono sono talmente tante da passare per ordinaria amministrazione.
Tra retate, interrogatori pesanti e morti ammazzati non solo ci troviamo di fronte allo specchio di un paese che sprofonda ogni giorno di più divorato dalle contraddizioni che auto genera, ma per fortuna ci troviamo di fronte alle pagine del primo libro di una serie con protagonista l’ispettore di polizia Mario Leme.

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