Lo stato dei ricercatori fiorentini

Venerdì 25 Giugno 2010 09:20
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Riceviamo e pubblichiamo:

LETTERA APERTA

Credo necessario dover intervenire sulla materia di un articolo apparso su La Repubblica venerdì 18, a firma del Coordinamento Ricercatori dell’Università di Firenze e dal titolo “Ateneo, prevalga il bene comune.

Lo trovo necessario perché pur collocandosi in un dibattito ed in un contesto aperto ormai da mesi pone questa volta un taglio ed una tesi che richiedono insieme che si faccia subito molta chiarezza.

Leggiamo infatti nell’articolo citato “Di recente…per far fronte al grave  dissesto di bilancio, l’Ateneo ha assunto analoghe decisioni riguardanti altre componenti del personale, quali ricercatori e tecnici amministrativi con 40 anni di contributi. Si tratta di una scelta difficile, presa per fronteggiare politiche governative che strangolano l’istruzione e la ricerca pubblica italiana. Auspichiamo allora che in questo momento, davvero, il bene comune orienti ogni scelta individuale e collettiva”.

Pongo allora subito un paio di questioni a questi signori.

Intanto c’è da capire che cosa si intenda per “salvaguardia del bene comune”.

Per me e per la stragrande maggioranza di chi lavora ed ha lavorato per anni nell’università salvaguardare un bene comune è perentoriamente salvare la natura pubblica dell’università sia nel ruolo formativo che di ricerca, ciò non significa però salvaguardare una qualsiasi esistenza, ma salvaguardarla nella sua autonomia culturale e quindi nel pieno delle sue potenzialità formative e qualità produttive.

Salvaguardare il bene comune in questo caso non può significare adeguamento progressivo alla politica di strangolamento purché l’università continui ad esistere perché vi è una soglia in basso che se superata non salva l’università, ma la fa semplicemente sopravvivere.

Quali sono le prospettive di una università senza fondi per la ricerca, senza  un’offerta formativa adeguata alla domanda  poiché non solo si blocca il turnover, ma addirittura si procede con i licenziamenti del proprio personale.

E qui veniamo alla seconda questione.

Facciamo chiarezza: nel caso dei ricercatori, cosiddetti prepensionati o rottamati, si deve sapere che i 40 anni di contributi sono stati raggiunti da quest’ultimi, perché di tasca propria, in anni precedenti, avevano riscattato il periodo di studio o di borsa di studio o del periodo di leva militare, non si tratta di docenti o di personale tecnico che si rifiuta di andare in pensione esigendo chissà quale trattamento privilegiato, impedendo così che dei giovani possano entrare in ruolo, perché in questa situazione di blocco nessun giovane potrà essere chiamato a coprire gli spazi lasciati liberi, ma di lavoratori che chiedono di essere trattati come tutti gli altri, perché, guarda caso, tutto questo non riguarda, ad esempio, i docenti che ritrovano oggi nelle stesse condizioni.

Non ci è stato chiesto, a noi rottamati, se , per il bene comune, fossimo disposti ad andare in pensione prima del tempo, come auspicano i firmatari dell’articolo, ci hanno semplicemente detto voi siete fuori, questo allora è un pensionamento o un licenziamento?

Persino il ministro Brunetta non ha avuto il coraggio di imporre con la sua legge questa norma, scaricando su gli enti destinatari la discrezionalità della scelta, tant’è che moltissimi atenei italiani che certamente non navigano in acque più tranquille di quelle di Firenze non l’hanno applicata, il che dovrebbe far riflettere.

E’ troppo facile, cari signori, evocare il bene comune  sulla pelle degli altri!

Comincino loro, intanto, ad andarsene se vogliono dare il buon esempio.

Concludendo io nutro forti dubbi, dopo aver vissuto la storia della nostra categoria ed averla rappresentata (eletto) per 11 anni  al CUN e poi anche (eletto) per due mandati al CdA di Firenze , che davvero questo coordinamento rappresenti la maggioranza dell’opinione dei ricercatori di Ateneo e riterrei quindi opportuno, a questo punto, giungere ad una democratica verifica.

 

Massimo Grandi

Ricercatore Facoltà di Architettura

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