Scenari di guerra, ieri sera a Parigi. Almeno 128 i morti e quasi duecento i feriti, secondo quanto riportato dalle autorità locali.
Le azioni si sono verificate in diversi punti della città, con sparatorie ed esplosioni. Presi di mira lo stadio (dove era in corso la partita Francia-Germania), il teatro Bataclan (dove erano presenti 1.500 persone per un concerto della band statunitense Eagles of Death Metal) ed alcuni bar e ristoranti.
Francesca è una ventiquattrenne che lavora a Parigi. Di seguito, le sue parole, in questa notte di angoscia:
"È stata una notte veramente buia a Parigi. Per tutti. Io sono stata fortunata in tutto questo altalenarsi di morte e sirene. Ero a casa. Ma l'ho vissuta. E posso certamente dire che è stata la notte più brutta della mia vita. Essere lucidi non è mai facile in queste situazioni e non sono stata lucida per tutto il tempo. Cercando di sapere dove fossero i miei amici. attendendo anche un solo "sto bene "su whatsapp come non avevo mai atteso nulla nella vita. Ecco probabilmente è stata una notte di attesa. Con l'ansia nei polmoni, che non voleva andare via. Ogni minuto vedevo immagini incomprensibili. E il numero dei morti che aumentava con velocità. Ho avuto un momento di disperazione. Ma per fortuna c'era un mio amico a calmarmi. Mi agitavo pensando alla mia famiglia..a mia madre, al fatto che avrei potuto non rivederla, a come poteva sentirsi. Ansia contro ansia insomma. Ma so anche che ora non è il momento, e mai lo sarà a mio parere, di iniziare una guerra contro "lo straniero", perché in ogni cosa paga chi non ha colpe e siamo tutti concordi su questo. Ma una madre che tiene in braccio il suo bambino morto in Siria, è uguale ad una madre che tiene in braccio suo figlio morto in Occidente. Sono la foto di un dolore. Del dolore. Ci sono delle responsabilità e non si possono ignorare, perché nel momento stesso in cui le mettiamo da parte stiamo gettando polvere sulla base del problema. Non serve scatenarsi con frasi razziste o simili. Noi siamo i primi a togliere loro la libertà (e in realtà anche a fare cose ben peggiori). Parigi ha vissuto una delle notti più brutte della storia e anche io. Sembrava irreale. Ma quando ho guardato fuori non ho potuto far a meno di pensare a chi vive così ogni giorno. Nella paura. E ancora oggi sono sconvolta e spaventata. Non ho dormito, non riesco a staccarmi dalla tv e non posso pensare ad altro. Ho ricevuto così tanti messaggi in questa notte, che mi hanno riempito il cuore. Perché in un certo senso ho sentito la solidarietà, che penso non sia più così comune. Un senso di aggregazione che non mi aspettavo. Ora sono chiusa nel mio monolocale al sesto piano di un meraviglioso palazzo parigino e non so che fare. Mi sento impotente, e agitata e arrabbiata. Sento un forte dolore per tutte le persone che abbiamo perso nel buio di questa notte. Uomini, donne e ragazzi privati della bellezza in un secondo. Con un colpo. Ma dobbiamo capire che non basta lanciare slogan per fermare tutto questo. Bisogna interrogarsi, e dobbiamo farlo. E dobbiamo far capire, per primi a chi ci governa, che la paura non ci impedisce di ragionare e che la violenza non è mai giustificata. Non lo è in Occidente, ma anche nel resto del mondo. Ci stanno togliendo la libertà di vivere. Ma guardiamo bene. Non ce la sta togliendo il nostro vicino di casa "straniero", ce la stanno togliendo i nostri governi. Qui siamo tutti vittime. L'Occidente ha pensato per troppo tempo di essere intoccabile. Beh.. Non lo siamo. Vivo questo dolore ogni secondo, piango e non riesco a formulare molti pensieri. Perché spesso mi manca il respiro. Mi sento parte di questa città. E parte del buio che vedo ora. Nonostante siano le 10:31 di questa triste mattina, non c'è sole a Parigi. Per nessuno. Non è un buongiorno e non lo sarà. Non posso e non oso immaginare il dolore delle famiglie. Ma il dolore non è un sentimento occidentale. È universale, purtroppo. Come lo è l'amore, per fortuna".
