EDITORIALE
Parliamo di università
Quaranta anni di mancanza di lungimiranza legislativa nel settore universitario nazionale ci porta a riconsiderare il problema. Oggi più che mai il dislivello è invalicabile e ci poniamo la seguente domanda: Che differenza c’è tra l’università pubblica e privata?
Le Università pubbliche sono fuori controllo sia amministrativamente che nella ricerca e ne paga le conseguenze la didattica mentre le private, che sono per la maggioranza in mano ad altri paesi, sono aumentate a dismisura e vengono gestite in maggior parte dal luogo di provenienza (Università americane al primo posto).
In questi giorni gli scioperi dei docenti hanno mostrato quanto sia necessario lo sviluppo di nuove energie per la costruzione di vere scuole. La struttura competitiva trascura il concetto di qualità e valore che non passa certamente per la “meritocrazia” che non esiste in quanto sempre relativa.
Favorire la crescita di un sistema misto con offerta universitaria pubblica e privata, rappresenterebbe una novità per il nostro Paese e una introduzione di dinamicità in un mondo che oggi rischia di essere troppo statico. Introdurre come “novità” la chiamata in diretta favorirebbe chi? Non è nuova la modalità esposta in quanto si ritornerebbe alle modalità mistificazioni del curriculum ad hoc e delle conoscenze personali. Cosa manca in questo contesto? Un sistema più moderno che possa individuare le nuove prospettive giovanili e creare presupposti per lo sviluppo della cultura e del socialmente utile. Sono perfettamente consapevole che ciò richiederebbe una serie di cambiamenti ma è nelle situazioni di crisi che è indispensabile creare nuovi modelli.
Il sistema universitario italiano è incancrenito e manca di prospettive nell’avvio e nella progressione della carriera dei docenti, nessuna riforma potrà mai introdurre competitività, se la progressione della carriera universitaria è gestita con meccanismi strani e con favoritismi. Manca una disciplina degli organismi tecnico-scientifici collegati agli Atenei per lo sviluppo dei prodotti della ricerca.
Negli Stati Uniti, ma anche in Europa e, più recentemente, in Asia, molti Atenei pubblici e privati hanno da tempo sviluppato al loro fianco parchi scientifici di prim’ordine, istituzioni che rappresentano, ad un tempo, i terminali della ricerca universitaria e i volani per l’economia e lo sviluppo dei territori. Le università ricevono un beneficio (anche economico) da tali organismi, si crea occupazione nell’innovazione e si stimola la ricerca scientifica. In Italia sono stati realizzati, spesso con lodevoli intenzioni di partenza, almeno a parole, pallidi e costosi simulacri, non sempre adatti allo scopo. Occorre invece riportare ottimismo, in modo che l’Università, specchio estremo del Paese, diventi crescita che potrebbe rendere - attraverso creatività, innovazione, ottima didattica - eccellenza il corpo docente che motivi e qualifichi gli studenti, i quali potranno sviluppare crescita culturale e professionale sia durante che dopo lo studio.
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