Quel che resta di Sanremo

Lunedì 16 Febbraio 2015 23:55 Marco Ranaldi
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Oggi è ancora tempo di fermarsi, fermarsi a pensare Sanremo? Purtroppo si perchè la cosa che proprio non va giù, a parte il valore artistico subdolo e scontato, il festival diventa motivo di riflessione sociale, antropologica quasi. Perchè non si può più tollerare che in un tempo difficilissimo delle umanità, della nostra umanità, con minacce incredibili e poveri disperati  che sono costretti ad approdare nella nostra inospitale e respingente Italia, ci si ferma ancora a considerare ciò che la nostra nazione continua a produrre di vacuo, di silenziosamente rumoroso. Perchè è meglio cantare e non pensare, perchè il delfino del governo renziano supera anche il democristianissimo Pippo Baudo per fornire alla nazione la rassicurante presenza della famiglia di anziani, della famiglia dai tantissimi figli, della famiglia con l'Aids e quella senza, del cantante irregolare e della strabellissima e regolare velina presentatrice. Di canzoni odiose per essere assolutamente scollegate dalla realtà, anche e soprattutto quella sentimentale e affettiva. Quindi fra morti nei mari, morti in ospedali e morti tagliati di gola, sentiamo un pesantissimo gruppo come Il Volo che straripa in un pessimo prodotto commerciale creato dalle abili mani di Bocelli e di Michele Torpedine, perfetti per indurre il peggior pubblico ai peggiori acquisti di musica brutta e fatta male.  Ed è proprio in questa onda che l'inossidabile Giovanni Allevi viene presentato come se fosse il nuovo Horowitz o il più grande pianista che ci sia. Per non parlare della tristezza di AlbanoeRomina duo d'insieme di economici interessi, dei democristiani Nek, Masini redivivo e di una Malika Ayane che ricorda tantissimo un passato da canzone di vecchio scarpone. Ed è poi un fiorire di giovani, giovanissimi, talent, celebrazioni eucaristiche, prosaici interventi rassicuranti, silenziosi gonfiori di eterni disastri ai quali c'è un solo rimedio: vedere Sanremo come antitodo alla depressione indotta. E' questo il tempo, un tempo triste, amaro, inutile, è il tempo di un mortificante senso religioso, di una bandiera sempre più bianca e gialla e di un papa che. dopo aver creato l'immagine del progressista, lentamente, molto lentamente si insinua nelle menti degli italiani innamorati di Banderas che fa il pane. E così anche il sesso è fatto solo di inutili sfumature che sono lontanissime dal burro di Brando. Del tempo che passa inesorabile, Carlo Conti sembra non curarsene e in questo strapotere di indolenza al ricordo e alla realtà, chi ci perde è sempre l'umanità. Ma questo Carlo Conti non può saperlo e con lui quella televisione di servizio che mai come ora è molto vicina al disservizio globale e all'edulcorato dire di quel che si vuole.

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