Viaggio ai confini dell'Europa. Il campo profughi di Idomeni visto con gli occhi di una studentessa catalana

Sabato 23 Aprile 2016 15:54 Stefano Maulicino e Thomas Maerten
Stampa

All'inizio di marzo 2016 la Macedonia ha chiuso le frontiere ai migranti, così come ha fatto la maggior parte dei paesi dell'area, interrompendo la "rotta balcanica". Ne abbiamo parlato con Mar, una studentessa catalana che ha passato un mese come volontaria indipendente nel campo profughi di Idomeni.

di Stefano Maulicino e Thomas Maerten
p.h.: relatsbondia.wordpress.com
Cf8-q5DUsAEZDHx.jpg large

Il 2015 è stato l'
anno dei migranti. Più di 1 milione di persone disperate - il quadruplo rispetto al 2014 - sono fuggite verso l'Europa dal caos mediorientale e da altre situazioni di violenza, carestia e povertà in Africa ed Asia. Di queste, circa 150 mila hanno attraversato il Mediterraneo sbarcando in Italia, per poi dirigersi soprattutto verso i paesi più ricchi del nord Europa. Molti di più, circa 850 mila, i migranti che hanno attraversato i Balcani, partendo via mare dalla Turchia e risalendo a piedi Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia. Persone in fuga da contesti tanto duri da essere pronte a rischiare la vita: in quasi quattromila, tra cui molti minori, sono annegate nell'Egeo e nel Canale di Sicilia. Ma l'indignazione provocata dalla foto del corpo senza vita del piccolo Aylan sulla spiaggia di Bodrum in Turchia è durata poco. Così come le immagini dei migranti che oltrepassano le frontiere europee con la fotografia della Merkel. Infatti, nonostante tali flussi migratori siano uno degli "effetti collaterali" del neocolonialismo occidentale e dei conflitti extraeuropei che coinvolgono sia le potenze regionali sia i paesi della Nato, gli Stati europei hanno reagito alzando muri ed intensificando respingimenti e rimpatri forzati, spesso con atteggiamenti apertamente xenofobi.

All'inizio di marzo 2016 la Macedonia ha chiuso le frontiere ai migranti, così come ha fatto la maggior parte dei paesi dell'area, interrompendo la "rotta balcanica". Ne abbiamo parlato con Mar, una studentessa catalana che ha passato un mese come volontaria indipendente nel campo profughi di Idomeni, sorto proprio sul confine greco-macedone, raccontando la sua esperienza sul blog relatsbondia.wordpress.com.

Zaino in spalla, Mar è partita da Firenze un po' alla sprovvista, con in tasca pochi risparmi e qualche soldo raccolto con un crowdfunding sul web, spinta dalla voglia di impegnarsi concretamente di fronte all'indifferenza generale e soprattutto dalla volontà di informare su quanto accade ai confini dell'Unione Europea. «Non avevo nessun contatto sul campo né un'idea precisa di cosa sarei andata a fare. Appena arrivi come volontario indipendente sei disorientato e ci metti un po' ad ambientarti. Hai una grande voglia di metterti a lavoro ma non sai bene cosa fare, come farlo e con chi. Devi stabilire dei contatti ed imparare a conoscere i vari gruppi e Ong che lavorano nel campo. Ci sono tanti progetti diversi e devi scegliere quale vuoi seguire. I primi giorni sono volati a ritmi frenetici. C'è troppo da fare e solo dopo una settimana mi sono accorta che da quando ero arrivata non mangiavo, non dormivo e non facevo una doccia. Allora ho capito che dovevo trovare il mio ritmo».

