Sin dal 1975 il Sahara Occidentale risulta annesso al Marocco che lo considera Sahara occidental marocain. Le proteste dei Sahrawi hanno messo in discussione tanto lo “stato di fatto” quanto lo “stato giuridico” e ancora oggi la situazione politica risulta incerta.
Il primo approccio con le genti Sahrawi è avvenuto nel febbraio del 1990: grazie all’Associazione “Ban Slout Larbi” di Sesto Fiorentino sono potuta andare nei campi profughi di Tìndouf in Algeria, durante la visita di Joans Manz, rappresentante del Segretario generale dell’ONU Pérez de Cuéllar. Nell’agosto dello stesso anno, altro viaggio verso il Sahara Occidentale, dal Marocco oltre il confine di Tan Tan fino a Bojdour. Nell’agosto del 1994 nasce nuovamente la mia curiosità di continuare a conoscere il territorio occupato e i suoi abitanti, e raggiungere El Argoub verso il confine con la Mauritania. In questo secondo viaggio nel territorio occupato, vi racconto cosa mi è successo: “Avevamo da poco preso la strada per Dakla, e stranamente ho notato che c’era una tendopoli di cui non mi ricordavo. Dei bambini che correvano dietro una capretta m’incuriosirono a tal punto che azzardai una foto. Ripartimmo con la moto ma fatti pochi chilometri ci rincorse una camionetta blindata. Ci fermarono e a strattoni volevano mettere io, Fabio e la moto nel blindato. Ci spiegarono che il problema era «aver fatto una foto». A quel punto Fabio mi fece cenno e incominciò a urlare e ad offendermi. Al che, il militare sorrise e fecero salire solo me nel blindato, per andare a spiegare tutto al loro comandante. E così scoprii che avevo fotografato una tendopoli che serviva da schermo con scudi umani per una base militare al cui centro c’era un’antenna parabolica e quindi ero stata vista a fotografare un luogo di azione di guerra. Non prendendosi la responsabilità dell’azione, fui rimessa nel blindato e portata a Laayoune. Ci riportarono indietro e mi chiusero in una cella. Così Fabio, che c’era venuto dietro nel frattempo, avendo avuto la possibilità di riflettere e poi spiegato la nostra ‘ingenuità’ ai militari. A notte inoltrata, dopo aver consegnato il rotolino, fui liberata e il loro saluto fu «Tanto sappiamo dove abitate in Italia»”.
Altro viaggio nel 2000 per verificare, ripercorrere e rivedere quelle città così cambiate, tanto da non riconoscerle; rivedere quei luoghi ospitali da sempre chiusi al turismo, considerati “zona sotto controllo” delle forze militari governative del Marocco e con l’ONU come “osservatore” (Minurso - Forza multinazionale dell’ONU). Durante questo viaggio, le condizioni mi sono apparse mutate, con un clima di aspettativa diversa per i nuovi sviluppi coloniali. Nei luoghi visitati ho percepito una forte speranza di unificazione tra la popolazione del Sahara Occidentale e i Sahrawi profughi che, qualunque sia l’esito del referendum, intendono tornare nella loro terra.
Ultimo viaggio nell’estate del 2010: le genti sono insoddisfatte, si nota nei giovani uno stato d’insofferenza e passività nelle donne anziane, i bambini sono festosi ma non si capisce più a che etnia appartengono. La lingua spagnola non è più unificante e i giovani parlano un buon inglese. Siamo alla terza generazione e il problema è immutato. Non si è avuto alcuno sviluppo agricolo, l’edilizia è ferma, mentre ristoranti e alberghi sono aumentati. Lo studio su tale regione come “territorio conteso” si prefigge di fornire un profilo storico-geografico attraverso l’esposizione di alcuni aspetti delle trasformazioni avvenute, derivanti soprattutto dalle vicende politico-territoriali e dai difficili processi di integrazione in atto con la complicità dei rimandi referendari, ancora una volta rinviati con data da definire.
Questo è un momento di forte attenzione per il Nord Africa, e iniziare a documentare i paesi da me visitati, rappresenta una nuova verifica del disagio per le situazioni politiche irrisolte.
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