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Convegno sul mondo arabo

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UN CONFRONTO SULLE INTERPRETAZIONI
21-22 GENNAIO 2013
Aula Magna del Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo. Università di Firenze, via San Gallo 10 Firenze
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I SESSIONE 21 GENNAIO ORE 15.00 LA FORMAZIONE DI UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE
presiede GABRIELE TURI
MASSIMO CAMPANINI Università di Trento
Radici e caratteri dei risvegli arabi
LEILA EL HOUSSI Università di Padova
Da una democrazia laica a una democrazia in nome dell'Islam?
FEDERICO CRESTI Università di Catania
Il sistema scolastico
ELISABETTA BINI Università di Tor Vergata, Roma
Il condizionamento degli interessi petroliferi internazionali
LUCIA SORBERA Università di Sydney
Il ruolo e il contributo delle donne
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II SESSIONE 22 GENNAIO ORE 9.30 IL CONTESTO ECONOMICO
presiede LEONARDO PAGGI
MASSIMILIANO TRENTIN Università di Bologna
Il Medio Oriente e il Nord Africa tra integrazione regionale e integrazione globale
DANIELA PIOPPI Università «La Sapienza» Roma
Le trasformazioni dello Stato arabo nel processo di globalizzazione
SAMIR AITA «Le Monde diplomatique», Paesi arabi
La struttura del mercato del lavoro, la crisi economica e le insorgenze politiche del mondo arabo
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III SESSIONE 22 GENNAIO ORE 15.00 L’EUROPA NEL MEDITERRANEO
presiede SAMIR AITA
UMBERTO DE GIOVANNANGELI «Limes»
La geopolitica del Mediterraneo, oggi
MASSIMO LIVI BACCI Università di Firenze
I movimenti migratori nel Mediterraneo
MARIA ELEONORA GUASCONI Università di Urbino
La politica mediterranea dell’Unione europea
GAMAL AL GHITANY scrittore egiziano/TAHAR LAMRI scrittore algerino
La politica mediterranea dell’Unione europea nella prospettiva dei paesi arabi
I TEMI DEL CONVEGNO
Il convegno intende svolgere una riflessione critica sulle categorie, spesso ideologiche, con cui si è guardato fin dall’inizio alla grande crisi di trasformazione in atto nel mondo arabo dal febbraio del 2011
1. Il primo dato che merita riflessione è l’espressione stessa di “primavere arabe”. Sulla base di un esplicito quanto ingiustificato accostamento con la caduta dell’Unione sovietica i paesi occidentali hanno salutato come un loro successo la crisi di regimi che in realtà avevano goduto di riconoscimento e collaborazione pieni sia in Europa che in Usa. Da qui una lettura dei processi in corso che ha assunto come unico standard di giudizio la formazione di istituzioni democratiche di tipo parlamentare.
Adottando una prospettiva storica di più lungo periodo, e la terminologia del celebre libro di George Antonius (1938), si potrebbe dire che è questo, nel corso dell’ultimo secolo, il terzo tentativo di “risveglio” del mondo arabo. Il primo, contestuale alla crisi dell’impero ottomano, giunge a maturazione nel corso della prima guerra mondiale, per essere pienamente riassorbito dalle potenze mandatarie, che con gli accordi Sykes-Picot scrivono l’attuale carta geografica del Vicino e Medio Oriente. È del 1929 la prima intifada dei contadini palestinesi contro i massicci acquisti di terre del movimento sionista. Il secondo “risveglio”, di stampo nettamente nazionalista e anticoloniale, prende definitivamente corpo nel 1956 con la crisi di Suez, nel quadro dell’allora nascente ordine internazionale di tipo bipolare e comincia a perdere già negli anni settanta qualsiasi capacità di innovazione. Le rivolte di oggi segnano la conclusione di quel ciclo storico che pur nelle differenze delle singole situazioni ha anche qualche tratto omogeneo
Lo stato postcoloniale realizza importanti condizioni di “progresso”, come un forte innalzamento dei livelli di istruzione e un sensibile calo del tasso di incremento demografico; ma anche dove dispone di una sostanziosa rendita petrolifera non riesce ad avviare uno sviluppo economico autopropulsivo capace di impiegare le energie he ha liberato. Sono non a caso protagonisti delle rivolte i giovani con più alti livelli di istruzione e le donne che beneficiano del superamento dei più antichi e tradizionali costumi sociali.
Accantonando l’inesauribile, e metafisico, interrogativo sui rapporti tra Islam e democrazia, ci sembra che il vero tema di riflessione politica dovrebbe essere quello relativo alle possibilità e alle modalità di formazione di una nuova classe dirigente post oligarchica, capace di includere le nuove spinte della società civile ma anche le sensibili differenze etniche e religiose, procedere nella costruzione di apparati burocratici meno gelatinosi, e gestire le risorse economiche nel quadro ineludibile della globalizzazione in atto.
