Si torna a parlare di Guantanamo, prigione degli Usa a Cuba, un posto dove i diritti umani non costituiscono un interesse primario e si rifiuta la presenza della Croce Rossa; un posto la cui chiusura è stata chiesta a gran voce da tutta la comunità internazionale, e che ora potrebbe diventare il luogo dove i presunti terroristi possono essere condannati a morte. Ieri sei detenuti, considerati affiliati ad Al-Qaeda e responsabili della strage dell’ undici settembre, sono stati dichiarati colpevoli di crimini di guerra e verranno ora proposti per un posto nel braccio della morte. A decidere del loro destino sarà con tutta probabilità un tribunale militare che si pronuncerà a porte chiuse facendo perno sugli interrogatori eseguiti dalla Cia, che ovviamente resteranno segreti. Sarà Susan Crawford, il funzionario che amministra i tribunali speciali istituiti dopo L’undici settembre, a decidere se confermare o meno la richiesta di pena di morte. Tali tribunali speciali furono fondati da Donald Rumsfeld, allora Ministro della difesa, che non riconosceva a Guantanamo le norme imposte dalla convenzione di Ginevra. Ovviamente sconcertate le diplomazie internazionali, che si oppongono all’idea che Guantanamo, che non ha giurisdizione legale, possa condannare a morte un cittadino in uno stato diverso dagli USA. I presunti terroristi sono Khalid Sheik Mohammed, considerato uno degli artefici principali dell’attacco alle torri gemelle e catturato in Pakistan nel 2006, che avrebbe confessato – sotto tortura – tutte le sue colpe. Ramzi Binalshibh, yemenita, presunto gestore della “cellula di Amburgo” che addestrò i militanti per le stragi; Ammar Al-Baluchi, membro di Al-Qaeda in Pakistan; Mustafa Ahmed Al-Hawsawi e Mohammed al Qahtani, che pare essere il ventesimo dirottatore, che non riuscì a partecipare alla strage perché bloccato all’aeroporto di Orlando (Florida) dall’immigrazione americana. Si aspetta ora solo che si pronunci la Corte Suprema, che già due volte in passato aveva bloccato le procedure della giustizia militare poiché non garantivano all’imputato il diritto di difesa.
Giovanni Perna - DEApress
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