Mar è arrivata a Idomeni alla fine di febbraio, poco prima della chiusura del confine macedone: «In origine il campo era una specie di stazione di transito tra Grecia e Macedonia, capace di contenere circa duemila persone in un vasto terreno agricolo, ma al mio arrivo già ne ospitava cinquemila. Anche dopo la chiusura del confine continuavano ad arrivare fino a duemila migranti al giorno che però rimanevano bloccati: interi nuclei familiari, con anziani, donne incinte e molti bambini. Ad un certo punto si è toccato un picco di 15 mila persone. Soprattutto all'inizio le tende ed i beni di prima necessità scarseggiavano, moltissimi dormivano all'aperto e la pioggia incessante trasformava il terreno in un pantano di fango». A Idomeni non c'è acqua corrente né elettricità, le condizioni igieniche e sanitarie sono drammatiche: molte donne sono costrette a partorire nelle tende e le epidemie si diffondono in fretta.
Cgj5omfWIAE-2jS.jpg largeL'assistenza umanitaria ai profughi vede impegnate varie organizzazioni internazionali - tra cui l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l'Ong greca Praksis, Medici Senza Frontiere e la Croce Rossa Internazionale - ma le risorse ed il personale sono insufficienti per far fronte alle enormi necessità. Per fortuna sono moltissimi i giovani volontari indipendenti a dare una mano, coordinati soprattutto dal network internazionale InterVolve. Accanto al volontariato umanitario sono presenti anche molti attivisti politicizzati come i No Borders italiani di Ventimiglia o i volontari di Aid Delivery Mission. «Ovviamente non c'è tempo né voglia di parlare di politica, c'è troppo lavoro da fare, anche se molta gente è contraria a mischiare politica e volontariato umanitario. Invece secondo me bisogna schierarsi, o stai con i profughi o con l'Unione Europea, perché se non scegli in realtà hai già scelto. Senza una coscienza politica il volontariato diventa assistenzialismo e non fa altro che sollevare i governi dalle proprie responsabilità».

Dopo il disorientamento dei primi giorni, Mar ha conosciuto altri volontari come lei, provenienti da tutto il mondo. «Un ragazzo venuto apposta dagli Stati Uniti, due ragazze dallo stato spagnolo, una svizzera che vive a New York City ed una austriaca. Abbiamo affittato un appartamento nel paesino vicino, che è diventato una sorta di comune». Insieme sono entrati nel "Team Banana" che distribuiva fino ad una tonnellata di banane al giorno per colazione. «Una volta che trovi persone col tuo stesso ritmo puoi organizzare molto meglio il tuo tempo e dare una mano nelle varie attività: a mezzogiorno lavoravamo con Save The Children, la sera con Medici Senza Frontiere. Ma la cosa più bella è stata lavorare con i bambini: circa il 40% della popolazione del campo ha meno di sedici anni. Abbiamo comprato fogli e pennarelli, per poi appendere i disegni dei bambini sul filo spinato lungo il confine».

Un piccolo gesto ma molto significativo perché uno dei problemi maggiori della vita quotidiana è la noia: «La maggior parte delle persone passa la giornata sdraiata sulle brande ed i bambini non hanno nulla per giocare, divertirsi o imparare. Inoltre, come ha detto un volontario spagnolo, "la vita nel campo è tutta una coda": lunghe code per registrarsi all'arrivo, code per mangiare, per andare in bagno o per caricare i cellulari nelle poche tende fornite di elettricità».
CdLMpdRW8AAj7Py.jpg largeMar ci spiega come «Spesso si crede che il lavoro del volontario sia solo quello di soddisfare le necessità primarie dei profughi. In realtà non è così: il volontario deve sopratutto far conoscere la situazione a chi sta fuori. Le condizioni di vita nel campo non sono né dignitose né umane. Più di ogni altra cosa la gente vuole riacquistare la libertà di poter scegliere. Prima di tutto scegliere dove andare e muoversi liberamente, ma anche le piccole cose quotidiane, quelle che a prima vista possono sembrare superflue, sono in realtà importantissime, come ad esempio scegliere il colore dei vestiti o mangiare cibi diversi dai pasti distribuiti dalle Ong che consistono sempre in zuppe e panini».