In un momento così tragico non vogliamo interrogarci sulla follia degli attori ma sulla perfetta razionalità che è all’origine di tutto questo. Vogliamo farlo anche per rendere giustizia a tante vittime innocenti, affinché non si liquidi la loro morte come il gesto insensato di persone prive di senno o, peggio ancora, non si strumentalizzi quanto accaduto per fomentare la guerra tra poveri, l’odio contro i musulmani o gli immigrati.
Non si può accusare i fedeli di una religione di quanto fanno altre persone nel nome di quella stessa fede. Non ha senso semplicemente perché un "terrorista islamico" non è un islamico. È un terrorista. Punto.
Allo stesso modo non ha alcun senso accusare “gli arabi” o i connazionali degli attentatori.
Esistono paesi che mandano i propri uomini in altri paesi a sparare, bombardare ed uccidere civili. Ma non è certo il caso della Siria o dell’Iraq (la regione dove l’autodefinitosi Stato Islamico controlla un pezzo di territorio). Dovremmo piuttosto parlare dei paesi occidentali, tra cui anche il nostro. Perché i paesi europei sono coinvolti direttamente nella maggior parte delle guerre del mondo anche se spesso ce lo scordiamo o facciamo finta di non sapere, anche se non vogliamo ammettere che sono guerre pure quelle che facciamo noi, coniando le assurde definizioni di “intervento umanitario” o “esportare la democrazia” per mascherarle.
E dovrebbe farci riflettere il fatto che, mentre gli attentatori di Parigi sono probabilmente affiliati ad un gruppo terroristico, i militari che negli ultimi anni hanno causato vittime in Libia, in Siria e in tanti altri paesi sono stati mandati lì da governi democraticamente eletti: i nostri.
Non dimentichiamoci nemmeno che le armi con cui si combattono le guerre le produciamo noi, l’Italia è prima in Europa per la produzione di armi civili e sportive.
Non vogliamo risalire alla creazione degli stati e dei loro confini artificiali per addossare la colpa di quanto sta accadendo all’Occidente (in sintesi: tutti i paesi africani e del Medio Oriente, ad esclusione di Etiopia, Turchia ed Iran, sono stati ideati a tavolino tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento dalle potenze coloniali europee, senza tener conto nella maggior parte dei casi delle differenze etniche, religiose, culturali. Questo ha causato decenni di instabilità, spesso sfociate in guerre civili o conflitti tra stati).
Basterà ricordare che i jihadisti che oggi ci portano la guerra in casa sono il frutto delle politiche Occidentali. Per interessi economici gli stati occidentali hanno destabilizzato un’intera regione, hanno fornito armi ai cosidetti “ribelli” senza curarsi delle conseguenze di medio termine, hanno bombardato città e villaggi. Il fatto di non aver fatto nulla mentre i nostri governi mettevano in atto tutto, il fatto che si continui ad ignorare le richieste di aiuto dei curdi, unica forza che si è opposta efficacemente all’avanzata dell’IS nel nord della Siria, il fatto che si chiudano gli occhi di fronte alle atrocità dei nostri partner economici e commerciali come la Turchia o l’Arabia Saudita. Tutti questi fatti ci dovrebbero far sentire in parte complici. Ed è ipocrita prendersela con i terroristi che hanno compiuto la strage di Parigi senza guardare a quanto c’è dietro: una logica perfettamente razionale, basata su interessi economici . Una logica che vede la guerra come un’occasione per esportare armi e per prestare soldi, un paese distrutto come un supermercato a bassi costi e come un’occasione per ricostruire e speculare.
Un africano musulmano che incontriamo per caso in questa mattina di confuse riflessioni, ci ricorda che prima di essere un africano o un musulmano, è un uomo.
Chi cercherà di strumentalizzare quanto accaduto per fomentare la paura contro i migranti è solo uno sciacallo a cui ricordare che i migranti fuggono da guerre che noi abbiamo esportato..
#Not in my name
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