Il conseguimento di questi risultati dipenderà in prima istanza dalle configurazioni nazionali. Rimangono da indagare i modi concreti in cui si declinerà il rapporto tra Islam e politica. Ma in un’area che da due secoli costituisce il punto di verifica di qualsiasi equilibrio mondiale, non meno decisivo appare il condizionamento esercitato dal contesto internazionale.
Il convegno intende fare di questo tema, spesso trascurato negli approcci analitici correnti, uno specifico oggetto di riflessione
2. C’è in primo luogo un contesto geopolitico, caratterizzato peraltro da un forte riequilibrio nei rapporti tra occidente e oriente (nonostante la conclusione “vittoriosa” della guerra fredda), senza di cui non si spiega il fatto che in due casi le rivolte si siano trasformate in guerre civili, una delle quali tuttora lontana da qualsiasi esito ragionevolmente prevedibile, proprio in ragione dei vigenti assetti politici internazionali.
C’è in secondo luogo un contesto economico per molti aspetti non meno pressante. Il ruolo crescente dei mercati finanziari ha avuto effetti fortemente squilibranti anche sulle economie dei paesi arabi, comprimendo lo spazio del manifatturiero e ampliando a dismisura il settore della finanza, dell’immobiliare e delle telecomunicazioni. La speculazione di borsa che gioca sui prezzi dei prodotti energetici e alimentari provoca incertezza sulle più elementari condizioni di vita. Si riproducono nel frattempo gli stessi processi di polarizzazione sociale che hanno investito i paesi più avanzati. È parte importante del quadro il costituirsi di una “finanza islamica”. Le monarchie del Golfo usano il loro enorme potere finanziario non solo per pesare nella geoeconomia del Mediterraneo. Promuovono anche movimenti e partiti jihadisti che condizionano dall’interno le trasformazioni in atto.
Deve essere immesso in questo quadro di influenze negative anche il blocco dei processi emigratori che negli ultimi anni si è realizzato in tutti i paesi europei sotto la spinta di un crescente populismo xenofobo che non ha risparmiato nemmeno i paesi di più consolidata tradizione socialdemocratica. Il tema è parte integrante di quella progressiva eclissi dell’Europa dalle prospettive e dall’immaginario politico dei paesi arabi che l’incontro intende affrontare come suo terzo e ultimo tema di riflessione.
3. La segregazione dell’Europa dal Mediterraneo inizia con la costituzione di uno spazio euroatlantico, procede con la fine dei vecchi colonialismi e si consolida con l’instaurazione di uno sviluppo economico centrato sullo scambio di manufatti industriali all’interno dell’area di più avanzato sviluppo capitalistico. Un nuovo impulso in questa direzione si realizza tuttavia a partire dal 1992, allorché sotto la pressione congiunta degli Stati Uniti, interessati a una espansione della Nato e della Germania riunificata, desiderosa di riattivare antiche sfere di influenza, la Ue procede a una massiccia e frettolosa inclusione di tutti i paesi dell’Est. Si arriva, paradossalmente, alla costituzione di una nuova Mitteleuropa.
La politica di partenariato euromediterraneo lanciata a Barcellona nel 1995, sulla base di una impostazione rigorosamente neoliberista, rimane assolutamente priva di esiti. E ancor più meteorica è l’Unione mediterranea promossa nel 2008 da Sarkozy. L’esplosione della crisi finanziaria mette definitivamente allo scoperto la posizione nettamente asimmetrica raggiunta dalla Germania. A difesa dell’euro essa impone ora una politica di austerità che non solo taglia fuori il Mediterraneo (sempre più aperto alla penetrazione cinese) ma alimenta una crescente spaccatura tra il Nord e il Sud dell’Europa. Negli stessi anni si è progressivamente appannato il ruolo svolto dall’Europa come interlocutore autonomo del popolo palestinese con irreparabili danni di immagine politica.
Una recente storia del Mediterraneo si conclude laconicamente con la constatazione che il turismo di massa e l’emigrazione clandestina sono oggi le due principali forme di contatto tra le opposte sponde. Il quadro non è meno drammatico se si include nella lista la vendita di armi e il trasferimento di risorse energetiche. E tuttavia non siamo dinanzi a un fato ma a un processo reversibile. Dalla fine della guerra fredda gli equilibri del Mediterraneo sono aperti a sviluppi ed esiti contrastanti. Che lezioni dobbiamo trarre dai fallimenti del passato anche più recente?

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