Pubblicato su Europa Quotidiano giovedì 25 novembre 2010 con il Titolo “Mara, Alessandra e il potere”
La fine del regno Berlusconi si manifesta in molte forme. L’immagine visiva che trovo più efficace è il busto dell’imperatore che si sgretola, destinato a disintegrarsi. Qualche aspetto era prevedibile; ad esempio, l’arroccamento dei cosiddetti colonnelli, il disorientamento e la ricerca di un “altrove” di tanti eletti a rischio. Ciò che invece era difficilmente prevedibile era il protagonismo di alcune donne con inaspettati colpi di scena. È un fatto inedito nella nostra storia politica. Per la destra è ancora più significativo, dal momento che in quell’area politica tutto ruota intorno al leader indiscusso: è lui che crea e distrugge, è lui che sceglie e rifiuta in base al suo arbitrio e ai suoi interessi. Le protagoniste di questi giorni sono essenzialmente tre. Una è Daniela Santanché, una donna la cui immagine è però pressoché esaurita per i troppi volteggi da un partito all’altro. L’imperatore in decadenza le ha però affidato un ruolo da lui considerato oggi decisivo per il mantenimento del suo potere: il coordinamento delle operazioni di calciomercato politico in corso. Un violento alterco ha poi portato in primo piano altre due donne: la ministra delle pari opportunità Mara Carfagna e una nota volpona nell’uso dei media, Alessandra Mussolini. È lei che ha aperto le ostilità verso la sua collega ministra. Le ragioni non sono apparse in verità ben chiare: avendola sorpresa a parlare con un onorevole che ha lasciato il PdL per Futuro e Libertà, ne ha dedotto che stesse tramando col nemico e ha pensato bene di immortalare il fatto. Per farne cosa? Presentare una documentazione a chi di dovere? Minacciarla? In alcuni momenti ho apprezzato il coraggio che Alessandra Mussolini ha dimostrato schierandosi dalla parte delle donne e dei più deboli. In questo caso, mi è sembrato invece che anche lei abbia badato più a tenersi stretto quello che ha ottenuto adeguandosi alle cordate di potere maschile. Cordate potenti, create sulla base di precisi interessi. La vera sorpresa è però l’aut aut che Mara Carfagna ha posto a gran voce e con molta determinatezza al suo Partito: o si riconosce il mio ruolo o mi dimetto da tutto e ricomincio da capo. È lei che ha spiazzato e confuso le carte. E non certo per un capriccio, ma per una questione politica seria, che nessuno può trascurare. Nella sua intervista al Mattino ha parlato del PdL come di un terreno di “guerra fra bande dove vige la prepotenza e l’arroganza”: “mi viene impedita la possibilità di battermi a favore della legalità”. Fare la ministra delle pari opportunità le ha fatto capire meglio che il potere maschile è ancora - troppo - il centro e l’anima della politica italiana. Di fronte al potere, quello che riguarda la sopravvivenza personale e di gruppo e la salvaguardia di interessi specifici, gli uomini fanno quadrato, non guardano in faccia a niente e a nessuno; la competenza non esiste e neanche la forza delle preferenze ha valore. O si ubbidisce o si è destinate a sparire dalla scena. Le donne devono fare il classico vaso di coccio: vanno bene solo fino a che servono come ornamento, per abbellire il quadro. Esaurita la funzione, possono anche essere distrutte. Ma fino a quando? Vedere il film Potiche per saperne di più.
Vittoria Franco
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