Un gruppo di uomini e donne nato per evidenziare il fenomeno della pubblicità sessista, individuarne gli esempi su media e carta stampata, e combattere tale fenomeno attivamente.
Dobbiamo batterci contro la pubblicità sessista per ridare dignità sia alla donna che all’uomo. Ricorrere agli istinti sessuali dell’uomo affiancando un prodotto da vendere a una bella donna in atteggiamento compiacente è, infatti, operazione svilente nei confronti di tutti. La sollecitazione della pulsione sessuale effettuata dai fautori di tale pubblicità riduce relazioni, affetti e legami tra i sessi, complessi ed arricchenti, a semplice desiderio di conquista per soddisfare un impulso basilare, che viene poi trasferito sul prodotto pubblicizzato.
Portiamo avanti una campagna di mail bombing all’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria perché ponga fine al fenomeno della pubblicità sessista, che consiste nel rappresentare la donna in pose e atteggiamenti atti a suscitare erotismo. Essa riduce a “macchiette sessuali” uomini e donne, con la finalità di indurre ad acquistare un prodotto o un servizio come sostituto del desiderio di possesso di un’altra persona.
Decenni di battaglie da parte dell’UDI e di altre associazioni femministe, l’impegno ventennale del fotografo Ico Gasparri che ha testimoniato con un’ampia collezione di immagini i peggiori casi di cartelloni pubblicitari lesivi della dignità della donna, e quello del parlamentare dott. Antonio Palagiano che ha presentato nel 2009 un’interrogazione alla ministra Mara Carfagna, non sono bastati a cambiare lo scenario: si vedano ad esempio gli spot delle compagnie telefoniche ( uno per tutti la recente pubblicità della Tim con Belen Rodriguez) che, mascherati dalla patina della piacevolezza estetica e artistica, veicolano un messaggio svilente della figura femminile.
I media bombardano adulti, adolescenti e bambini con messaggi pubblicitari che della donna esaltano gioventù, magrezza, bellezza e sex appeal oppure, unica alternativa, l’abilità di casalinga e madre. Gli stereotipi rafforzano i valori negativi e antiquati e condizionano la visione che i bambini hanno del mondo in cui vivono, rendendo più difficile il progresso.
Il Codice di autodisciplina pubblicitaria stabilisce che questa deve: “rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni”. Oltre a contraddire questo principio, la pubblicità sessista presenta ai bambini e ai ragazzi una visione cruda, univoca e distorta delle relazioni tra i generi.
Si può intuire un legame tra la sollecitazione al possesso della donna e la violenza a sfondo sessuale. Ha scritto il Presidente Giorgio Napolitano scritto in un messaggio alla Presidente del Comitato per le Pari Opportunità del Ministero dello Sviluppo Economico Mirella Ferlazzo, in occasione del convegno “Donne in TV e nei Media- Un nuovo corso per l’immagine femminile del 15 aprile 2010 a Roma “E’ evidente che la comunicazione di un’immagine della donna che risponda a funzioni ornamentali o che venga offerta come bene di consumo offende profondamente la dignità delle donne italiane. Non solo: questo stile di comunicazione nei media, nelle pubblicità, nel dibattito pubblico può offrire un contesto favorevole dove attecchiscono molestie sessuali, verbali e fisiche, se non veri e propri atti di violenza anche da parte di giovanissimi.”
In un’intervista, Ico Gasparri, da vent’anni impegnato nella causa, mette in guardia sul pericolo che il genere femminile stesso sia talmente assuefatto a questo tipo di messaggio da non coglierne più la negatività, affermando “È davvero sconsolante dover convincere una donna che una pubblicità di un computer o di una bibita con una ragazza a gambe aperte, la lingua fuori dalle labbra rosse socchiuse, lo sguardo maliardo, la testa reclinata e i seni ben in vista sia una porcheria, ma purtroppo mi capita sempre più spesso!
Decine di Comuni italiani hanno aderito alla moratoria ’UDI e proibito l’affissione di cartelloni pubblicitari lesivi della dignità della donna ( divieto limitato però solo alla porzione della cartellonistica di competenza comunale). Questa encomiabile decisione rappresenta un segnale incoraggiante per quanti intendano instaurare una cultura moderna basata sul rispetto reciproco, e si spera che altre adesioni seguiranno.
Ci sembra particolarmente urgente porre un freno alla pubblicità sessista in un momento in cui, a seguito degli scandali degli ultimi mesi che hanno coinvolto le escort in relazioni a fini di lucro con personaggi influenti, una sparuta minoranza di donne che si è offerta come merce ha riempito le prime pagine dei quotidiani. Affiancare la pubblicità sessista a notizie del genere non può che rafforzare nell’immaginario collettivo i pregiudizi e gli stereotipi, e fare torto alla stragrande maggioranza delle italiane, studentesse, lavoratrici e casalinghe.
Nell’interesse di tutti, non dobbiamo sottovalutare il potere dei messaggi più o meno subliminali che ci bombardano in modo ossessivo ogni giorno. Essi influenzano il nostro atteggiamento mentale nei rapporti tra i sessi. veniamo spinti a identificare il prodotto reclamizzato con un corpo femminile oggetto di desiderio di possesso e riduciamo, spesso inconsciamente, la donna stessa a merce.