Anche riappropriarsi della sfera personale è importante: «La gente rinuncia spesso alle "comodità" delle grandi tende comuni con decine di posti e preferisce sistemazioni anche più precarie in tende piccole, dove magari ci piove dentro, ma che permettono di ricostruire il nucleo familiare ed una dimensione più intima». Mar racconta che lungo l'unica strada sterrata che attraversa il campo di Idomeni sono fiorite una serie di negozi ed attività. Le persone provano a ricostruire una parvenza di normalità: «Oltre alle ricariche per i cellulari, c'è chi scambia vestiti e cianfrusaglie, chi cucina il pane tipico della propria regione, chi riprende il mestiere che esercitava nel propio paese. Sono tantissimi ad esempio i barbieri, i parrucchieri e le estetiste».

In un campo vicino, detto Eko Station perché sorto intorno ad un vecchio distributore di benzina, i volontari hanno allestito anche una scuola, ma questa è una questione spinosa. I migranti, infatti, rifiutano l'idea di strutture permanenti e vivono la condizione di profugo come provvisoria, in attesa di attraversare il confine e proseguire il viaggio, anche se cominciano a prendere coscienza che non sarà così facile. Fino a pochi mesi fa il confine veniva aperto ad intermittenza e le autorità macedoni lasciavano passare non più di cinquanta persone alla volta. L'assenza di informazioni e la determinazione a proseguire facevano ammassare lungo il confine centinaia di persone, creando forti momenti di tensione. «Una volta, poco dopo il mio arrivo, l'esercito macedone ha respinto centinaia di famiglie entrando nel campo e sparando lacrimogeni. Hanno mandato anche un elicottero militare. Io ero spaventata ma le persone intorno a me ridevano, scherzavano ed applaudivano. Loro hanno vissuto l'esperienza della guerra. Mi hanno raccontato che vedevano il cielo pieno di elicotteri ed aerei militari di tutti i paesi. Hanno visto morire amici e parenti. Però sono ottimisti circa il loro futuro in Europa, anche se molti dicono di voler tornare a casa a guerra finita».
Cb0SWYQXIAAfDfq.jpg large

123213636-73d81fd4-0352-484d-a41a-9a491e1e2bfc
In molti si rivolgono ai trafficanti per attraversare illegalmente la frontiera. Chi può preferisce pagare fino a duemila euro piuttosto che fare il giro da altri paesi, come la Bulgaria, dove l'esercito è molto più violento o l'Ungheria, dove i loro beni verrebbero sequestrati. Sono quasi tutti diretti in Germania per raggiungere parenti ed amici. Provengono dalle classi medie di Siria, Kurdistan e Iraq. Molti sono giovani istruiti che scappano dal servizio militare, anche se alcuni pensano di tornare indietro a combattere qualora non riescano a proseguire il viaggio, sopratutto i curdi nelle fila delle Ypg. Poi ci sono gli afgani arrivati dalle regioni rurali più povere del paese. La loro situazione è forse la peggiore, essendo privi di mezzi e di possibilità. «Sulla pelle dei migranti sta prosperando un enorme business. Non parlo solo del mercato nero che si sviluppa nei campi o dei trafficanti di esseri umani. Ad esempio la Turchia da un lato incassa i fondi dell'Unione europea per fermare i flussi e dall'altro sfrutta la manodopera dei giovani che si fermano due o tre mesi lavorando al nero per proseguire il viaggio. Penso che alla fine la gente arriverà dove vuole. L'intenzione dell'UE di fermarla ne sta solo aumentando la sofferenza, arricchendo mafie e sfruttatori vari. Non so se questo è un obiettivo calcolato, ma è un fatto che esiste un'economia sommersa legata ai migranti così estesa che se ne potrebbe fare uno studio».

