Guerra tra idealismo e realismo: la questione dei contingenti italiani all

Lunedì 05 Maggio 2008 03:00 Simone Grasso
Stampa

Rabbia e dolore, lacrime e disperazione. Ciò che si legge negli occhi e negli animi di tante, ormai troppe, persone che hanno visto partire e non tornare i propri cari, verso una meta che molti chiamano passione, altri amor di patria, altri ancora semplice lavoro, taluni senso di solidarietà. Nella fattispecie è l’occupazione armata di territori stranieri. Un problema quanto mai attuale e che sempre più richiede con urgenza una soluzione. Si perché trentasei vittime italiane (29 militari e 7 civili) in territorio irakeno sono davvero tante. Così l’Italia si aggiudica un triste primato: terzo paese per numero di vittime tra i paesi della coalizione. Troppe volte è capitato che cittadini italiani perdessero la vita sul terreno di battaglia. Troppe volta abbiamo visto famiglie costrette ora a vivere nell’angoscia del ricordo. Sono momenti che l’Italia troppo spesso ha vissuto sulla propria pelle. Momenti in cui le facili parole ed i lunghi elogi debbono lasciar il posto alla riflessione silenziose, nel rispetto del dolore altrui, cercando di evitare facili strumentalizzazioni ideologiche.

E’ giusto che maggioranza ed opposizione avviino una riflessione nuova e vigorosa sulla presenza di contingenti italiani  non solo in Iraq o in Afghanistan, ma anche in numerosissimi altri Paesi. Ricordiamo che truppe del nostro esercito sono presente anche in Albania, Congo, Sudan: circa diecimila italiani per ventinove missioni in venti Paesi. Nella maggior parte dei casi si tratta di operazione di peacekeeping o di sostegno e salvaguardia delle azioni di tutela umanitaria internazionale. In questo senso la temporanea presenza militare rappresenta per le popolazioni locali motivo di sicurezza, sostegno e solidarietà. Purtroppo però non è sempre ed ovunque così. E il caso Iraq ne è un esempio. Molti sono i dubbi sui perché ed i percome ed i retroscena che si nascondono dietro questa guerra fortemente  voluta dagli USA e appoggiata dal governo italiano. Un ex funzionario dell’Eni, Benito Li Vigni, in una raccolta da titolo emblematico “La guerra del petrolio” sostiene che “la presenza militare italiana in Iraq è motivata dal desiderio di non essere assenti dal tavolo della ricostruzione e degli affari..che riguardano  soprattutto  lo sfruttamento dei campi petroliferi..Non a caso il nostro contingente si è attestato nella zona di Nassiriya, dove agli italiani dell’Eni,  il governo irakeno aveva concesso tra il 1995 e il 2000 lo sfruttamento di un giacimento petrolifero, con 2,5-3 miliardi di barili di riserva..” Come spesso è accaduto nel lento progredire della storia, l’occupazione militare nasconde loschi interessi economici e di potere. E solo ora, dopo che l’Italia ha pagato il suo pesante tributo, ci si rende conto dell’inutilità di questo conflitto. Sarebbe però alquanto insensato però propugnare e propagandare, come è stato fato, un  sorta di effetto Zapatero. Il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, ci deve esser e sicuramente ci sarà, ma non può avvenire certo in maniera coatta ed in tempi immediati.

Non si potrebbe altresì analizzare il caso particolare senza tener presente quello che è il quadro generale: in un’ottica più ampia infatti tutto diventa più complesso, perché si va ad invadere un campo impervio e non facile. Quello del rapporto tra morale e politica. Tra realismo ed idealismo. La pace senza dubbio è un bene supremo a cui ogni civiltà dovrebbe aspirare. Un valore universale ed universalmente riconosciuto. Tuttavia la storia del genere umano  è anche la storia inesorabile di conflitti, oppressioni, sopraffazioni, guerre dalle cause spesso poco trasparenti ma dagli effetti sempre visibili e ricostruibili.  Questo non vuol dire che non bisogna tendere verso un qualcosa, un valore che si ritiene giusto solo per effetto di dottrine deterministiche, Vuol dire però stabilire  fino a che punto l’idealismo può arrivare e quando e dove deve lasciar il posto al realismo; dove l’utopia, onde degeneri in dogmatismo, deve cedere il passo al pragmatismo. In questo senso il pacifismo ad oltranza può risultare dannoso e non adeguato. In quanto criterio d’azione non sempre utile a risolvere particolari situazione di difficoltà o divisione. Taluni hanno sostenuto la necessità di lasciar libertà d’azione ad istituzioni sovranazionali. Niente di più giusto sacrosanto. D’altronde è proprio la nostra Costituzione a sancirlo. Come nel caso del conflitto in Afghanistan, per il quale si richiese l’intervento di un organo super partes come le Nazioni Unite. Ma nel corso degli anni questo fantomatico organismo ha più volt manifestato la sua incapacità di assolvere il ruolo e le funzioni ed i compiti affidatigli. Dimostrando così di non essere sempre una valida alternativa o uno strumento in grado di garantir stabilità e sicurezza. Da qui nasce la necessità di valutare singolarmente ogni evento, di calarsi effettivamente nel reale, per dare risposte concrete a problemi concreti. Ciò richiede la necessità di affrontare le questioni scevri da qualsivoglia contaminazione ideologica che può certo risultare fuorviante per il fine a cui si tende. Ed’è proprio qui che si pone il problema della scelta tra idealismo e realismo,  del rapporto tra morale e politica.  Ed’è proprio qui che si gioca il destino di intere popolazioni.

 

                                                          

 

                                                                                                                                          Simone Grasso

 

Share