Evoluzione, nella Dancalia Eritrea nuovi ritrovamenti di resti di Homo databili a un milione di anni fa
Ricercatori fiorentini nel team internazionale del Progetto Buya
Nuove tracce della storia evolutiva del genere Homo, grazie ai reperti fossili trovati da un'equipe internazione di cui fanno parte ricercatori fiorentini. Il team di ricerca paleoantropologica e geo-paleontologica del "Progetto Internazionale Buya" ha scoperto importanti reperti fossili di Homo, databili a circa un milione di anni fa. Luogo del ritrovamento, la regione del bacino di Buya, che si estende per numerosi chilometri nella Dancalia Eritrea e che emerge ancora una volta, e in modo sempre più evidente, come una delle aree a più alta potenzialità per la ricostruzione della storia evolutiva della nostra specie.
Al Progetto Buya - che è finanziato per il 2010 nell'ambito dei Progetti Grandi Scavi di Ateneo dell'Università di Roma "La Sapienza" e dalla Direzione Generale per la Promozione e Cooperazione Culturale (Missioni Archeologiche) del Ministero degli Affari Esteri - partecipano ricercatori del Museo nazionale Eritreo di Asmara, dell'Università di Firenze, dell'Università di Roma "La Sapienza", dell'Università di Padova, dell'Università di Torino, del Museo "Pigorini" di Roma, dell'Università di Tarragona e del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi.
Nel dicembre 2010, grazie a ricognizioni sistematiche e correlazioni geo-sedimentologiche, l'equipe di ricercatori ha individuato nell'area di Mulhuli-Amo la prosecuzione degli strati che nel 1995 avevano fornito il cranio di Homo ergaster/erectus UA-31 in uno stato eccezionale di conservazione (fossile conosciuto come "La signora di Buya").
La successione sedimentaria ha confermato l'importanza del suo contenuto fossilifero quando, il 13 dicembre, l'equipe ha potuto raccogliere in situ una porzione dell'osso della fonte, comprensiva del toro sopraorbitario e di parte dell'orbita, sicuramente umano, e attribuibile a Homo ergaster/erectus. Dallo stesso contesto provengono anche tre ulteriori frammenti di calotta cranica e altri elementi minori dello scheletro post-craniale.
Il sito si presenta intatto e nelle prossime campagne i ricercatori procederanno al suo scavo sistematico, finalizzato al recupero di ulteriori reperti umani fossili e alla più precisa definizione del contesto cronologico, ambientale e culturale.
La recente scoperta permette di gettare nuova luce su un periodo chiave, ma anche tra i più oscuri, della storia evolutiva del genere Homo. Si tratta, infatti, di un periodo in cui si sviluppano le direttrici che porteranno, circa quattrocentomila anni più tardi, alla comparsa dei nostri diretti antenati e, in seguito, all'affermazione della specie Homo sapiens in quella stessa area. Di contro, per lo stesso periodo, i reperti fossili a disposizione in Africa sono scarsissimi e, tranne quelli di Buya e il cranio di Daka, in Etiopia, anche piuttosto frammentari.
L'area di Mulhuli-Amo è inoltre molto ricca di manufatti litici di tipo acheuleano, che ricoprono a centinaia la superficie intorno al sito. In associazione ai manufatti è presente una grande quantità di fossili di elefante, ippopotamo, rinoceronte, bufalo, antilopi di varie taglie, coccodrilli, tartarughe, varani, serpenti, resti che testimoniano una ricca biodiversità che caratterizzava l'ambiente all'epoca di formazione del deposito. Questi ritrovamenti indicano che Homo visse in un ambiente sub-tropicale umido e che il sito rappresenta ciò che rimane di un antico delta sulla sponda di un lago.
La Notizia è sta segnalata da Lorenzo Rook, Dipartimento di Scienze della Terra, lorenzo.rook@unifi.it
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