Da quando il confine è stato chiuso, nel campo sono divenute frequenti le manifestazioni, gli scioperi della fame ed altre azioni dimostrative. Durante una di queste Mar è stata arrestata: «L'ultimo giorno sono andata a salutare le persone che avevo conosciuto. Appena arrivata ho visto centinaia di persone mettersi in cammino sotto la pioggia. Li ho seguiti senza capire bene cosa stesse accadendo. Ad un certo punto ci siamo ritrovati circondati dall'esercito macedone che ci ha fermati per aver oltrepassato il confine illegalmente, anche se non c'era nessun cartello o bandiera ad indicarlo. Noi volontari siamo stati arrestati e rilasciati il giorno dopo mentre i migranti sono stati trattenuti quasi un giorno nel bosco sotto la pioggia senza cibo né assistenza, per poi essere rimandati indietro. Mi ha molto infastidito l'atteggiamento dei mass media che hanno raccontato la storia della giovane volontaria di Barcellona arrestata, senza dare alcun peso alla sorte dei profughi. Però questa vicenda ha avuto anche dei risvolti positivi. Nonostante l'arresto mi sia costato il volo di ritorno ed una multa salata, se non ci fossero stati dei volontari internazionali la vicenda sarebbe probabilmente passata sotto silenzio. Invece così tanta gente mi ha scritto per avere informazioni sulla mia esperienza. Sono stata anche intervistata dalla BBC, le donazioni via internet sono molto aumentate ed a Barcellona un numero sorprendente di persone è sceso in piazza per i migranti. Per qualche giorno si è tornato a parlare della situazione a Idomeni. In fondo era l'obiettivo per cui sono partita, anche se non mi aspettavo di raggiungerlo così».

La solidarietà è un tema ricorrente nei racconti di Mar. Ci ha parlato delle famiglie greche che hanno accolto i rifugiati nelle proprie case, così come dei rapporti umani all'interno del campo: «Ogni volontario trova una famiglia adottiva. Ti accolgono e condividono con te le poche cose che hanno, ti offrono il thé e si fuma insieme la shisha. Ti insegnano qualche parola di arabo o di curdo. Tu impari a conoscerli: chi sono, cosa pensano, da dove vengono. Puoi portare aiuti materiali ma la cosa più importante è stare con le persone e condividere la loro condizione. In un solo mese ho avuto tre madri adottive: due erano curde e con le loro famiglie abbiamo festeggiato il Newroz, cucendo delle bandiere con brandelli di tende e vestiti. La terza madre era una donna greca che si è occupata di me quando mi sono ammalata e sono andata in ospedale ad Atene, per non pesare sugli altri volontari».

Mar si sta organizzando per tornare a Idomeni ad agosto, magari con una "brigada" di volontari, consapevole di quanto questa esperienza l'abbia arricchita. «Quando torni a casa realizzi quanto poco valore abbiano i problemi a cui solitamente attribuiamo troppa importanza. Non riesci più a preoccuparti di ciò che ti succede, come quando ti rubano la bici, dopo aver visto gente che non ha più nulla e affronta la vita con tanta dignità. Ripensi a quelle piccole cose che normalmente giudicheresti scontate ma che a Idomeni acquistano tutt'altro valore. Un giorno, ad esempio, una delle mie mamme adottive mi ha fatto appoggiare la testa sulle sue ginocchia ed ha iniziato a rifarmi le sopracciglia con una pinzetta. Può sembrare assurdo ma da la misura della volontà di conservare la propria umanità. Per questo penso di tornare, pur rimanendo critica circa il volontariato umanitario: si aiutano i profughi o il sistema economico che c'è dietro? Non si può restare indifferenti, solo il popolo può salvare il popolo».
CeD82a4W8AILvML.jpg large1384205_10208759054522916_3940855030458596724_n.jpg10153730_10208794000276538_5969675667320203109_n.jpg
12670760_10208759052882875_6805016065276789471_n.jpg12079053_10208759049042779_659482910802236646_n.jpg

Share

Ultimo aggiornamento ( Martedì 07 Gennaio 2020 23:57 )