"L'aggressore deve scusarsi e la comunità internazionale deve condannarlo. Altrimenti saremo costretti a difenderci con i nostri mezzi". Con queste parole Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, ha manifestato la sua fermezza nei confronti del raid compiuto nel suo territorio contro i guerriglieri delle Farc. La polemica per quanto accaduto è stata alimentata – tra l’altro – dalla denuncia presentata presso la Corte Penale Internazionale dal presidente colombiano Alvaro Uribe contro il suo corrispettivo venezuelano, Hugo Chavez, per “patrocinio e finanziamento di genocidi”. Dopo tre giorni di silenzio che hanno seguito il blitz in territorio ecuadoriano costato la vita ad una ventina di membri delle Farc, Uribe ha alzato la voce, annunciando l’azione legale legata alla frequentazione di Chavez con i vertici della Guerriglia. Cori di sostegno al presidente colombiano sono arrivati dagli Stati Uniti, che hanno annunciato il loro pieno appoggio agli “alleati colombiani” contro le “azioni provocatorie” del Venezuela. Lo spunto per la denuncia è arrivato dal rinvenimento di un documento che proverebbe l’impegno di Chavez alla concessione di 300 milioni di dollari alle Farc, organizzazione considerata di stampo terroristico e dedita al traffico di stupefacenti da Stati Uniti e Unione Europea. Non si è comunque fatta attendere la risposta del Venezuela, che ha espulso dal suo territorio l’ambasciatore colombiano e ha disposto l’invio di militari al confine contestualmente alla chiusura delle frontiere particolarmente riguardo alle merci provenienti dalla Colombia. Dal canto loro le Farc hanno sostenuto che il loro portavoce Reyes, ucciso durante il raid, lavorava con la collaborazione di Chavez ad un incontro con il presidente francese Sarkozy, mirato alla liberazione degli ostaggi, in particolare di Ingrid Betancourt.
Giovanni Perna - DEApress
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|