Dobbiamo batterci contro la pubblicità sessista per ridare dignità sia alla donna che all’uomo. Ricorrere agli istinti sessuali dell’uomo affiancando un prodotto da vendere a una bella donna in atteggiamento compiacente è, infatti, operazione svilente nei confronti di tutti. La sollecitazione della pulsione sessuale effettuata dai fautori di tale pubblicità riduce relazioni, affetti e legami tra i sessi, complessi ed arricchenti, a semplice desiderio di conquista per soddisfare un impulso basilare, che viene poi trasferito sul prodotto pubblicizzato.
Portiamo avanti una campagna di mail bombing all’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria perché ponga fine al fenomeno della pubblicità sessista, che consiste nel rappresentare la donna in pose e atteggiamenti atti a suscitare erotismo. Essa riduce a “macchiette sessuali” uomini e donne, con la finalità di indurre ad acquistare un prodotto o un servizio come sostituto del desiderio di possesso di un’altra persona.
Decenni di battaglie da parte dell’UDI e di altre associazioni femministe, l’impegno ventennale del fotografo Ico Gasparri che ha testimoniato con un’ampia collezione di immagini i peggiori casi di cartelloni pubblicitari lesivi della dignità della donna, e quello del parlamentare dott. Antonio Palagiano che ha presentato nel 2009 un’interrogazione alla ministra Mara Carfagna, non sono bastati a cambiare lo scenario: si vedano ad esempio gli spot delle compagnie telefoniche ( uno per tutti la recente pubblicità della Tim con Belen Rodriguez) che, mascherati dalla patina della piacevolezza estetica e artistica, veicolano un messaggio svilente della figura femminile.
I media bombardano adulti, adolescenti e bambini con messaggi pubblicitari che della donna esaltano gioventù, magrezza, bellezza e sex appeal oppure, unica alternativa, l’abilità di casalinga e madre. Gli stereotipi rafforzano i valori negativi e antiquati e condizionano la visione che i bambini hanno del mondo in cui vivono, rendendo più difficile il progresso.
Il Codice di autodisciplina pubblicitaria stabilisce che questa deve: “rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni”. Oltre a contraddire questo principio, la pubblicità sessista presenta ai bambini e ai ragazzi una visione cruda, univoca e distorta delle relazioni tra i generi.
Si può intuire un legame tra la sollecitazione al possesso della donna e la violenza a sfondo sessuale. Ha scritto il Presidente Giorgio Napolitano scritto in un messaggio alla Presidente del Comitato per le Pari Opportunità del Ministero dello Sviluppo Economico Mirella Ferlazzo, in occasione del convegno “Donne in TV e nei Media- Un nuovo corso per l’immagine femminile del 15 aprile 2010 a Roma “E’ evidente che la comunicazione di un’immagine della donna che risponda a funzioni ornamentali o che venga offerta come bene di consumo offende profondamente la dignità delle donne italiane. Non solo: questo stile di comunicazione nei media, nelle pubblicità, nel dibattito pubblico può offrire un contesto favorevole dove attecchiscono molestie sessuali, verbali e fisiche, se non veri e propri atti di violenza anche da parte di giovanissimi.”
In un’intervista, Ico Gasparri, da vent’anni impegnato nella causa, mette in guardia sul pericolo che il genere femminile stesso sia talmente assuefatto a questo tipo di messaggio da non coglierne più la negatività, affermando “È davvero sconsolante dover convincere una donna che una pubblicità di un computer o di una bibita con una ragazza a gambe aperte, la lingua fuori dalle labbra rosse socchiuse, lo sguardo maliardo, la testa reclinata e i seni ben in vista sia una porcheria, ma purtroppo mi capita sempre più spesso!
Decine di Comuni italiani hanno aderito alla moratoria ’UDI e proibito l’affissione di cartelloni pubblicitari lesivi della dignità della donna ( divieto limitato però solo alla porzione della cartellonistica di competenza comunale). Questa encomiabile decisione rappresenta un segnale incoraggiante per quanti intendano instaurare una cultura moderna basata sul rispetto reciproco, e si spera che altre adesioni seguiranno.
Ci sembra particolarmente urgente porre un freno alla pubblicità sessista in un momento in cui, a seguito degli scandali degli ultimi mesi che hanno coinvolto le escort in relazioni a fini di lucro con personaggi influenti, una sparuta minoranza di donne che si è offerta come merce ha riempito le prime pagine dei quotidiani. Affiancare la pubblicità sessista a notizie del genere non può che rafforzare nell’immaginario collettivo i pregiudizi e gli stereotipi, e fare torto alla stragrande maggioranza delle italiane, studentesse, lavoratrici e casalinghe.
Nell’interesse di tutti, non dobbiamo sottovalutare il potere dei messaggi più o meno subliminali che ci bombardano in modo ossessivo ogni giorno. Essi influenzano il nostro atteggiamento mentale nei rapporti tra i sessi. veniamo spinti a identificare il prodotto reclamizzato con un corpo femminile oggetto di desiderio di possesso e riduciamo, spesso inconsciamente, la donna stessa a merce.
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